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PEREGRINAGGIO DI TRE GIOVANI FIGLIUOLI DEL RE DI SERENDIPPO - II - Novela I - Lunedi.
Fu gia nel paese di Becher uno saggio, et prudente Imperadore Mussulmano, il quale quattro moglie si ritrovava, l'una d'uno suo zio, et l'altre di tre gran prencipi figliuole, et perciò che era huomo di gran dottrina, solea molte cortesie, et gran segni d'amore à virtuosi à dimostrare.
I quali qualunque fiata sapeva che nel paese suo capitassero, erano da lui con magnifichi, et ricchi doni honorati.
Onde nascea, che presso di lui gran copia sempre di cotal huomini si ritrovava.
Cò quali egli il tempo, che da negocii publichi era libero, di varie, et virtuose materie divisando, avvenne uno giorno, che ragionando con uno eccellente filosofo, il quale era buono d'infinita scienza riputato, delle belle, et mirabili operationi della natura, lo prego, che alcuno maraviglioso effetto di quella gli volesse raccontare, facendosi egli à credere, che et per l'età, che di gia era grave, et per la molta dottrina di lui havesse alcuna notabil cosa ad udire.
Di che non s'ingannò egli punto.
Percioche volendo il filosofo conpiacerlo: “Sire,” dissegli, “poscia che si disideroso io vi veggo d'intendere alcun mirabil secreto di natura, uno io ve ne voglio raccontare, di cui tutto 'l tempo di mia vita non mai vidi, ne intesi il maggiore.
Ritrovandomi io, non ha molt'anni, nelle parti occidentali, dove per apparare alcuna cosa io mi ero aviato, essendo massimamente stato accertato in que' paesi molt'huomini di alto, et nobile intelletto dotati ritrovarsi, accompagnatomi con un saggio, et saputo giovane, co'l qua hor in questa hor in quella città io me n'andavo, in varii raggionamenti, che nel camino delle notabil cose della natura solevamo fare, mi venne un giorno à dire, che egli uno ne sapea, ch'ogn'altra di maraviglia avanzava.
La qual era, che qualunque fiata à lui piacea, uccidendo un'animale di qualunque specie si fusse, egli con alcune parole, che sopra 'l corpo del morto animale dicea, col spirito suo vitale in quello passando, il proprio corpo morto lasciava, et l'ucciso animale co'l spirto di lui vivo ne divenia.
Nel qual quanto piacciuto gli fusse dimorando, co'l corpo dell'animale sopra 'l suo ritornando, et l'istesse parole dicendo, da nuovo co'l spirito suo vitale in quello entrava, et l'animale irrationale cadendo morto, come prima era, egli nel primiero suo stato ritornava.
La qual cosa parendomi impossibile, et vedendo egli, che malagevolmente ciò mi potea persuadere, ne fece alla presenza mia la prova.
Ond'io, che maggior miracolo di questo non mai vidi, entrai in ardentissimo disiderio di quello apparare: et perciò fatta co'l giovane una lunga servitu, con miei continui preghi si feci, che egli dopo gran spatio di tempo insegnandolomi, mi sodisfece.
Il che poscia c'hebbe il filosofo all'Imperadore raccontato: “Come può essere,” disse egli, “che giudicand'io questa cosa impossibile senza vederne la prova, la mi possa persuadere?”
“Facciamone dunque,” rispose il filosofo, “l'isperienza, che in guisa tale questo fatto agevolmente voi verrete à credere.
Fatemi hor' hora un'animale irrationale qui portare che il tutto io vi farò vedere.”
Onde, fatta incontanente l'Imperadore una passera ritrovare, al filosofo la consigno, il quale affogatala, et gittatala à terra, dettele sopra con sommessa voce alcune parole, egli subitamente morto cadde in terra, et la passera viva ritornata cominciò per la camera, dovi si ritrovavano, à volare, et dopo buon spatio sopra il morto corpo del filosofo ritornata, cantatovi sopra alquanto, riscuscitando il filosofo, quivi ella, come prima era, morta si rimase.
