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PEREGRINAGGIO DI TRE GIOVANI FIGLIUOLI DEL RE DI SERENDIPPO - VIII - Novella VII – Domenica.
Havea di gia ricoverata Behramo del tutto la primiera salute, quando, venuto che fu al fine della novella sua il sesto novellatore, commandò al maggiordomo suo, che la seguente mattina della Dominica per tempo la corte tutta. d'habiti d'oro vestita, al settimo palagio, il quale medesimamente tutto di guarnimenti d’oro era adornato s'havesse ad aviare. Onde intesso da' baroni il commandamento del signore. fu ciascheduno pronto subitamente ad ubidirlo. Et egli anco havendosi quel giorno gran maraviglia data di tutti gl'accidenti avenuti per la crudele, et empia sentenza che'l fiero tiranno à Feristeno diede, come prima l’alba del seguente giorno cominciò ad apparire, montato à cavallo, che piu, essendo hoggi mai sano divenuto, d’andare in lettica non havea bisogno, sull'hora di terza al settimo palagio pervenne.
Dove smontato, et dalla donzella, che ivi era, incontrato egli per la mano presala, et seco per buon spacio di tempo in dilettevoli ragionamenti tratenutosi, et con dilicatissimi cibi ricreatosi commandò che'l novellatore, che l'ultimo era, havesse la novella sua ad incominciare. Il quale poco luntano dalla persona del sìgnore ritrovandosi, inteso l'ordine, et voler di lui, primieramente fattagli la debita riverenza, alla novella sua cotal principio diede.
“Gli altri novellatori pens'io, Sire, che v'habbiano tutti nelle novelle loro gl'altrui accidenti raccontati; io all'incotro non ad altrui, mà à me stesso avenute sono per narravi.”
Nel paese mio, che Chimo s'adimanda, oltre altre virtù, che gl'huomini à figliuoli sogliono far apparare, rari sono quelli, i quale colla musica insìeme quelle non facciano accompagnare. Onde è che molti in tale professione eccellenti quivi si ritruovano. Et perciò ch’io di huomo fui figliuolo, ilquale, tutto che di povera fortuna fusse, volontieri le fatiche sue spender solea per farmi à gl'altri giovanetti dell'età mia nelle virtù uguale, nel tempo della fanciullezza si fattamente ne studi della musica m'affaticai, che di gran lunga i compagni miei tutti avanzavo. Et vedendo io, che nella città mia il suono del liuto molto era prezzato in quello ogni mio spirito ponendo, in poco spacio di tempo avenne, che facendo io ogni giorno profitto maggiore di eccellenza tutti gli altri fra non molto spacio di tempo avanzai. Et cotal virtu à molti della città mia insegnando, et ad altri anco, che dalle vicine città venivano à me per appararla, gran quantita di danari solevo guadagnare.
Hor avenne fra questo mezzo tempo, che nella città nostra uno vecchio mercatante capitò, ilquale seco una giovanetta condotta havea, che si eccellentemente il liuto sonava, che à lei in cotal professionc nel mondo tutto alcuno altro pare non si potea ritrovare. Di che sendosi sparsa la fama per la città, pervenne ciò anco all'orecchie del signore, ilquale della musica grandemente dilettandosi fatto à se il vecchio mercatante venire, et delle conditioni della giovanetta dalle parole di lui accertatosi, caramente pregollo, che volesse alla presenza sua condurla. À cui havendo il mercatante risposto, che egli havendo la giovane per le rare conditioni, ch’erano in lei, per figliuola accettata, et havendo ella statuito di sempre castamente vivere, in una camera la facea da quattro fantesche servire: percioche non volendo essa fuor di quella uscire, quivi nell'orationi, et nelle virtù il giorno tutto consumava.
Onde lui supplicemente pregava, che disiando le virtù di lei udire gli facesse gratia, ove à lui piacciuto fusse, di gire sino alla sua stanza: percioche ivi l'eccelente virtù della giovane con gran contento di lei, et à bell'agio suo potrebbe udire. Onde havendo inteso il signore la cagione, perche la giovane fuori di casa malagevolmente si potrebbe condurre, diliberò egli, sopragiunta che fusse la notte, alla casa del mercatante da un solo suo gentil'huomo accompagnato aviarsi.
