George Sand — Lélia (1839 – 2e version) — Première partie — Chapitre II
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•Parte prima - Capitolo II.


•Lélia, mi fai paura. •Più ti vedo, meno ti capisco. •Mi sballotti su un mare di ansietà e di dubbi. •Sembri divertirti delle mie angosce. •Mi elevi al cielo e dopo mi calpesti. •Mi porti con te nelle nubi raggianti, e poi mi butti nel caos tenebroso. •La mia debole ragione cade vittima di tali tormenti. •Risparmiami, Lélia.

•Ieri, mentre passeggiavamo sulla montagna, eri così grande, così grandiosa, che avrei voluto inginocchiarmi davanti a te e baciare la traccia profumata dei tuoi passi. •Quando Cristo venne trasfigurato nella nube d'oro e parve nuotare agli occhi degli apostoli in un fluido splendente, si prosternarono e dissero: "Signore, sei proprio figlio di Dio!" •E poi, quando la nube si sciolse e il profeta scese dalla montagna con i compagni, si domandarono senz'altro con ansia: "Quest'uomo che cammina con noi, che parla come noi, che sta per cenare con noi, è proprio lo stesso che abbiamo visto avvolto da veli di fuoco e raggiante dello spirito del Signore?" •Così io con te, Lélia! •Ad ogni momento ti trasfiguri davanti a me, e poi ti spogli della divinità per tornare pari a me, e allora mi chiedo con spavento se non sei una qualche potenza celeste, un qualche nuovo profeta, il Verbo incarnato di nuovo sotto forma umana, e se procedi così per cimentare la nostra fede e conoscere tra di noi i veri fedeli!

•Ma Cristo! •quel gran pensiero personificato, quel tipo sublime dell'anima immateriale, era sempre al di sopra della natura umana che aveva rivestito. •Per quanto tornato uomo, non poteva nascondersi così bene da non essere pur sempre il primo fra gli uomini. •Te, Lélia, questo mi spaventa: quando scendi dalle tue glorie, non sei neanche più al nostro stesso livello, cadi al di sotto di noi, e non sembri più cercare di dominarci se non con la perversità del tuo cuore. •Ad esempio, cos'è questo odio profondo, bruciante, irrefrenabile, che nutri per la nostra razza? •Si può amare Dio come fai tu, e aborrire così crudelmente le sue opere? •Come concordare quel miscuglio di fede sublime e di impietà incallita, quelle spinte verso il cielo e quel patto infernale? •Chiedo di nuovo: da dove provieni, Lélia? •Quale missione salvifica o di vendetta stai adempiendo sulla terra?

•Ieri, nel momento in cui il sole scendeva dietro al ghiacciaio, avvolto nei vapori rosa bluastri, quando l'aria tiepida di una bella serata d'inverno ti scorreva fra i capelli, e la campana della chiesa lanciava malinconiche note all'eco della valle; allora, Lélia, te lo dico, eri proprio la figlia del cielo. •I molli bagliori del tramonto venivano a morire su di te e ti avvolgevano in un riflesso magico. •I tuoi occhi alzati verso la volta celeste, dove appariva solo qualche timida stella, splendevano del sacro fuoco. •Io, poeta dei boschi e delle valli, ascoltavo il misterioso mormorio delle acque, stavo a guardare il molle ondeggiare dei pini fievolmente agitati, respiravo il dolce profumo delle viole selvatiche che, al primo giorno tiepido che si presenta, al primo raggio di sole pallido che le convita, aprono i calici azzurri sotto il muschio secco. •Ma tu non pensavi a tutto questo: né i fiori, né le foreste, né il torrente attraevano il tuo sguardo. •Niente sulla terra svegliava in te una sensazione, eri tutta in cielo. •E quando ti mostrai l'incantevole spettacolo steso sotto i nostri piedi, mi dicesti, alzando la mano verso l'eterea volta: "Guarda questo!" •O Lélia! •anelavi alla tua patria, vero? •chiedevi a Dio perché ti dimentichi così a lungo in mezzo a noi, perché non ti ridia le ali bianche per salire da lui?

