I Capolavori di Arturo Martini nella mostra al Museo Bailo di Treviso
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Trente ans après la dernière grande exposition à Trevise et 75 ans après la première, le musée Bailo, sous la direction des commissaires Fabrizio Malachin et Nino Stringa, propose une nouvelle rétrospective sur Arturo Martini intitulée «Arturo Martini, les chefs d'œuvre» : une exposition jamais tentée jusqu'alors qui regroupe ces œuvres, pour employer les mots de Martini, qui «pèsent des tonnes et paraissent légères comme une plume». Ce sera pour le public une occasion incontournable de parcourir toutes les phases de la production artistique du sculpteur de Trévise et pour les chercheurs de faire un nouveau point sur les études martiniennes, mettant en évidence le rôle et la modernité de Martini dans la sculpture européenne du XXe siècle. Martini est un invité permanent au musée Bailo, grâce à la vaste collection de ses œuvres qui sont au patrimoine du musée, et qui partent de la production de jeunesse jusqu'à la maturité de l'artiste. Une œuvre de Martini, l'Adam et Eve aux dimensions monumentales, fait office de carte de visite du Bailo, grâce à une paroi vitrée qui la laisse entrevoir, même aux passants les plus distraits sur la voie publique. C'est un chef d'œuvre que Trévise a pu s'offrir grâce à une souscription publique lancée en 1993, il y juste trente ans. Cette exposition grandiose s'articule en cinq sections.

Le parcours débute par la section permanente que le Bailo réserve au sculpteur. On y retrace les années de formation, marquées par l'influence de maîtres tels que Giorgio Martini (le père d'Alberto, le peintre déjà célèbre) et Antonio Carlini. Peu après on trouve les premières expositions à Trévise et à Venise et les premières distinctions. Puis le long séjour à Munich et l'influence de Paris. Les sculptures, avec des œuvres en plâtre et en ciment telles que Maternité, Allégorie de la mer et Allégorie de la terre sont accompagnées par l'importante expérience graphique et celle de la céramique, pour laquelle il collabora justement avec le céramiste Gregorj.

La suite de la grande exposition est organisée par gros plans dans le but de magnifier Martini à travers ses grands chefs d'œuvres (deuxième section). Comme lors de l'exposition de 1967, seront disposés à l'entrée le Lion de Monterosso - Chimère, e le Fils prodigue choisi comme emblème de l'exposition. La configuration du musée permet de réserver chaque salle à un focus bien défini autour d'un chef-d'œuvre particulier. Citons comme exemple la salle réservée à la Femme nageant sous l'eau, à qui sera consacré un focus particulier. Sera également présenté auprès du marbre le bronze "préparatoire", tandis que les technologies multimédias donneront l'illusion d'une entrée sous l'eau. Une salle fascinante et inattendue sera dédiée à la confrontation entre La Pisane et la Femme au soleil. Deux nus de femme formant une mélodie harmonique, le jour et la nuit, rapprochées pour la première fois dans une installation. Deux œuvres qui sont une expression sublime de ce tourbillon de sensualité et de grâce, d'insolence et de séduction, qui avaient tellement conquis et fasciné Martini. Et voici encore Tobiolo, une œuvre qui a récolté pour la première fois l'applaudissement unanime à Milan, Venise, Paris. Publié en première page du "Corriere della Sera" du 17 mai 1935, il marque une sorte de consécration dans la carrière de Martini. Associé au Tobiolo serrant un poisson dans ses mains on verra le plus tardif Tobiolo "Gianquinto" qui présente une base iconographique innovante, en ligne avec les réalisations de la Plongeuse et du Boxeur au repos.
Et encore, la monumentale Epouse heureuse de 1930, présentée pour la première fois à la Quadriennale de Rome et jamais exposée depuis 30 ans : un geste de jubilation dans une allégresse de formes, d'ornements, de protubérances pour souligner la joie et la gaîté.
D'autres espaces seront réservés à d'autres chef-d'œuvre monumentaux, comme le Buveur, Jeune homme assis (quelques unes des grandes terres cuites de Martini, d'une rare puissance expressive), La veille etc. Les nouveautés ne manqueront pas, des œuvres jamais vues, comme le gigantesque Sacré Cœur (3,20 m de haut), la première sculpture à thème sacré exécutée par le sculpteur. Le plâtre, modelé en 1929 quand l'auteur se trouvait à Monza occupé à l'église de Vado Ligure, a été refusé car jugé incompatible avec les canons traditionnels de l'art sacré ; jalousement conservé dans sa maison-musée, il sera exposé pour la première fois.
Altro gesso assicurato in mostra dalle grandi proporzioni (2,5 metri di altezza) ed esposta nella lontana mostra del 1967 è La Sposa Felice. Comparve per la prima volta alla I Quadriennale di Roma, quella vinta da Martini, è un tripudio di ornamenti, pizzi, rigonfiamento di tessuti. Celebre perché lo scultore stesso (ecco il genio e la pazzia assieme) scalpellò via il volto. Quasi per celebrare l’ultima grande monografica, quella del 1967, ecco il celebre Tito Livio – il marmo è nell’atrio del Liviano a Padova – sarà in mostra grazie al calco realizzato per quella mostra trevigiana: il gesso recuperato e restaurato sarà affiancato per la prima volta dal suo bozzetto preparatorio.
Molti altri capolavori completeranno questa ampia sezione che occuperà tutto il piano terra del museo, un itinerario fisico sviluppato sugli spazi attorno ai due recuperati antichi chiostri rinascimentali.