Dove giunto che ei fu, nella camera della giovanetta entrato, la bellezza, et honestà di lei veduta, la cominciò ferventemente ad amare. Et pregatala ad esser contenta di voler la virtù suà fargli sentire. Alle parole del signore presta, tolto il liuto in mano, lo cominciò si soavemente à sonare, che egli al mercatante rivolto di non haver mai in cotal professione alcun’udito, che di gran lunga alla eccellenza della giovane arrivasse, confessò. Et da nuovo pregatala, che volesse un’altra fiata lasciarsi udire, tutta ubidiente, et presta, tolto il liuto in mano, quello si dolcemente per alquanto spatio di tempo sonò, che, prima che il signore da lei si partisse, fieramente della virtù di lei innamorato, di uno preciosissimo gioiello presentatala, et molte gratie à lei, et al mercatante per la ricevuta cortesia rendute, alla sua stanza se ne ritornò.
Hor’essendo della molta eccellenza della giovane in cotal professione corsa per tutta la città la fama in poco spatio di tempo avenne, ch'io perdendo'l credito, et nome, che per lo passato haver solevo, da scolari ancora fui abbandonato. Di che doloroso oltre misura per havere la molta utilità perduta, che con tale industria ne acquistavo, un giorno alla stanza del mercatante m'aviai, et con esso abboccatomi, fecigli il grave danno conoscere, che egli colla venuta sua, havendo seco la giovane condotta, m'havea apportato. Et pregatolo, che, poscia che in si doloroso stato per cagione di lei mi ritrovavo, fusse almen contento di farmi la virtu di lei udire, entrato egli dalla giovane, et fattole il disiderio mio palese, per ritrovarmi hogimai in età grave, agevolmente mi lascio entrare ad ascoltarla, et tantosto che alla presenza di lei mi ritrovai, vedendola di bellezza singolare, mi feci à credere, che nella virtù ancora dovesse et me, et ogni altro avanzare.
Di che volendomi accertare, caramente la pregai, che, tollendo il liuto in mano, fusse contenta la molta virtù sua lasciarmi ascoltare, la quale havendomi prontanente essaudito, si dolce melodia mi fece udire, ch’io giudico, che alcun'altro nel mondo tutto in cotal virtù à lei pare non si possa ritrovare. Onde di tanta eccellenza fieramente innamoratomi, supplicemente, et lei, et il mercatante ancora pregai, che essendo io di già vecchìo, fussero contenti di accettarmi per servitore: percio che io per le rare conditioni della giovane fidele, et assiduo servitio non mancarei di lor prestare.
Di che send'io stato essaudito, fui dal mercatante à bisogni della camera della giovane destinato. Et isforzandomi continuamente colla prontezza della servitu mia la gratia di lei di acquistarmi, fra pochi giorni mi avidi, ch'ella à guisa di proprio padre, m'amava, et riveriva. Onde sendomi io per la dolcezza di cotal servitu del ricevuto danno del tutto iscordato, et tranquilla, et felice vita nella camera della giovane passando, m'accorsi, che qualunque fiata essa il liuto sonava grandissimi sospiri gittar solea, di cui facendo mi io à credere che amor ne fusse cagione, diliberai di un giorno dimandarnela. Et attesa per lo spacio di tre mesi l'occasione, ragionando ella meco di varij accidenti della natura, et dell'infelice stato de mortali:.
“Deh signora,” le dissi io, “non vi fie grave di palesarmi la cagione di tanti sospiri, quanti continuamente io vi sento à gittare; perciò che sendo io huomo di grand’età, et di alcuna isperienza, per aventura potrò qualche rimedio al dolor vostro ritrovare. Et, ove à voi questa mia dimanda audace paia, di cui la molta riverenza, ch’io alle virtù vostre porto, nè sola cagione, humilmente ve ne dimando perdono.” Alle quai parole poscia ch’io hebbi posto fine, cominciando la giovane à lagrimare:.