•Ma, purtroppo! •quando il freddo che iniziava a soffiare sulla brughiera ci ebbe costretti a cercare un riparo in città; quando, attratti dalle vibrazioni di quella campana, ti pregai di entrare in chiesa con me e di ascoltare la preghiera serale, perché, Lélia, non mi hai lasciato? •Perché tu, che puoi fare di certo cose più difficili, non hai fatto scendere dall'alto una nube per velarmi il tuo viso? •Ahimè! •perché ti ho vista così, in piedi, accigliata, l'aria altera, il cuore arido? •Perché non ti sei inginocchiata sulle lastre meno fredde di te? •Perché non ti sei incrocciata le mani sul tuo seno di donna che la presenza di Dio doveva colmare di commozione o di terrore? •Perché questa calma arrogante e quel disprezzo palese per i riti del nostro culto? •Non adori il vero Dio, Lélia? •Provieni dai paesi bruciati dove si sacrifica a Brahma, o dalle rive di quei grandi fiumi senza nome presso i quali si dice che l'uomo implori gli spiriti malvagi? •perché non si conoscono né la tua famiglia, né i paesi dove sei nata. •Nessuno lo sa, e il mistero che ti circonda ci rende superstiziosi nostro malgrado!

•Tu insensibile! •tu empia! •O! •non è possibile! •Ma dimmi, per amor di Dio, cosa pure diventa, in quei momenti terribili, quell'anima, quella grande anima, in cui scorre la poesia, straripa l'entusiasmo, e il cui fuoco ci sommerge e ci trascina al di là di tutto quanto avevamo sentito? •A cosa pensavi ieri, come ti eri messa, quando stavi lì, muta e agghiacciata nel tempio, dritta come il fariseo, fissando lo sguardo su Dio senza batter ciglio, sorda agli inni sacri, insensibile all'incenso, ai fiori sfogliati, ai sospiri dell'organo, a tutta la poesia del luogo sacro? •Eppure com'era bella, quella chiesa pervasa di profumi umidi, palpitante di armonie sacre! •Come si diffondevano le fiammelle delle lampade argentee, bianche e opache nelle nubi del benzoino bruciante, mentre i bruciaprofumi di argento dorato mandavano alla volta graziose spirali di fumo odoroso! •Come si issavano leggere e raggianti le lamine d'oro del tabernacolo accarezzate dal riflesso dei ceri. •E quando il prete, quell'alto e bel prete irlandese, i cui capelli sono così neri, la cui statura è così maestosa, lo sguardo così austero e la parola così sonora, scese lentamente gli scalini dell'altare, strascicando sui tappeti il lungo mantello di velluto; quando alzò la voce triste e tagliente come il vento che soffia nella sua patria; quando ci disse, presentando l'ostensorio scintillante, quella parola così potente in bocca sua: Adoremus! •allora, Lélia, mi sentii permeato di un santissimo spavento e, buttandomi in ginocchio sul marmo, mi battei il petto e abbassai gli occhi.

•Ma il pensarti è così strettamente legato nell'anima mia a ogni gran pensiero, che mi voltai quasi subito verso di te per condividere con te quell'emozione squisita o forse, Dio mi perdoni ora, per indirizzarti la metà di queste umili adorazioni.

•Ma tu, stavi in piedi! •non hai piegato le ginocchia; non hai abbassato gli occhi! •Il tuo sguardo superbo vagava freddo e indagatore sul prete, sull'ostia, sulla folla prosternata: per te non significava niente. •Sola, unica fra noi tutti, hai rifiutato la tua preghiera al Signore. •Saresti mai una potenza al di sopra di lui?

•Orbene, Lélia, Dio mi perdoni ancora! •l'ho creduto per un momento e per poco gli ritiravo il mio omaggio per offrirlo a te. •Mi sono lasciato abbagliare e assoggettare dalla potenza che era in te. •Ahimè! •confesso di non averti mai vista così bella. •Pallida come una di quelle statue di marmo bianco che vegliano vicino ai sepolcri, non avevi più nulla di terrestre. •I tuoi occhi brillavano d'un fuoco scuro; e la tua vasta fronte, di cui avevi scostato i capelli neri, si alzava, con sublime orgoglio e genio, al di sopra della folla, al di sopra del prete, al di sopra di Dio stesso. •Quella tua profonda empietà era spaventosa e, vedendoti squadrare così lo spazio fra noi e il cielo, tutto quel che c'era là sembrava piccolo. •Ti aveva vista Milton quando descrisse così nobile e così bella la fronte folgorata del suo angelo ribelle?