Di che datosi l'Imperadore infinita ammiratione, si come al filosofo avenuto era, di caldissimo disiderio si accese di volere uno tanto secreto apparare, et caramente il filosofo pregatone, non sapendo egli à si gran prencipe disdire, il tutto interamente gl'aperse.
Onde poscia che di si mirabil secreto divenne padrone, facendosi quasi ogni giorno alcuna uccello recare, uccidendolo, et collo spirito suo in quello passando, il proprio corpo morto lasciava, et quanto à lui fusse piacciuto sollazzandosi, da nuovo nel corpo suo collo spirito ritornando, lasciando morto l'uccello, risuscitava.
Et con questa arte dell'animo di molti de suoi vassalli accertandosi, i malvagi castigando, et i buoni con molti premij riconoscendo l'imperio suo in somma tranquillita tenea.
Di questo fatto il consiglier suo avedutosi, sapendo egli quanto al suo prencipe caro fusse divisando uno giorno seco come di cotal sua arte si fusse accorto, gli venne à raccontare, et dimostrandogli, che egli d'ogni suo secreto (merce di lui) consapevol'era, infiniti preghi gli porse, che ciò anco gl'havesse à palesare.
Onde amandolo l'Imperadore sommamente, et per ciò disposto ad ogni modo di compiacerlo, gli lo insegnò, et fattane il consigliere incontanente l'isperienza, s'avide, che ottimamente apparato l'haveva.
Hor'avvenne un giorno, che essendo co'l suo signore insieme ito alla caccia, da gl'altri, ch'in lor compagnia si ritrovavano, per buon spacio alluntanatisi, in due cerve incontrati, quelle uccisero.
Et parendogli quella ottima occasione di dar intero compimento ad un malvagio pensiero, che lungamente nell'animo occolto tenea: “Deh Sire,” disse all'Imperadore, “voglian noi, poscia che dalla compagnia luntani ci ritroviamo, entrare col spirito nostro in queste due cerve, et gire alquanto per questi verdi colli à sollazzando?”
“Certamente, rispose l'Imperadore, tu hai fatto un buon pensiero, et non può essere, che con questa sorte di diporto non prendiamo per buon prezzo gran diletto.
Et dette tai parole, da cavallo dismontato, et ad uno arbore legatolo, subitamente sopra una delle morte cerve se n'ando, et dette le parole del secreto, collo spirito nella cerva passato, quivi il corpo suo morto lasciò.
Il che dal consigliere veduto, incontanente da cavallo dismontato, ne curatosi di altrimenti legarlo, sopra il morto corpo dell'Imperadore aviatosi, dette anco egli le parole del secreto, lasciato il proprio corpo in terra morto, in quello dell'Imperadore collo spirito passò, et sopra del cavallo di lui montato, alla compagnia se ne ritornò.
Et verso alla città aviatosi, havendo il corpo, et la forma del prencipe, era da ciascuno à guisa dell'Imperadore riverito.
Et poscia che fu al palagio reale arrivato, dimandata à molti de' baroni del consigliere novella, ne ritrovando huomo, che veduto l'havesse, dimostrando di cio gran dolore, finse di credere, che per essersi dalla compagnia alluntanato, fusse da alcuna fiera in que' boschi stati divorato.
Hor governando egli, et reggendo l'imperio, tutte quelle cose facea, che 'l vero Imperadore era solito di fare; ma percio che al sommo Dio mai non piacque, che alcuna fraude lungamente potesse occolta stare, avenne, che essendo costui con tre mogli del suo signore giaciuto, con quella anco, che del zio di lui era figliuola, giacer volle.
Et presso di le la quarta notte dopo il ritorno dalla caccia coricatosi, vedendosi ella da costui diversamente dalla usata maniere dell'Imperadore carezzare, et sapendo, che'l signor suo il secreto del passar collo spirito nel morto corpo d'ogn'altro animale sapea, recandosi à memoria, che ‘l consigliere dopo la caccia mai piu non si ritrovo, sendo donna di bellissimo ingegno, subitamente di cotal inganno, et della disaventura all'Imperadore avenuta s'accorse.
