INCONTRO DI VECCHI AMICI - Italo Svevo
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Roberto Erlis was born into a good—though not wealthy—family. He had reached and passed his thirtieth year, holding a rather humble position. Then—as he was fond of saying—he got angry; he cast aside his whims and dreams and threw himself into the business world with the resolve of a man determined not to waste a moment. He made good deals—initially thanks to sheer good fortune, and later through a deliberate, practical shrewdness. All in all, he became a millionaire through a succession of deals, each of which left him with the distinct impression that he hadn't been quite astute enough. It stands to reason that, with such an insatiable taskmaster driving him, he was bound to go far. He married, acquired horses and a sumptuously furnished home, and felt as though he had solved the riddle of his life. It is well known that wealth itself does not solve such a riddle; yet the *pursuit* of wealth—and the satisfaction of success—can fill even the emptiest of lives.

By the age of forty, he had also solved the problem of how to earn ever-increasing sums while working less and less. He commanded a staff of employees who carried out his orders. It was not out of laziness that he had ceased personally reviewing his correspondence and accounts, but rather out of the conviction that getting bogged down in details would cloud his vision of the myriad opportunities opening up before him in the marketplace. In his youth, he had dreamed of philosophy and literature. Now, he dreamed of business, but he turned those dreams into reality immediately. People generally fail to grasp how a true dreamer can evolve into a great man of business. The risk resides in the dream, while the solid substance belongs to reality. Thus, by dreaming, one can better perceive and anticipate the risks—and thereby avoid them. Erlis was spared the harsh lessons of reality. He had dreamed of ruin too many times ever to have to suffer it in earnest. Even certain habits of a man of letters proved useful to him. One discovers business opportunities in a price list just as one discovers ideas in a dictionary. Moreover, if one aspires for a long time to create a masterpiece, one inevitably acquires the habits of an ant—and those habits are highly useful in business.

He often walked alone, as he once did while chasing images. His beautiful wife was a sweet companion who enjoyed hearing about his work. True to literary form, he seldom spoke the exact truth; his business stories were thus far from tedious. By retelling them, he relived them, and after embellishing details for his wife, he would hurry to address issues anew, gaining greater understanding. But I do not mean to describe his success. My point is simply this: once very poor, he is now very wealthy and delighted in it. Transformative success brings enduring, renewed joy. This joy is renewed at every turn. For Erlis, this joy was renewed whenever he could look down upon people whose greeting he had once coveted; whenever he saw an old friend—who had previously considered himself his equal or superior—appear before him as a humble petitioner. Erlis gave generously to charity, yet sought no publicity whatsoever for his deeds. It was, for him, a way of savoring his own success all the more deeply. He would lend money to his old, impoverished friends without ever asking for a receipt. This generous gesture underscored and accentuated the magnitude of his success.

He had a child whom he loved very much, yet whom he looked after very little. Having transformed into a businessman, he still retained the egotism of a man of letters. He had no time for others—nor could he be reproached for this, for he was kind to everyone. He had formulated certain ideas regarding freedom for his wife and son—ideas which absolved him from intervening too intimately in their destinies. He saw the child once a day. He could not tolerate the child playing near him, for his thoughts were disrupted by the unruly noises of childhood. He loved his son, wishing him every possible good, while entrusting his careful supervision, care, and education entirely to others.

Erlis had retained another habit of the old-time man of letters. He walked the streets a great deal. His thoughts loved the rhythm of his stride: in this way, they were propelled and restrained, and better analyzed.

Un giorno, in Corso guardava distrattamente intorno a sé e calcolava come il prezzo di certi imballaggi in certi istanti modificavano il prezzo di una merce. Egli ritirava certe merci in vagone, le faceva imballare sul posto e le riesportava. Ora l’imballaggio era aumentato ma ciò non poteva avere altra conseguenza che di spingerlo alla ricerca di un utile maggiore ed egli sorrideva vagamente al suo utile e al suo successo.