•Devo dirti tutti i miei terrori? •Mi è sembrato che quando il prete in piedi, alzando il simbolo della fede sopra le nostre teste chine, ti vide davanti a lui, in piedi come lui, sola con lui sopra tutti; sì, mi è parso che il suo sguardo profondo e severo, incontrando il tuo impassibile sguardo, si sia abbassato suo malgrado. •Mi è sembrato che quel prete impallidisse, che la sua mano tremante non potesse più sostenere il calice, e che la voce gli si spegnesse nel petto. •È questo il sogno di una fantasia sconvolta, oppure lo sdegno ha proprio soffocato il ministro dell'Altissimo quando ti ha vista resistere all'ordine emanato dalla sua bocca? •Oppure, tormentato come me da una strana allucinazione, avesse creduto di vedere in te una cosa soprannaturale, una potenza richiamata in mezzo all'inferno, o una rivelazione celeste?
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Première partie — Chapitre II.
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Lélia, j’ai peur de vous.
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Plus je vous vois, et moins je vous devine.
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Vous me ballottez sur une mer d’inquiétudes et de doutes.
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Vous semblez vous faire un jeu de mes angoisses.
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Vous m’élevez au ciel, et vous me foulez aux pieds.
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Ma faible raison succombe à de telles épreuves.
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Épargnez-moi, Lélia !
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Ainsi fais-je avec vous, Lélia !
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Mais le Christ !
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Peut-on aimer Dieu comme vous faites, et détester si cruellement ses œuvres ?
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Encore une fois, d’où venez-vous, Lélia ?
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Quelle mission de salut ou de vengeance accomplissez-vous sur la terre ?
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Nul objet sur la terre n’éveillait vos sensations, vous étiez toute au ciel.
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» Ô Lélia !
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vous soupiriez après votre patrie, n’est-ce pas ?
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Mais, hélas !
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Hélas !
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pourquoi vous ai-je vue ainsi, debout, le sourcil froncé, l’air hautain, le cœur sec ?
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Pourquoi ne vous êtes-vous pas agenouillée sur les dalles moins froides que vous ?
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Pourquoi ce calme superbe et ce mépris apparent pour les rites de notre culte ?
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N’adorez-vous pas le vrai Dieu, Lélia ?
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car nous ne savons ni votre famille, ni les climats qui vous ont vue naître.
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Nul ne le sait, et le mystère qui vous environne nous rend superstitieux malgré nous !
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Vous insensible !
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vous impie !
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oh !
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cela ne se peut pas !
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Mais vous, vous étiez debout !
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vous n’avez pas plié le genou ; vous n’avez pas baissé les yeux !
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Seule, toute seule parmi nous tous, vous avez refusé votre prière au Seigneur.
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Seriez-vous donc une puissance au-dessus de lui ?
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Eh bien, Lélia, que Dieu me le pardonne encore !
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Je me suis laissé éblouir et subjuguer par la puissance qui était en vous.
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Hélas !
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il faut l’avouer, je ne vous vis jamais si belle.
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Faut-il vous dire toutes mes terreurs ?
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Première partie — Chapitre II.

Lélia, j’ai peur de vous. Plus je vous vois, et moins je vous devine. Vous me ballottez sur une mer d’inquiétudes et de doutes. Vous semblez vous faire un jeu de mes angoisses. Vous m’élevez au ciel, et vous me foulez aux pieds. Vous m’emportez avec vous dans les nuées radieuses, et puis vous me précipitez dans le noir chaos ! Ma faible raison succombe à de telles épreuves. Épargnez-moi, Lélia !

Hier, quand nous nous promenions sur la montagne, vous étiez si grande, si sublime, que j’aurais voulu m’agenouiller devant vous et baiser la trace embaumée du vos pas. Quand le Christ fut transfiguré dans une nuée d’or et sembla nager aux yeux de ses apôtres dans un fluide embrasé, ils se prosternèrent et dirent : « Seigneur, vous êtes bien le fils de Dieu ! Et puis, quand la nuée se fut évanouie et que le prophète descendit la montagne avec ses compagnons, ils se demandèrent sans doute avec inquiétude : « Cet homme qui marche avec nous, qui parle comme nous, qui va souper avec nous, est-il donc le même que nous venons de voir enveloppé de voiles de feu et tout rayonnant de l’esprit du Seigneur ? Ainsi fais-je avec vous, Lélia ! À chaque instant vous vous transfigurez devant moi, et puis vous dépouillez la divinité pour redevenir mon égale, et alors je me demande avec effroi si vous n’êtes point quelque puissance céleste, quelque prophète nouveau, le Verbe incarné encore une fois sous une forme humaine, et si vous agissez ainsi pour éprouver notre foi et connaître parmi nous les vrais fidèles !