Onde, tutto che il consigliere il corpo dell'Imperadore havesse, ella non dimeno uscita incontanente del letto, dissimulando però di essersi della fraude aveduta, gli disse: “Io, Sire, poco prima, che voi presso di me vi coricaste, ho veduta una grande, et horribil visione, la quale m'è vietato al presente il raccontarvi.
La onde havendo io perciò diliberato di castamente vivere nell'avvenire supplicemente pregovi à farmi gratia di piu meco non venire à giacere.
Di che ove à voi non piaccia d'essaudirmi, piutosto che a piaceri vostri acconsentire, io stessa mi daro la morte.
Le quai parole come che al falso Imperadore grandissimo dispiacere recato havessero; nondimeno percio che ardentissimamente quella donna amava, temendo, ch'ella da se non s'uccidesse, nell'avenire di giacere con lei si astenne, et solamente essendogli il rimanente vietato, di mirarla, et di seco ragionare si contentava; tutte l'altre cose nondimeno nell'imperio essercitando, ch'al vero, et giusto Imperadore s'acconveniano.
Il quale, per ritornare à lui, essendo in cerva tramutato, da ogni sorte di disaventura percosso, essendo da cervi maschi molto perseguitato, et da altri animali bruti spesse volte fieramente battuto per tante sciagure fuggire diliberò, da ogni altro animale alluntanandosi, di solo caminare.
Onde havendo egli un giorno uno papagallo, che poco dianzi morto era, alla campagna ritrovato, et facendosi à credere di dover men travagliata vita passare, ove nel morto corpo di quello co'l suo spirito entrato fusse, dettevi sopra le parole, che cotal virtu haveano, subitamente, lasciata la cerva à terra morta, papagallo divenne, et con molt'altri papagalli accompagnatosi, in uno ucellatore della citta sua principale, il quale le reti per prendere de gl'uccelli tese havea, avenne che s'incontrò.
Et imaginatosi che 'l lasciarsi da lui prendere lo potesse per aventura nello primiero suo stato restituire, in uno luogo s'acconciò, dove dalla rete potesse esser coperto; et in cotal guisa dall'ucellatore in compagnia di molti altri uccelli, et papagalli volle esser preso; et insieme con gl'altri in una gran gabbia posto, essendo da nuovo l'ucellatore à tendere le reti tornato, egli, che di ragione, et intelletto dotato era, si fece, che tratto col becco uno legnetto, che 'l portino della gabbia chiuso tenea, et apertolo, tutti gl'altri ucelli se ne fuggirono, et egli nella gabbia solo si rimase.
Ne guari di tempo stette, che ritornato l'ucellatore nel luogo, dove la gabbia era riposta, et veduto di havere per lo fuggire de gli uccelli le fatiche di quel giorno gittate, tutto si tribolava; et accostatosi per serrare il portino, à fine che il papagallo anco, che rimaso gl'era, non gl'havesse à fuggire, fu da quello con saggie, et prudenti parole confortato.
Di che datosi egli molta ammiratione, parendogli cosa impossibile, ch'un papagallo novellamente preso con tanta prudenza sapesse ragionare, tutto si racconsolo, facendosi à credere di dover con quello gran somma di danari guadagnare.
Onde continuando il raggionamento con lui, et vedendo, che prudentemente gli rispondea, levate le reti, et ripostele, co'l papagallo verso la citta subitamente s'aviò.
Et per lo camino di molte cose seco divisando, considerando con quanta ragione, et intelletto l'animale ragionava, cominciò à credere di dovere con quello gran ricchezza acquistare.