«Tu a Trieste?» gli disse qualcuno ch’egli aveva forse guardato ma non ravvisato. Lo riconobbe: Il vecchio Miller. Non lo aveva visto forse da dieci anni. Eppure erano stati molto intimi molti anni prima quando Erlis era un ragazzo e il vecchio che ora doveva contare oltre i 70 anni un uomo molto maturo. Miller era il padre di un cognato di Erlis. La sorella di Erlis era morta giovanissima di parto lasciando una bambina che pochi anni appresso era morta anch’essa di difterite. Il vedovo abbandonò la città, si sposò un’altra volta e cosí avvenne un totale distacco fra le due famiglie quando i genitori di Erlis erano ancora vivi. Anche il vecchio Miller doveva aver passato parecchi anni lontano da Trieste in casa del figliuolo. Un po’ bizzarro ed esigente — come Erlis aveva appreso da certi amici comuni — il vecchio non aveva saputo andare d’accordo con la nuora ed era ritornato a Trieste ove viveva di una pensione non grande ma sufficiente ai suoi bisogni. I Miller erano stati importanti nella vita giovanile di Erlis. Quel vecchio da uomo pratico lo aveva qualche volta stimolato ad abbandonare i suoi sogni di letteratura e dedicarsi alla vita pratica. Anche il giovine cognato lo aveva spinto a maggiore serietà nella vita. Egli aveva tollerato le loro istruzioni che allora credeva sbagliate sapendo che lo amavano. Dal canto suo egli li aveva assistiti fraternamente nelle loro tante disgrazie. L’ultima, la morte della bambina aveva fatta un’enorme impressione ad Erlis e l’aveva descritta ed analizzata piú volte in certi abbozzi di novelle che non aveva mai terminate e che giacevano tuttavia indistrutte in un suo cassetto la cui esistenza era ignorata persino dalla moglie. In allora non si era conosciuto ancora il medicinale potente che oramai rende tanto meno pericolosa la difterite e non si era ancora trovato il modo di rendere possibile la respirazione all’ammalato senza imprender quella grave operazione della tracheotomia. La bambina mezza soffocata aveva dovuto attendere per delle ore l’arrivo del medico. Il vecchio Miller correva per la città urlando come un pazzo: Otteneva la promessa che il medico sarebbe venuto subito e ritornava a casa nella speranza di trovare che la bambina si sarebbe riavuta da sé. Non sopportava di vederla in quello stato e ritornava a destare qualche altro medico. Finalmente alle due di notte l’operazione fu fatta ed Erlis tenne in braccio la bambina mentre le aprivano il collo. Subito la piccola condannata si riebbe e sorrise allo zio. Aveva sei anni e avendo vissuto sempre in compagnia degli adulti che per lei vivevano era un po’ chiacchierina e donnicciuola veramente precoce. Ora non poteva parlare essendo stata resa afona dall’operazione e quella sofferenza muta e composta non fu piú dimenticata da Erlis. Morí alla mattina con una smorfia che poteva aver voluto essere un sorriso o un pianto. Poi Erlis aveva fatta buona compagnia al vecchio e al cognato e aveva pianto con loro.

La vita era passata su tutto ciò ed oramai fra lui e i Miller non v’era piú alcun punto di contatto. Tuttavia trovandosi dinanzi al vecchio Erlis provò una lieve emozione: Non ricordava molto il vecchio ma vedendolo ricordava se stesso come era stato in altra epoca. Ricordava la propria gioventú.

Il vecchio parve commosso di rivederlo e ad Erlis riuscí facile di aver un aspetto simile. Si strinsero lungamente la mano e si guardarono negli occhi. L’età aveva veramente imperversato su quell’organismo altre volte tanto solido. Era piccolo e straordinariamente esile mentre anni prima era stato piuttosto forte. Aveva il viso dalla pelle asciutta e solcata e gli occhi un po’ troppo umidi. La grande età è una malattia che provoca piú di tutte la nostra compassione e Erlis dimenticò la quistione che tanto lo preoccupava del rapporto fra la sua merce e l’imballaggio.

Camminarono uno accanto all’altro. Il vecchio aveva raccontato di aver avute buone notizie dal figliuolo e s’informava: «Ti sei sposato: Quanti bambini hai?». Eppoi tutt’ad un tratto un po’ sardonico: «E la letteratura?». Erlis sorrise. La letteratura non gli doleva piú. Raccontò con modestia voluta dei suoi affari lagnandosi di aver troppo da fare. La sua firma non portava il suo nome ed egli lo disse al vecchio che essendo stato commerciante ne capí subito l’importanza e diede un balzo. «Tu sei il proprietario di quella firma?» L’ammirazione era evidente ed Erlis l’assaporò. Cosí ritrovò facilmente l’antico affetto e camminarono lungamente insieme. Il vecchio si lagnò della nuora che lo aveva allontanato dal suo figliuolo. Viveva ora solo della piccola pensione che i suoi antichi principali gli avevano assegnata. Il figliuolo lo aiutava abbondantemente.