Mais le Christ ! cette grande pensée personnifiée, ce type sublime de l’âme immatérielle, il était toujours au-dessus de la nature humaine qu’il avait revêtue. Il avait beau redevenir homme, il ne pouvait se cacher si bien qu’il ne fût toujours le premier entre les hommes. Vous, Lélia, ce qui m’effraie, c’est que, quand vous descendez de vos gloires, vous n’êtes plus même à notre niveau, vous tombez au-dessous de nous-mêmes, et vous semblez ne plus chercher à nous dominer que par la perversité de votre cœur. Par exemple, qu’est-ce donc que cette haine profonde, cuisante, inextinguible, que vous avez pour notre race ? Peut-on aimer Dieu comme vous faites, et détester si cruellement ses œuvres ? Comment accorder ce mélange de foi sublime et d’impiété endurcie, ces élans vers le ciel, et ce pacte avec l’enfer ? Encore une fois, d’où venez-vous, Lélia ? Quelle mission de salut ou de vengeance accomplissez-vous sur la terre ?

Hier, à l’heure où le soleil descendait derrière le glacier, noyé dans des vapeurs d’un rose bleuâtre, alors que l’air tiède d’un beau soir d’hiver glissait dans vos cheveux, et que la cloche de l’église jetait ses notes mélancoliques aux échos de la vallée ; alors, Lélia, je vous le dis, vous étiez vraiment la fille du ciel. Les molles clartés du couchant venaient mourir sur vous et vous entouraient d’un reflet magique. Vos yeux, levés vers la voûte bleue, où se montraient à peine quelques étoiles timides, brillaient d’un feu sacré. Moi, poète des bois et des vallées, j’écoutais le murmure mystérieux des eaux, je regardais les molles ondulations des pins faiblement agités, je respirais le suave parfum des violettes sauvages qui, au premier jour tiède qui se présente, au premier rayon ce soleil pâle qui les convie, ouvrent leurs calices d’azur sous la mousse desséchée. Mais vous, vous ne songiez point à tout cela ; ni les fleurs, ni les forêts, ni le torrent, n’appelaient vos regards. Nul objet sur la terre n’éveillait vos sensations, vous étiez toute au ciel. Et quand je vous montrai le spectacle enchanté qui s’étendait sous nos pieds, vous me dîtes, en élevant la main vers la voûte éthérée : « Regardez cela ! » Ô Lélia ! vous soupiriez après votre patrie, n’est-ce pas ? vous demandiez à Dieu pourquoi il vous oubliait si longtemps parmi nous, pourquoi il ne vous rendait pas vos ailes blanches pour monter à lui ?

Mais, hélas ! quand le froid qui commençait à souffler sur la bruyère nous eut forcés de chercher un abri dans la ville ; quand, attiré par les vibrations de cette cloche, je vous priai d’entrer dans l’église avec moi et d’assister à la prière du soir, pourquoi, Lélia, ne m’avez-vous pas quitté ? Pourquoi, vous qui pouvez certainement des choses plus difficiles, n’avez-vous pas fait descendre d’en haut un nuage pour me voiler votre face ? Hélas ! pourquoi vous ai-je vue ainsi, debout, le sourcil froncé, l’air hautain, le cœur sec ? Pourquoi ne vous êtes-vous pas agenouillée sur les dalles moins froides que vous ? Pourquoi n’avez-vous pas croisé vos mains sur ce sein de femme que la présence de Dieu aurait dû remplir d’attendrissement ou de terreur ? Pourquoi ce calme superbe et ce mépris apparent pour les rites de notre culte ? N’adorez-vous pas le vrai Dieu, Lélia ? Venez-vous des contrées brûlantes où l’on sacrifie à Brama, ou des bords de ces grands fleuves sans nom où l’homme implore, dit-on, l’esprit du mal ? car nous ne savons ni votre famille, ni les climats qui vous ont vue naître. Nul ne le sait, et le mystère qui vous environne nous rend superstitieux malgré nous !