Hor giunto nella citta, et per la piazza passando, da alcuni amici suoi incontrato, et con quelli fermatosi à ragionare, uno gran tumulto non guari luntano da lor nacque, et dimandando il papagallo al padron suo, che romore quello si fusse, havendolo egli da circostanti saputo, gli disse, ch'era una famosa, et bellissima meretrice, la quale, sendosi la notte dianzi sognata d'essere con uno gentil'huomo della città giaciuta, havendolo nella piazza incontrato, presolo pe' panni, cento scudi gli dimandava, dicendo, che per prezzo minore con altro huomo mai giaciuta non era.
Al che non volendo il gentil'huomo acconsentire, cotal tumulto s'era suscitato. Il che poscia ch'l papagallo hebbe inteso; “Mala cosa nel vero è, padrone,” dissegli “che perciò sì fieramente habbiano insieme à contendere, et, ove voi gli facciate à me venire, io credo certamente di doverli accordare.”
Onde l'ucellatore, conoscendo di quanta prudenza il papagallo dotato fusse, raccomandata la gabbia, dov'egli era, à quegl'amici suoi, che nella piazza havea incontrati, colà, dove il tumulto era, subitamente pervenne.
Et con parole achetato alquanto il romore, che trà 'l gentil'huomo, et la meretrice era, per le mani presili, et dinanzi al papagallo condottili, lor disse:.
“Ove voi siate contenti di rimettere il giuditio della differenza vostra in cotesto animale, io vi accerto, ch'egli fara voi giusta sentenza.”
Delle quai parole facendosi i circostanti beffe, perciochè à loro impossibil parea, ch'uno animale irrationale ciò, che l'ucellatore detto havea, far potesse, il gentil'huomo disideroso di cotal miracolo vedere, alla meretrice rivolto:.
“Se tu ti contenti,” disse, “io in buona fe al giudicio, che 'l papagallo sopra la difficulta nostra fara sono per acconsentire.”
Di che anco mostrando la meretrice di contentarsi, alla gabbia accostatisi, poscia che 'l papagallo della lor differenza primieramente interogatili, di lor bocca il tutto hebbe inteso, et come della sentenza, che egli tra lor fatta havesse, si contentavano, diede ordine, che uno grande specchio gli fusse dinanzi la gabbia portato.
Il che subitamente essequito, recatogli dinanzi lo specchio, et sopra uno desco riposto, al patrone suo disse, che quello in piede diritto havesse à tenere; et al gentil'huomo rivolto dissegli, che incontanente sopra 'l desco havesse i cento scudi dalla meretrice dimandatigli ad isborsare.
Di che lieta ella, et allegra oltre misura, credendo di havere con quelli la sua borsa ad empire, et egli malagevolmente al dirimpetto dello specchio isborsandoli:.
“Et voi, madonna,” disse il papagallo, non toccando i scudi, che sopra 'l desco numerati vedete, que' cento vi torrete, che dentro dello specchio si scorgono.
Perciochè essendo il vostro col gentil'huomo stato uno sogno, la mercede anco, che per ciò dimandate, giusta cosa è, che ad uno sogno somigliante sia.
Della qual sentenza essendo il popolo, che presente vi si ritrovo, stupefatto rimaso, ne potendo appena credere cio, che cò gl'occhi veduto havea, et che un'animale senza ragione havesse con tanta prudenza cotal sentenza prononciata, avenne, che perciò il nome del papagallo per la citta tutta celebre, et famoso divenne.
Onde essendo ciò all'orrecchie dell'Imperatrice pervenuto, giudicando ella in quell'animale, che di tanta ragione, et prudenza era dotato, lo spirito dell'Imperadore suo marito ritrovarsi, diede ordine, che subitamente il papagallo coll'ucellatore insieme fussero dinanzi à lei condotti.
Il che mandato da ministri ad essecutione, et arrivato l'uccellatore al palagio reale, fu senza alcuno indugio alla presenza dell'Imperatrice menato.