“Percio che, carissimo padre,” dissemi, “da che voi alla servitu nostra v'havete dedicato ho per piu segni conosciuto, che da vera figliuola teneramente m'havete sempre amata, et in qualunque cosa ci havete fidele, et diligente opera prestata, de sospiri miei la cagione hor'hora sono per narrarvi. La quale percioche à niuno altro io voglio che palese sia, voi caramente prego, che secreta l'habbiate à tenere, et che, potendo, alla gran mia passione alcun rimedio habbiate à ritrovare.”
“Havete dunque à sapere, che send'io di età di dieci anni nel governo d'uno reo, et malvagio mio zio, che fino quando io ero nelle fascie involta, il padre, et madre mi morirono, percio che molto della musica mi dilettavo, et per l'età mia niun'altro era, che in cotal arte mi avanzasse, fui da lui ad uno ricco mercatante venduta. Il quale seco in diverse parti del mondo per lo spacio di cinque anni conducendomi, et facendomi da molti signori udire, assai danari colla virtù mia solea guadagnare. Hor avenne, che, sendosi egli in un luntano paese alla corte d'uno gran prencipe con sue mercatantie aviato, quivi mi fece da molti baroni di lui sentire. I quali havendolo perciò riccamente presentato, al prencipe la virtù mia fecero intendere. Il quale, percio che della musica grandemente si dilettava, incontanente fece il padron mio pregare, che alla presenza sua m’havesse à condurre. Dove giunta ch'io fui, tolto il liuto in mano, et postami à sonare m'avidi, che'l prencipe della virtù mia prese gran diletto. Da cui tolta io licenza, et di uno bel gioiello presentata, col padron mio alla stanza ne ritornammo.
À cui havendo l'istesso giorno fatto il signore intendere, che egli della persona mia ogni gran prezzo gl'harrebbe dato, ove à lui m'havesse voluta lasciare, egli, gran quantità di danari da lui ricevuta, mi gli vendè, et ricco nel paese suo se ne ritornò.
Hor’il prencipe havendomi subitamente di ricchi, et preciosi panni fatta vestire, in poco spacio di tempo dell'amor mio si fattamente s’accese, che, tutto ch'io gli fusse schiava, ciascuna cosa da lui impetrar solevo. Mà perciò che la fortuna non suole troppo lungamente à mortali benigna et favorevole dimostrarsi, avenne, che un giorno havendomi egli seco alla caccia condotta, et al uno cervo in un sol colpo, qual'io c'havesse à fare gli proposi, colla saetta un piede col orecchia confitto. Per alcune parole, ch'io sopra il colpo da lui fatto all'hora inconsideratamente ragionai, le quali egli giudicò che troppo licentiosamente da me dette havessero l'honor suo maculato, da subita, et fervente ira acceso à suoi ministri commandò, che incontanente spogliatami, et la mani da dietro legatemi in un bosco non guari luntano mi conducessero, dove la notte le fiere m'havessero à divorare. Il che poscia che da ministri fu essequito, et che spogliata, et avenne, che io misera, et dolente per lo timore della morte, laquale tutta via stavo aspettando, postami à caminare alla strada commune arrivai. Per dove sul tramontar del Sole una gran compagnia di mercatanti passando, che all'allogiamento andava fu da quelli il grave mio pianto udito, et il padron nostro, che, fra loro si ritrovava, la misera mia voce seguendo, mi ritrovò. Et mossosi di me à compassione, slegatami, et de suoi panni rivestitami, seco all'allogiamento mi condusse, dove chi ch'io mi fusse, et dell'essercitio, et gran disaventura mia interrogatami, da me altro non pote intendere, salvo che l'essercitio mio la musica era. Onde fattosi dall'hoste uno liuto recare, et datolomi in mano, mi puosi à sonare, et col suono accompagnato il canto, si fatto diletto gli diedi, che egli per figliuola accettatami, seco in ogni parte mi conduce, et fammi cotal servitio, qual tu vedi, prestare. Mà perciò che io del felice stato, nel quale presso del mio signore mi ritrovavo, non mi posso scordare, et dell'amor di lui ancora mi sento fieramente trafitta, qualunque fiata il liuto io tolgo in mano, ilquale in si alto stato m’havea collocata, et al signor mio tanto diletto dar solea, non posso far di meno, che io non gitti molti cocenti, et dolorosi sospiri. Onde caramente ti prego, che poscia che di quei la cagione io ti ho racconta, alcun rimedio, potendo, tu mi voglia dare.”