La terza sezione sarà interamente riservata alle maioliche, sculture di piccolo formato che documentano la grandezza e la creatività di Martini. Opere minori solo in apparenza: esse esprimono tutta la tenacia e la curiosità con cui l’artista ha sperimentato ogni materiale possibile e fungono da laboratorio per rielaborazioni successive. Una sezione nella sezione sarà dedicata ai pezzi unici modellati e maiolicati presso l’ILCA di Nervi ed esposti nella personale di Monza. È l’affermazione dello scultore-ceramista che realizza opere a sé, staccandosi dalla ‘dipendenza’ delle logiche industriali. ‘Piccoli’ capolavori dove non manca invenzione, armonia e anche ironia. Tra questi: Donna sdraiata, La fuga degli amanti, L’esploratore, Visita al prigioniero, Briganti, fino alla serie di animali dove spiccano poche pennellate di contrasto.
Accanto alle commissioni monumentali Martini si applica, quasi per contrasto, alla creatività in opere di più piccolo formato. La riflessione sull’antico, dopo la visita a Napoli, lo portò a Blevio sul lago di Como a creare in poche settimane una serie di capolavori in gesso dove lo studio sulla costruzione e il movimento della figura portano a soluzioni antitetiche rispetto a quelle monumentali. Ricerche e sperimentazioni, in opere come Centomestrista, Morte di Saffo, Salomone, Laocoonte, Ratto delle Sabine, Susanna, Amazzoni spaventate eccetera, che nella terza sezione consentono di raccontare l’artista in costante ricerca, capace di ispirarsi continuamente e rielaborare in modo del tutto personale.

A Martini pittore è dedicata la quarta sezione. Ad evidenziare come disegno, grafica e pittura siano tracce di una ricerca parallela e complementare alla scultura, evidente nelle cheramografie (termine da lui inventato per stampe da matrici di “sfoglia” d’argilla) degli anni di Ca’ Pesaro e nella grafica “neomedievale” di soggetto religioso, a cui è dedicata anche una sezione della permanente, per l’occasione integrata da opere mai prima presentate in una mostra che riveleranno un aspetto inedito di Martini.

A concludere il percorso è la sezione quinta “La maturità nei capolavori del Bailo”, con una scelta di capolavori sorprendente ed eccezionale. Le prime sale sono dedicate a I bronzi degli anni ’20, piccola plastica e rilievi degli anni ’20, disegno, grafica e pittura. È alla luce del chiostro del Museo, in uno spazio silenzioso e sospeso, che si compie uno dei più poetici capolavori di Martini, La Venere dei porti, in una dimensione che ha a che fare col senso dell’attesa, della solitudine e della noia racchiusi nel malinconico nudo di una donna che aspetta “l’Amore”. Acquisita dal Comune nel 1933 (90 anni fa), è una delle grandi terrecotte create nel periodo compreso tra la fine degli anni Venti e i primissimi anni Trenta e che costituisce il periodo di più alta ispirazione dell’artista e in cui fonde insieme, in un unicum rivoluzionario, le forme classiche (dall’arte etrusca e greca a quella dei maestri del Duecento e del Trecento) con nuove concezioni plastiche.
Il percorso si conclude in quel chiostro che ospita Adamo ed Eva, l’opera simbolo del Museo e della mostra.