Si era di festa ma tuttavia Erlis fu fermato sulla via da amici d’affari. Li congedava dopo di aver risposto con sicurezza alle domande che gli erano rivolte. Il vecchio evidentemente lo ammirava. «Sei divenuto un vero uomo tu!» esclamò. «Se tuo padre ti vedesse come se ne compiacerebbe.» Anche Erlis sembrò di credere che il defunto suo padre si sarebbe compiaciuto nello scoprire nel figliuolo un tale uomo d’affari. Veramente, negli ultimi anni, il vecchio Erlis s’era lasciato convincere dalle ambizioni di Roberto ed aveva sperato di vederlo conquistarsi un grande nome nelle belle lettere. Ma da quel buon morto ch’era non protestava e Miller certo parlava in buona fede. Eppoi non v’era dubbio che al vecchio Erlis sarebbe bastato di sentire che Roberto era un uomo forte. La riuscita era l’importante e in qualunque campo sia. Avevano cosí parlato di tutto quello che li legava e ciò bastava per riannodare i nodi che la stessa vita aveva annodati e sciolti. Il vecchio gli dava del “tu” e ritornato alle abitudini puerili egli continuava a dare del “lei” al vecchio amico. Né l’uno né l’altro s’accorgeva della stranezza del costume. Eppure ambedue sapevano che il forte fra di loro era il solo Erlis. Miller era stato un buon impiegato ed ora percepiva una rendita che — come diceva lui — gli bastava. Aveva lavorato tutta la sua vita diretto e sfruttato dagli altri e solo nei piú tardi anni aveva rimpianto d’essere stato troppo debole e inerte. Stavano per dividersi quando Erlis ebbe una idea. «Perché non verrebbe a pranzo da me?» Il vecchio esitò. Lo aspettavano a pranzo dalla cosidetta sua padrona, quella cioè che gli dava a fitto la stanza e gli faceva da pranzo. Poi accettò. Erlis era molto insistente e al vecchio venne la curiosità di conoscere quella casa del giovine suo amico ch’egli considerava quale un milionario. Si andò al centro della città. Erlis amava di non perdere del tempo per recarsi ai suoi affari.
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Roberto Erlis era nato di buona ma non ricca famiglia.
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Aveva raggiunto e oltrepassato il trentesimo anno d’età in posizione piuttosto umile.
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Si capisce che con un maestro talmente incontentabile egli doveva arrivare lungi.
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A 40 anni egli aveva sciolto anche il problema di guadagnare sempre di piú lavorando di meno.
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Aveva un corpo d’impiegati che eseguivano i suoi ordini.
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In passato egli aveva sognato filosofia e letteratura.
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Ora sognava affari ma li realizzava subito.
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Non si ha generalmente l’idea come un buon sognatore possa divenire un grande uomo d’affari.
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Il rischio resta nel sogno e il sodo viene nella realtà.
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Cosí sognando il rischio lo si vede e prevede meglio e lo si evita.
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Erlis non ebbe le dure lezioni della realtà.
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Sognò la rovina troppe volte per aver a subirla.
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Anche certe abitudini di letterato gli furono utili.
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Nel listino si scoprono gli affari come nel vocabolario le idee.
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Camminava molto solo le vie come quando correva dietro alle immagini.
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Aveva nella bellissima moglie una dolce compagna che amava sentirlo parlare dei suoi affari.
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Ma non è del suo successo che voglio parlare.
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Volevo soltanto dire che essendo stato molto povero era ora molto ricco e che se ne compiaceva.
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Questa gioia si rinnova ad ogni tratto.
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Erlis faceva abbondanti carità senz’affatto ricercare la pubblicità.
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Era un modo di sentire meglio la sua riuscita.
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Prestava dei denari ai suoi vecchi amici poveri senza domandare alcuna ricevuta.
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Il gesto generoso sottolineava ed accentuava il suo successo.
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Aveva un bambino di cui s’occupava poco ma che amava molto.
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Mutatosi in uomo d’affari gli era rimasto l’egotismo del letterato.
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Egli vedeva il bambino una volta al giorno.
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Erlis aveva conservato un’altra abitudine dell’antico letterato.
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Camminava molto le vie.
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Lo riconobbe: Il vecchio Miller.
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Non lo aveva visto forse da dieci anni.
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Miller era il padre di un cognato di Erlis.
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I Miller erano stati importanti nella vita giovanile di Erlis.
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Anche il giovine cognato lo aveva spinto a maggiore serietà nella vita.
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Subito la piccola condannata si riebbe e sorrise allo zio.
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Ricordava la propria gioventú.
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Si strinsero lungamente la mano e si guardarono negli occhi.
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Camminarono uno accanto all’altro.
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Eppoi tutt’ad un tratto un po’ sardonico: «E la letteratura?».
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Erlis sorrise.
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La letteratura non gli doleva piú.
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Il figliuolo lo aiutava abbondantemente.
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Il vecchio evidentemente lo ammirava.
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«Sei divenuto un vero uomo tu!» esclamò.
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La riuscita era l’importante e in qualunque campo sia.
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Né l’uno né l’altro s’accorgeva della stranezza del costume.
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Eppure ambedue sapevano che il forte fra di loro era il solo Erlis.
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Stavano per dividersi quando Erlis ebbe una idea.
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«Perché non verrebbe a pranzo da me?» Il vecchio esitò.
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Poi accettò.
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Si andò al centro della città.
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Erlis amava di non perdere del tempo per recarsi ai suoi affari.
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Roberto Erlis era nato di buona ma non ricca famiglia. Aveva raggiunto e oltrepassato il trentesimo anno d’età in posizione piuttosto umile. Poi — come soleva dire lui — s’era arrabbiato, aveva abbandonato ubbie e sogni e s’era gettato nella vita degli affari con la risolutezza di chi non vuol perdere tempo. Fece degli affari buoni da prima dovuti ad una bella fortuna e piú tardi ad un’astuzia voluta e pratica. In complesso egli divenne milionario a forza d’affari di cui ognuno gli dava l’impressione di non essere stato abbastanza accorto. Si capisce che con un maestro talmente incontentabile egli doveva arrivare lungi. Si sposò, possedette dei cavalli, una casa sontuosamente arredata e gli parve di aver sciolto il problema della sua vita. Si sa che la ricchezza non scioglie un problema simile ma la conquista della ricchezza e la soddisfazione del successo sanno riempire la vita piú vuota.