Alle quai parole havendo la giovane posto fine, mosso io pe'l grave accidente à lei avenuto à compassione, dalle lagrime non potei contenermi; et promessole di dover con ogni mio potere alcun rimedio al grave dolor suo ritrovare, mi disposi di voler co’ segnali da lei datimi il suo signor cercare, per fargli conoscere che tutto che egli la giovane à si crudel morte havesse dannata, ella nondimeno dell'amor suo fieramente ardeva.
Et da lei presa licenza, et postomi in camino, nello spatio di otto giorni in una bella, et gran città arrivai, dove sendo stato bandito, che chiunque fusse venuto alcuna bella novella alla presenza vostra à raccontare, da voi di molti, et ricchi doni sarebbe presentato, diliberai di venire dinanzi à voi per farvi un accidente non ad altrui mà à me stesso avenuto palese.
Le quai parole incontanente c'hebbe Behramo udite:. “Haime,” diss'egli tra se stesso, “questa in vero è la mia Diliramma.” Et dal novellatore accertatosi in qual parte, et in potere di cui si ritrovasse, diversi messi al padrone di lei mando, facendogli un gran thesoro in nome suo offerire, ove la giovane havesse alla presenza sua condotta. Perciò che dela musica dilettandosi, et della virtu di lei sendo all'orecchie sue pevenuta, sommamente d’udirla disiderava.
Giunti dunque i messi di Behramo di al mercatante, et disiderando egli piu tosto per acquistarsi la gratia di gran signore, che per altra offerta, ch’in nome suo fattagli fusse, di aviarsi nel paese di lui, subitamente colla giovane si mise in camino. Et havendole la cagione del lor viaggio racconta, s'avide ella il vecchio servitore suo haverle ottimamente la promessa servata, havendo al suo signore di se data novella. Et non molto dopo nella imperiale città arrivati, à Behramo tantosto fecero la lor venuta intendere. Ilquale da un sol gentil'huomo accompagnato alla casa, dove con Dìliramma il mercatante era alloggiato, et vedutala, et abbracciatala, non potendo tenere le lagrime di dolcezza, non si puo dire da quanta allegrezza fusse soprapreso. Et havendo al mercatante raccontata la crudeltà, che alla giovane usata havea, dopo havergli di molti pesi d’oro fatto dono, Diliramma presso di se ritenne. Laquale al vecchio servitor suo sentendosi grandemente obligata, caramente il signore pregò, che poscia che egli d'haverìa nel primiero suo stato restituita era stato cagione, fusse contento per suo amore con alcun'honesto premio di riconoscerlo. Il che da Behramo agevolmente ottenne.
Ilquale poscia per la ricevuta allegrezza dell'havere la sua Diliramma ritrovata, ricoverata del tutto la salute sua, chiamati i tre giovani figliuoli del re di Serendippo, uso loro tai parole:.
“Perche io veramente conosco, giovani di alto, et nobil intelletto dotati, che non havendo saputo quanti medici nell’imperio mio si ritrovavano alcuno rimedio alla grave infermità mia dare, voi soli col sottile avedimento, et consiglio vostro m'havete la pristina salute mia restituita, harrei caro d’intendere come cotal mezzo per lo scampo della vita mia vi siate potuti imaginare.” À cui:.