La quale poscia che l'hebbe lungamente sopra la presura, et la virtu dell'animale interrogato, gli fece intendere, che, ove egli di venderlo ad essa si contentasse di tanto havere il farebbe padrone, che piu di andar ad ucellare non gli farebbe padrone, che più di andar ad ucellare non gli farebbe mestiero.
Le quai parole dalla Imperatrice dette: “come,” diss'egli, madonna, “l'ucello, et io siamo in poter vostro, et il maggior favore, ch'io da voi possa dimandare, è, che quello vogliate da me in dono ricevere; percioche piu stimo io la gratia vostra, che qualunque gran ricchezza io mi potessi con esso acquistare.”
Delle quai parole datasi l'Imperatrice grande ammiratione,non potendo appena credere, che di si nobil animo fusse l'ucellatore dotato, accettò il papagallo, et à lui cinque cento scudi d'entrata l'anno per la molta sua liberalita incontanente fece assignare.
Et fatto all'animale una ricca, et honorata gabbia fabricare, in quella ripostolo, la fece nella camera sua collocare, et con esso di varie cose divisando, la maggior parte del giorno si solea tratenere.
Hor essendo il papagallo per lo spatio di due mesi coll'Imperatrice giorno, et notte dimorato, et non havendo mai veduto, che'l falso Imperadore con lei giaciuto si fusse, di ciò lieto, et allegro oltre misure, tutto ch'in si misero stato si ritrovasse, ragionando con essa una mattina, à tempo che sola nella camera si ritrovava.
“Io veggo nel vero,” dissegli l'Imperatrice, “saggio, et prudente animale, che tu con tanto intelletto, et prudenza di varie cose meco tutto di ragioni, ch'io non mi posso persuadere, che tu irrationale sia, anzi io tengo per certo, che sendo tu spirito d'alcuna nobil persona, per arte nigromantica tu ti sia in papagallo tramutato.
Onde quand'io mi creda il vero, caramente pregoti à volerlomi palesare.”
Le quai parole dette c'hebbe l'imperatrice, non potendo il papagallo per l'amore, che egli alla donna sua portava, chi egli si fusse piu lungamente celare, l'historia tutta da principio le raccontò, et qualmente per cagione del perfido, et disleale suo consigliere in si misero, et infelice stato si ritrovasse.
Di che havendogli l'Imperatrice risposto d'essersi aveduta per le nove maniere, con che era dal falso Imperadore stata accarezzata, et come piu tosto ch’egli seco havesse à giacere, gl’havea fatto intendere che colle proprie mani si darebbe la morte.
“Ove voi vogliate,” le disse il papagallo,” tantosto al tutto potrete rimedio ritrovare, et me nello primiero mio stato facendo ritornare, del malvagio, et perfido consigliere intiera vendetta prenderete.”
Il che dimostrando ella sopra ogn’altra cosa di disiderare, et pregandolo che le ha vesse il modo, come ciò far potesse, ad insegnare.
“Nell avenire,” risposele l’animale, ove col corpo mio à voi il falso Imperadore si voglia accostare, lieta, et allegra faccia dimostrandogli, et cominciandolo a carezzare.
“Certamente,” diretegli, “io mi posso la piu in felice donna, che nel mondo sia, riputare; percio che amandovi quant’io v’amo, et ritrovandomi priva dipotervi godere, come prima far solevo per la sospicione, che della persona vostra m’è caduta nel pensiero, non vedendovi piu, gran tempo fa, collo spirito nel morto corpo d’alcun’ animale passare, et con quello andarvi à sollazando, come di gia eravate solito di fare, io mi sento morire di dolore.”
Onde egli, che niun’altra cosa, che di giacere con voi, maggiormente non disia, è da credere, che incontanente per contentarvi, et accertarvi in cotal guisa, ch’egli il vero Imperador sia, col spiritu suo in alcun morto animale passando, ci dara occasione di poter della perfidia di lui rigidamente vendicarsi.