A 40 anni egli aveva sciolto anche il problema di guadagnare sempre di piú lavorando di meno. Aveva un corpo d’impiegati che eseguivano i suoi ordini. Non era per poltroneria che aveva abbandonato l’uso di rivedere lui stesso la sua corrispondenza e la sua contabilità ma la convinzione che l’occuparsi di un dettaglio gli toglieva la visione di tutte le possibilità che per lui s’aprivano sul mercato. In passato egli aveva sognato filosofia e letteratura. Ora sognava affari ma li realizzava subito. Non si ha generalmente l’idea come un buon sognatore possa divenire un grande uomo d’affari. Il rischio resta nel sogno e il sodo viene nella realtà. Cosí sognando il rischio lo si vede e prevede meglio e lo si evita. Erlis non ebbe le dure lezioni della realtà. Sognò la rovina troppe volte per aver a subirla. Anche certe abitudini di letterato gli furono utili. Nel listino si scoprono gli affari come nel vocabolario le idee. Eppoi volendo lungamente attentare al capolavoro ci si abitua certamente alle abitudini della formica e quelle sono molto utili negli affari.

Camminava molto solo le vie come quando correva dietro alle immagini. Aveva nella bellissima moglie una dolce compagna che amava sentirlo parlare dei suoi affari. Da buon letterato egli non diceva mai la precisa verità e perciò l’esposizione dei suoi affari era meno noiosa. Parlandone egli li rivedeva ancora una volta e spesso, dopo di averli svisati con la moglie, correva a correggerli avendoli capiti meglio. Ma non è del suo successo che voglio parlare. Volevo soltanto dire che essendo stato molto povero era ora molto ricco e che se ne compiaceva. Non è da credersi che un successo che cambia la vita di una persona dia una gioia di piccola durata. Questa gioia si rinnova ad ogni tratto. Per Erlis la gioia si rinnovava ogni qualvolta poteva salutare dall’alto in basso delle persone delle quali in passato aveva ambito il saluto; ogni qualvolta si vedeva capitare quale petente umile un amico che in passato s’era creduto suo uguale o superiore. Erlis faceva abbondanti carità senz’affatto ricercare la pubblicità. Era un modo di sentire meglio la sua riuscita. Prestava dei denari ai suoi vecchi amici poveri senza domandare alcuna ricevuta. Il gesto generoso sottolineava ed accentuava il suo successo.