Si arricchisce di una scultura mai vista prima la mostra “Arturo Martini”. L’opera era rimasta da più di 80 anni protetta, quasi nascosta dopo l’unica apparizione alla Quadriennale di Roma del 1939, nella casa museo di Vado Ligure (Savona): si tratta del marmo “Legionario ferito”, realizzato dallo scultore trevigiano nel 1936-37 in gesso, e in marmo al più tardi entro il 1938.
“L’opera – commenta uno dei curatori, Fabrizio Malachin – s’inserisce in quel clima di entusiasmo successivo alla guerra d’Etiopia, quando la ritrovata pace era portatrice anche di attese di nuove commissioni pubbliche. Gusto ancora retorico in quel legionario raffigurato seduto, gambe divaricate e braccia sollevate, mentre si sta fasciando il braccio”. La presenza in mostra di quest’opera consente di approfondire, decantate le passioni politiche, un decennio fondamentale dell’attività artistica di Martini, tra la metà degli anni ’30 e i ’40. Il marmo sembra anticipare una ricerca che porterà al “Palinuro”, dedicato al partigiano Primo Visentin, detto “Masaccio”, caduto a Loria (Treviso) il 29 aprile 1945, che si trova al Palazzo del Bo di Padova. “Legionario e Palinuro – prosegue il curatore – lontani nella sensibilità, esemplificano però quella straordinaria capacità di Arturo Martini di narrare per immagini con grande potenza: icone di periodi e momenti creativi diversi”. Del primo periodo esempio è l’altorilievo per il Palazzo di Giustizia di Milano, progettato da Marcello Piacentini, sulla “Giustizia corporativa”, o le opere per l’Arengario in piazza Duomo; per i sospetti dovuti alle numerose commissioni pubbliche, l’artista subì un processo d’epurazione nel 1945.

Carlo Franza
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Cinque le sezioni in cui si articola questa grandiosa esposizione.
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Il percorso prende il via dalla sezione permanente che il Bailo riserva allo scultore.
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Di lì a poco giungono le prime mostre a Treviso e a Venezia e i primi riconoscimenti.
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Poi la lunga permanenza a Monaco e l’influenza di Parigi.
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Una sala coinvolgente e inattesa sarà dedicate al confronto tra La Pisana e Donna al sole.
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E ancora Tobiolo, opera che ottenne per la prima volta unanimi consensi a Milano, Venezia, Parigi.
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A Martini pittore è dedicata la quarta sezione.
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Carlo Franza
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A 30 anni dall’ultima grande mostra trevigiana e a 75 dalla prima, il Bailo, con la curatela di Fabrizio Malachin e Nico Stringa, propone una nuova retrospettiva su Arturo Martini, dal titolo “Arturo Marini. I capolavori”: una mostra mai tentata prima che raduna quelle opere, per dirla con le parole di martini che “pesano tonnellate e sembrano leggere come una piuma”. Per il pubblico sarà una imperdibile occasione per percorrere tutte le fasi della produzione artistica dello scultore trevigiano e per gli studiosi per formulare il nuovo punto sugli studi martiniani, evidenziando il ruolo e la modernità di Martini nella scultura europea del Novecento. Martini è stabilmente protagonista al Bailo, grazie all’ampia collezione di sue opere patrimonio del Museo, che datano dalla produzione giovanile agli anni della maturità dell’artista. Un’opera di Martini, l’Adamo ed Eva dalle dimensioni monumentali, funge da biglietto da visita del Bailo, grazie ad una parete finestrata che la lascia intravvedere, anche ai più distratti passanti sulla pubblica via. È un capolavoro che Treviso si è conquistata grazie ad una pubblica sottoscrizione indetta nel 1993, giusto trent’anni fa. Cinque le sezioni in cui si articola questa grandiosa esposizione.