“Perchioche, ove egli ciò faccia, aprendomi voi la gabbia, et io sopra il morto mio corpo volando, et col spirito in quello ritornando, il primiero mio stato harrò rìcoverato, et nell'avenìre lieta, et tranquilla vita viveremo.”
Lequai parole dette c'hebbe l'animale, subitamente al consiglio di lui diede la Imperatrice intiera essecutione.
Per ciò che entrato la sera dell'istesso giorno il falso Imperadore nella camera sua, et seco come far solea, di varie cose ragionando, ella nel sermone gli venne quanto, dal papagallo l'era stato insegnato à raccontare.
Ond'egli, che niun altra cosa maggiormente, che la gratia, et amor di lei non disiderava.
“Gran torto nel vero, Madama,” le disse, “à voi, et à me anco troppo lungamente fatto havete: perciò che essendovi per cotal cagione venuta la persona mia in sospicione, prima che hora, ove ciò m'haveste fatto intendere, io v'harrei di cotal dubio tratta.
Mà fatemi hor'hora qua una gallina recare, ch'io vi farò vedere, che grande è stato sin ad hora l'inganno vostro.“
Et incontanente dato cotal ordine, lor fu nella camera una gallina viva portata; et lincentiato ciascheduno, soli nella camera insieme col papagallo serratisi, presala il falso Imperadore colle proprie mani l'affogò, et sopra 'l corpo di quella dette le parole negromantiche col spirito suo in quella passò, quivi il proprio corpo à terra lasciando morto.
Onde l'imperatrice, che ciò vide, senza alcun indugio la gabbia del papagallo aprendo, et egli sopra 'l morto suo corpo volando, colla virtu delle parole in quello collo spirito passò, et il papagallo morto rimase.
Di che lieta l'lmperatrice oltre misura teneramente lagrimando, il vero Imperadore, suo marito, lungamente abbracciato tenne.
Poscia presa la gallina, che quivi la sciagura sua scorgendo andava, et tagliatale la testa, sopra 'l fuogo, che nella camera era, la gittarono.
Ne di ciò essendosi alcun della corte aveduto, fingendo essi, che il papagallo si fusse morto, della camera usciti, una gran festa di donne, et di cavallieri per lo seguente giorno ordinarono.
Dopo la quale licentiate l'Imperadore le tre altre mogli, c'havea, questa, che del suo zio era figliuola, ritenne; et ricoverato dopo tante sciagure l’imperio suo con lei in somma tranquillita, et felicissimo stato lungamente visse.
Il che poscia che ’l novellatore hebbe à Beramo racconto al fine della sua novella venuto, et da lui di preciosi doni presentato, percioche grandissima dilettatione gl'havea con gli accidenti di quella apportato, havuta licenza, nella patria sua ricco sene ritorno.
Source: https://it.wikisource.org/wiki/Pagina:Peregrinaggio_di_tre_giovani_figliuoli_del_re_di_Serendippo.djvu/1 - pages 59-72.
by markvanroode 5 years, 8 months agoThis text is available free of copyright restrictions, according to Wikimedia policy under a "Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported License (“CC BY-SA”),"
Source: The source of his text is the original version of 'PEREGRINAGGIO DI TRE GIOVANI FIGLIUOLI DEL RE DI SERENDIPPO", in Wikisource.- https://it.wikisource.org/wiki/Pagina:Peregrinaggio_di_tre_giovani_figliuoli_del_re_di_Serendippo.djvu/1 - For a summary in English of this text, see https://en.wikipedia.org/wiki/The_Three_Princes_of_Serendip.
The text was published in 1557.
The text will be represented here in the original Italian from the aforementioned wikisource. The transcription of this text is still in progress and those interested are invited to contribute to it.
The text will be uploaded in sections with the titles below:
IMPRIMATUR (in Latin)
DEDICA
PROEMIO
I - PROLOGO
II - LUNEDI
III - MARTEDI
IV - MERCOLEDI
V - GIOVEDI
VI - VENERDI
VII - SABATO
VIII - DOMENICA
by markvanroode 5 years, 8 months ago