Vous insensible ! vous impie ! oh ! cela ne se peut pas ! Mais dites-moi, au nom du ciel, que devient donc, à ces heures terribles, cette âme, cette grande âme, où la poésie ruisselle, où l’enthousiasme déborde, et dont le feu nous gagne et nous entraîne au delà de tout ce que nous avions senti ? À quoi songiez-vous hier, qu’aviez-vous fait de vous-même, quand vous étiez là, muette et glacée dans le temple, debout comme le pharisien, mesurant Dieu sans trembler, sourde aux saints cantiques, insensible à l’encens, aux fleurs effeuillées, aux soupirs de l’orgue, à toute la poésie du saint lieu ? Et comme elle était belle, pourtant, cette église imprégnée d’humides parfums, palpitante d’harmonies sacrées ! Comme la flamme des lampes d’argent s’exhalait blanche et mate dans les nuages d’opale du benjoin embrasé, tandis que les cassolettes de vermeil envoyaient à la voûte les gracieuses spirales d’une fumée odorante ! Comme les lames d’or du tabernacle s’enlevaient légères et rayonnantes sous le reflet des cierges ! Et quand le prêtre, ce grand et beau prêtre irlandais, dont les cheveux sont si noirs, dont la taille est si majestueuse, le regard si austère et la parole si sonore, descendit lentement les degrés de l’autel, traînant sur les tapis son long manteau de velours ; quand il éleva sa grande voix, triste et pénétrante comme les vents qui soufflent dans sa patrie ; quand il nous dit, en nous présentant l’ostensoir étincelant, ce mot si puissant dans sa bouche : Adoremus ! alors, Lélia, je me sentis pénétré d’une sainte frayeur, et, me jetant à genoux sur le marbre, je frappai ma poitrine et je baissai les yeux.

Mais votre pensée est si intimement liée dans mon âme à toutes les grandes pensées, que je me retournai presque aussitôt vers vous pour partager avec vous cette émotion délicieuse, ou peut-être, que Dieu maintenant me le pardonne, pour vous adresser la moitié de ces humbles adorations.

Mais vous, vous étiez debout ! vous n’avez pas plié le genou ; vous n’avez pas baissé les yeux ! Votre regard superbe s’est promené froid et scrutateur sur le prêtre, sur l’hostie, sur la foule prosternée : rien de tout cela ne vous a parlé. Seule, toute seule parmi nous tous, vous avez refusé votre prière au Seigneur. Seriez-vous donc une puissance au-dessus de lui ?

Eh bien, Lélia, que Dieu me le pardonne encore ! pendant un moment je l’ai cru et j’ai failli lui retirer mon hommage pour vous l’offrir. Je me suis laissé éblouir et subjuguer par la puissance qui était en vous. Hélas ! il faut l’avouer, je ne vous vis jamais si belle. Pâle comme une des statues de marbre blanc qui veillent auprès des tombeaux, vous n’aviez plus rien de terrestre. Vos yeux brillaient d’un feu sombre ; et votre vaste front, dont vous aviez écarté vos cheveux noirs, s’élevait, sublime d’orgueil et de génie, au-dessus de la foule, au-dessus du prêtre, au-dessus de Dieu même. Cette profondeur d’impiété était effrayante, et, à vous voir ainsi toiser du regard l’espace qui est entre nous et le ciel, tout ce qui était là se sentait petit. Milton vous avait-il vue quand il fit si noble et si beau le front foudroyé de son ange rebelle ?

Faut-il vous dire toutes mes terreurs ? Il m’a semblé qu’à l’instant où le prêtre debout, élevant le symbole de la foi sur nos têtes inclinées, vous vit devant lui, debout comme lui, seule avec lui au-dessus de tous ; oui, il m’a semblé qu’alors son regard profond et sévère, rencontrant votre impassible regard, s’est baissé malgré lui. Il m’a semblé que ce prêtre pâlissait, que sa main tremblante ne pouvait plus soutenir le calice, et que sa voix s’éteignait dans sa poitrine. Est-ce là un rêve de mon imagination troublée, ou bien en effet l’indignation a-t-elle suffoqué le ministre du Très-Haut lorsqu’il vous a vue ainsi résister à l’ordre émané de sa bouche ? Ou bien, tourmenté comme moi par une étrange hallucination, a-t-il cru voir en vous quelque chose de surnaturel, une puissance évoquée du sein de l’abîme, ou une révélation envoyée du ciel ?