Il percorso prende il via dalla sezione permanente che il Bailo riserva allo scultore. Qui ad essere ripercorsi sono gli anni dell’apprendistato, segnati dall’influsso di maestri come Giorgio Martini (padre del già celebre Alberto) e Antonio Carlini. Di lì a poco giungono le prime mostre a Treviso e a Venezia e i primi riconoscimenti. Poi la lunga permanenza a Monaco e l’influenza di Parigi. Alle sculture, con opere in gesso e in cemento come Maternità e Allegoria del mare e Allegoria della terra si affianca l’importante esperienza grafica e quella ceramica, per la quale appunto collabora con la fornace Gregorj.

Il proseguo della grande mostra è pensato per focus allo scopo di esaltare Martini attraverso i suoi grandi capolavori (seconda sezione). Come nella mostra del 1967, saranno collocate in apertura il Leone di Monterosso – Chimera, e quel Figlio prodigo che fu scelto come manifesto della mostra. La conformazione fisica del museo consente di riservare ciascuna sala ad un preciso focus intorno ad un singolo capolavoro. Valga come esempio, la sala riservata alla Donna che nuota sott’acqua, di cui sarà dedicato un focus speciale. Per la prima volta

sarà presentato, accanto al marmo, anche il bronzo ‘preparatorio’ mentre le tecnologie multimediali restituiranno l’illusione di entrare sott’acqua. Una sala coinvolgente e inattesa sarà dedicate al confronto tra La Pisana e Donna al sole. Due nudi di donna che sono una melodia armonica, il giorno e la notte, avvicinate per la prima volta in un allestimento. Due opera che sono una sublime espressione di quel vortice di sensualità e grazia, sfrontatezza e fascino, che tanto avevano conquistato e ammaliato Martini. E ancora Tobiolo, opera che ottenne per la prima volta unanimi consensi a Milano, Venezia, Parigi. Pubblicato sulla prima pagina del “Corriere della Sera” del 17 maggio 1935, segna una sorta di consacrazione nella carriera di Martini. Al Tobiolo che stringe nelle mani un pesce sarà accostato il più tardo Tobiolo “Gianquinto” che presenta una impostazione iconografica innovativa, in linea con gli esiti della Tuffatrice e il Pugile in riposo.
E ancora, la monumentale Sposa felice del 1930, presentata per la prima volta alla Quadriennale di Roma e da oltre 30 più esposta: un gesto di spontanea esultanza in un tripudio di forme, ornamenti, rigonfiamenti a sottolineare letizia e gaudio.
Altri ambienti saranno riservati ad altri capolavori monumentali, come Il bevitore, Ragazzo seduto (alcune delle grandi terracotta di Martini, di rara potenza espressiva), La veglia eccetera. Non mancheranno le novità, opere mai viste, come il mastodontico Sacro Cuore (3,20 m di altezza), la prima scultura su tema sacro eseguita dallo scultore. Il gesso, modellato nel 1929 quando si trovava a Monza per la chiesa di Vado Ligure, fu rifiutato perché ritenuto incongruo rispetto ai tradizionali canoni dell’arte sacra: gelosamente conservato dall’artista nella sua casa-museo sarà esposto in una mostra per la prima volta.
Altro gesso assicurato in mostra dalle grandi proporzioni (2,5 metri di altezza) ed esposta nella lontana mostra del 1967 è La Sposa Felice. Comparve per la prima volta alla I Quadriennale di Roma, quella vinta da Martini, è un tripudio di ornamenti, pizzi, rigonfiamento di tessuti. Celebre perché lo scultore stesso (ecco il genio e la pazzia assieme) scalpellò via il volto. Quasi per celebrare l’ultima grande monografica, quella del 1967, ecco il celebre Tito Livio – il marmo è nell’atrio del Liviano a Padova – sarà in mostra grazie al calco realizzato per quella mostra trevigiana: il gesso recuperato e restaurato sarà affiancato per la prima volta dal suo bozzetto preparatorio.
Molti altri capolavori completeranno questa ampia sezione che occuperà tutto il piano terra del museo, un itinerario fisico sviluppato sugli spazi attorno ai due recuperati antichi chiostri rinascimentali.