“Sire,” rispose il maggiore, “perch’io m'avidi, che per haver voi del tutto il sonno perduto, eri in si grave infermità caduto, che della vita vostra poca speranza cia scheduno havea, et sapendo ancho, che gran parte dell'infermità sogliono co suoi centrarij curarsi, m'imaginai, che non potendo ne'vostri occhi, stando voi nel palagio vostro, sonno entrare, ove sette giorni almeno vi fussi di stanza cangiato, potessi la primiera salute ricoverare. Onde i sette palagi, in ciascuno de quali ogni giorno haveste à giacere, vi ricordai, che subitamente faceste fabricare, facendomi à credere, che in cotal guisa agevolmente il sonno havesse ne vostri occhi à ritornare.
“Et io,” disse il secondo, “perche conobbi, che del mal vostro Diliramma, qual voi tanta amavi, et giudicavi, che dalle siere fusse stata divorata, era cagione, mi feci à credere, che ove con altre donne vi fuste alcuna fiata tratenuto, di lei scordandovi, potessi dall'infermità vostra liberarvi. Onde vi ricordai, che ne sette palagi deveste sette bellissimi donzelle far condurre.” Il che poscia c'hebbe detto:.
“Perch'io,” soggiunse il terzo, “non potevo credere, che Diliramma, non essendosi della sua morte nel bosco alcun segno veduto, fusse stata dalle fiere divorata, giudicai, che, ove voi haveste fatto in diverse provincie bandire, che sette novellatori vi fussero mandati, i quali alcuna bella novella raccontandovi ricchi nelle loro città rimandareste, Diliramma col mezzo di alcuno di loro v'havesse dello stato, et esser suo ad accertare. Et in cotal guisa di sette novellatori mi venne nel pensiero di ricordarvi.”
Di che Behramo havendo à tutta tre i giovani rese grazie infinite, et confessando di riconoscere la vita dall'alto, et nobil intelletto loro, di gran thesoro presentatigli, nel lor paese li rimandò.
I quali in camino postisi, et nel regno del padre arrivati, lui che di già vecchio era, infermo ritrovarono, il quale con grande allegrezza ricevutili, et conosciutili veramente perfetti, per haver colla dottrina le varie maniere, et costumi di diverse nationi apparate, dopo haver loro data la benedittione della presente vita passò. Et il maggior nel regno succeduto, quello con molta prudenza, et gran contento de' suoi vasalli lungamente governò. Il secondo poi per non mancare alla Reina, che lo specchio à Behramo restituì, nel paese di lei avitatosi, et, secondo la promessa fattale, toltala per moglie, di quel regno divenne padrone. Ne guari di tempo stette, che havendo Behramo una giovane figliuola, ricordandosi del ricevuto beneficio, mandò al terzo fratello quella per moglie ad offerire. Il quale accettatala, et con una gran compagnia postosi in viaggio alla corte di Behramo ritornò, dove le sponsalitie solennemente celebrate per la morte del suocero, la quale poco tempo da poi successe, di tutto l'Imperio suo divenne signore.
IL FINE.
IN VENETIA per Michele Tramezzino,
M D L V I I.
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Source: The source of his text is the original version of 'PEREGRINAGGIO DI TRE GIOVANI FIGLIUOLI DEL RE DI SERENDIPPO", in Wikisource.- https://it.wikisource.org/wiki/Pagina:Peregrinaggio_di_tre_giovani_figliuoli_del_re_di_Serendippo.djvu/1 - (pages 166-178) - For a summary in English of this text, see https://en.wikipedia.org/wiki/The_Three_Princes_of_Serendip.
The text was published in 1557.
The text will be represented here in the original Italian from the aforementioned wikisource. The transcription of the original text was recently completed.
The text will be uploaded in sections with the titles below:
IMPRIMATUR (in Latin)
DEDICA
PROEMIO
I - PROLOGO
II - LUNEDI
III - MARTEDI
IV - MERCOLEDI
V - GIOVEDI
VI - VENERDI
VII - SABATO
VIII - DOMENICA
by markvanroode 5 years, 7 months ago