Aveva un bambino di cui s’occupava poco ma che amava molto. Mutatosi in uomo d’affari gli era rimasto l’egotismo del letterato. Non aveva tempo per altri e non poteva derivargliene un rimprovero perché egli era buono con tutti. Aveva elaborato delle idee di libertà per sua moglie e per suo figlio per le quali era esonerato d’intervenire troppo intimamente nel loro destino. Egli vedeva il bambino una volta al giorno. Non tollerava che giuocasse accanto a lui perché le sue idee erano turbate dai rumori puerili incomposti. Amava il figlio augurandogli tutto il bene possibile facendolo accuratamente sorvegliare e curare ed istruire dagli altri.

Erlis aveva conservato un’altra abitudine dell’antico letterato. Camminava molto le vie. Il suo pensiero amava il ritmo del passo: Cosí era spinto e trattenuto e meglio analizzato.

Un giorno, in Corso guardava distrattamente intorno a sé e calcolava come il prezzo di certi imballaggi in certi istanti modificavano il prezzo di una merce. Egli ritirava certe merci in vagone, le faceva imballare sul posto e le riesportava. Ora l’imballaggio era aumentato ma ciò non poteva avere altra conseguenza che di spingerlo alla ricerca di un utile maggiore ed egli sorrideva vagamente al suo utile e al suo successo.

«Tu a Trieste?» gli disse qualcuno ch’egli aveva forse guardato ma non ravvisato. Lo riconobbe: Il vecchio Miller. Non lo aveva visto forse da dieci anni. Eppure erano stati molto intimi molti anni prima quando Erlis era un ragazzo e il vecchio che ora doveva contare oltre i 70 anni un uomo molto maturo. Miller era il padre di un cognato di Erlis. La sorella di Erlis era morta giovanissima di parto lasciando una bambina che pochi anni appresso era morta anch’essa di difterite. Il vedovo abbandonò la città, si sposò un’altra volta e cosí avvenne un totale distacco fra le due famiglie quando i genitori di Erlis erano ancora vivi. Anche il vecchio Miller doveva aver passato parecchi anni lontano da Trieste in casa del figliuolo. Un po’ bizzarro ed esigente — come Erlis aveva appreso da certi amici comuni — il vecchio non aveva saputo andare d’accordo con la nuora ed era ritornato a Trieste ove viveva di una pensione non grande ma sufficiente ai suoi bisogni. I Miller erano stati importanti nella vita giovanile di Erlis. Quel vecchio da uomo pratico lo aveva qualche volta stimolato ad abbandonare i suoi sogni di letteratura e dedicarsi alla vita pratica. Anche il giovine cognato lo aveva spinto a maggiore serietà nella vita. Egli aveva tollerato le loro istruzioni che allora credeva sbagliate sapendo che lo amavano. Dal canto suo egli li aveva assistiti fraternamente nelle loro tante disgrazie. L’ultima, la morte della bambina aveva fatta un’enorme impressione ad Erlis e l’aveva descritta ed analizzata piú volte in certi abbozzi di novelle che non aveva mai terminate e che giacevano tuttavia indistrutte in un suo cassetto la cui esistenza era ignorata persino dalla moglie. In allora non si era conosciuto ancora il medicinale potente che oramai rende tanto meno pericolosa la difterite e non si era ancora trovato il modo di rendere possibile la respirazione all’ammalato senza imprender quella grave operazione della tracheotomia. La bambina mezza soffocata aveva dovuto attendere per delle ore l’arrivo del medico. Il vecchio Miller correva per la città urlando come un pazzo: Otteneva la promessa che il medico sarebbe venuto subito e ritornava a casa nella speranza di trovare che la bambina si sarebbe riavuta da sé. Non sopportava di vederla in quello stato e ritornava a destare qualche altro medico. Finalmente alle due di notte l’operazione fu fatta ed Erlis tenne in braccio la bambina mentre le aprivano il collo. Subito la piccola condannata si riebbe e sorrise allo zio. Aveva sei anni e avendo vissuto sempre in compagnia degli adulti che per lei vivevano era un po’ chiacchierina e donnicciuola veramente precoce. Ora non poteva parlare essendo stata resa afona dall’operazione e quella sofferenza muta e composta non fu piú dimenticata da Erlis. Morí alla mattina con una smorfia che poteva aver voluto essere un sorriso o un pianto. Poi Erlis aveva fatta buona compagnia al vecchio e al cognato e aveva pianto con loro.

La vita era passata su tutto ciò ed oramai fra lui e i Miller non v’era piú alcun punto di contatto. Tuttavia trovandosi dinanzi al vecchio Erlis provò una lieve emozione: Non ricordava molto il vecchio ma vedendolo ricordava se stesso come era stato in altra epoca. Ricordava la propria gioventú.

Il vecchio parve commosso di rivederlo e ad Erlis riuscí facile di aver un aspetto simile. Si strinsero lungamente la mano e si guardarono negli occhi. L’età aveva veramente imperversato su quell’organismo altre volte tanto solido. Era piccolo e straordinariamente esile mentre anni prima era stato piuttosto forte. Aveva il viso dalla pelle asciutta e solcata e gli occhi un po’ troppo umidi. La grande età è una malattia che provoca piú di tutte la nostra compassione e Erlis dimenticò la quistione che tanto lo preoccupava del rapporto fra la sua merce e l’imballaggio.

Camminarono uno accanto all’altro. Il vecchio aveva raccontato di aver avute buone notizie dal figliuolo e s’informava: «Ti sei sposato: Quanti bambini hai?». Eppoi tutt’ad un tratto un po’ sardonico: «E la letteratura?». Erlis sorrise. La letteratura non gli doleva piú. Raccontò con modestia voluta dei suoi affari lagnandosi di aver troppo da fare. La sua firma non portava il suo nome ed egli lo disse al vecchio che essendo stato commerciante ne capí subito l’importanza e diede un balzo. «Tu sei il proprietario di quella firma?» L’ammirazione era evidente ed Erlis l’assaporò. Cosí ritrovò facilmente l’antico affetto e camminarono lungamente insieme. Il vecchio si lagnò della nuora che lo aveva allontanato dal suo figliuolo. Viveva ora solo della piccola pensione che i suoi antichi principali gli avevano assegnata. Il figliuolo lo aiutava abbondantemente.

Si era di festa ma tuttavia Erlis fu fermato sulla via da amici d’affari. Li congedava dopo di aver risposto con sicurezza alle domande che gli erano rivolte. Il vecchio evidentemente lo ammirava. «Sei divenuto un vero uomo tu!» esclamò. «Se tuo padre ti vedesse come se ne compiacerebbe.» Anche Erlis sembrò di credere che il defunto suo padre si sarebbe compiaciuto nello scoprire nel figliuolo un tale uomo d’affari. Veramente, negli ultimi anni, il vecchio Erlis s’era lasciato convincere dalle ambizioni di Roberto ed aveva sperato di vederlo conquistarsi un grande nome nelle belle lettere. Ma da quel buon morto ch’era non protestava e Miller certo parlava in buona fede. Eppoi non v’era dubbio che al vecchio Erlis sarebbe bastato di sentire che Roberto era un uomo forte. La riuscita era l’importante e in qualunque campo sia. Avevano cosí parlato di tutto quello che li legava e ciò bastava per riannodare i nodi che la stessa vita aveva annodati e sciolti. Il vecchio gli dava del “tu” e ritornato alle abitudini puerili egli continuava a dare del “lei” al vecchio amico. Né l’uno né l’altro s’accorgeva della stranezza del costume. Eppure ambedue sapevano che il forte fra di loro era il solo Erlis. Miller era stato un buon impiegato ed ora percepiva una rendita che — come diceva lui — gli bastava. Aveva lavorato tutta la sua vita diretto e sfruttato dagli altri e solo nei piú tardi anni aveva rimpianto d’essere stato troppo debole e inerte. Stavano per dividersi quando Erlis ebbe una idea. «Perché non verrebbe a pranzo da me?» Il vecchio esitò. Lo aspettavano a pranzo dalla cosidetta sua padrona, quella cioè che gli dava a fitto la stanza e gli faceva da pranzo. Poi accettò. Erlis era molto insistente e al vecchio venne la curiosità di conoscere quella casa del giovine suo amico ch’egli considerava quale un milionario. Si andò al centro della città. Erlis amava di non perdere del tempo per recarsi ai suoi affari.