La terza sezione sarà interamente riservata alle maioliche, sculture di piccolo formato che documentano la grandezza e la creatività di Martini. Opere minori solo in apparenza: esse esprimono tutta la tenacia e la curiosità con cui l’artista ha sperimentato ogni materiale possibile e fungono da laboratorio per rielaborazioni successive. Una sezione nella sezione sarà dedicata ai pezzi unici modellati e maiolicati presso l’ILCA di Nervi ed esposti nella personale di Monza. È l’affermazione dello scultore-ceramista che realizza opere a sé, staccandosi dalla ‘dipendenza’ delle logiche industriali. ‘Piccoli’ capolavori dove non manca invenzione, armonia e anche ironia. Tra questi: Donna sdraiata, La fuga degli amanti, L’esploratore, Visita al prigioniero, Briganti, fino alla serie di animali dove spiccano poche pennellate di contrasto.
Accanto alle commissioni monumentali Martini si applica, quasi per contrasto, alla creatività in opere di più piccolo formato. La riflessione sull’antico, dopo la visita a Napoli, lo portò a Blevio sul lago di Como a creare in poche settimane una serie di capolavori in gesso dove lo studio sulla costruzione e il movimento della figura portano a soluzioni antitetiche rispetto a quelle monumentali. Ricerche e sperimentazioni, in opere come Centomestrista, Morte di Saffo, Salomone, Laocoonte, Ratto delle Sabine, Susanna, Amazzoni spaventate eccetera, che nella terza sezione consentono di raccontare l’artista in costante ricerca, capace di ispirarsi continuamente e rielaborare in modo del tutto personale.

A Martini pittore è dedicata la quarta sezione. Ad evidenziare come disegno, grafica e pittura siano tracce di una ricerca parallela e complementare alla scultura, evidente nelle cheramografie (termine da lui inventato per stampe da matrici di “sfoglia” d’argilla) degli anni di Ca’ Pesaro e nella grafica “neomedievale” di soggetto religioso, a cui è dedicata anche una sezione della permanente, per l’occasione integrata da opere mai prima presentate in una mostra che riveleranno un aspetto inedito di Martini.

A concludere il percorso è la sezione quinta “La maturità nei capolavori del Bailo”, con una scelta di capolavori sorprendente ed eccezionale. Le prime sale sono dedicate a I bronzi degli anni ’20, piccola plastica e rilievi degli anni ’20, disegno, grafica e pittura. È alla luce del chiostro del Museo, in uno spazio silenzioso e sospeso, che si compie uno dei più poetici capolavori di Martini, La Venere dei porti, in una dimensione che ha a che fare col senso dell’attesa, della solitudine e della noia racchiusi nel malinconico nudo di una donna che aspetta “l’Amore”. Acquisita dal Comune nel 1933 (90 anni fa), è una delle grandi terrecotte create nel periodo compreso tra la fine degli anni Venti e i primissimi anni Trenta e che costituisce il periodo di più alta ispirazione dell’artista e in cui fonde insieme, in un unicum rivoluzionario, le forme classiche (dall’arte etrusca e greca a quella dei maestri del Duecento e del Trecento) con nuove concezioni plastiche.
Il percorso si conclude in quel chiostro che ospita Adamo ed Eva, l’opera simbolo del Museo e della mostra.

Si arricchisce di una scultura mai vista prima la mostra “Arturo Martini”. L’opera era rimasta da più di 80 anni protetta, quasi nascosta dopo l’unica apparizione alla Quadriennale di Roma del 1939, nella casa museo di Vado Ligure (Savona): si tratta del marmo “Legionario ferito”, realizzato dallo scultore trevigiano nel 1936-37 in gesso, e in marmo al più tardi entro il 1938.
“L’opera – commenta uno dei curatori, Fabrizio Malachin – s’inserisce in quel clima di entusiasmo successivo alla guerra d’Etiopia, quando la ritrovata pace era portatrice anche di attese di nuove commissioni pubbliche. Gusto ancora retorico in quel legionario raffigurato seduto, gambe divaricate e braccia sollevate, mentre si sta fasciando il braccio”. La presenza in mostra di quest’opera consente di approfondire, decantate le passioni politiche, un decennio fondamentale dell’attività artistica di Martini, tra la metà degli anni ’30 e i ’40. Il marmo sembra anticipare una ricerca che porterà al “Palinuro”, dedicato al partigiano Primo Visentin, detto “Masaccio”, caduto a Loria (Treviso) il 29 aprile 1945, che si trova al Palazzo del Bo di Padova. “Legionario e Palinuro – prosegue il curatore – lontani nella sensibilità, esemplificano però quella straordinaria capacità di Arturo Martini di narrare per immagini con grande potenza: icone di periodi e momenti creativi diversi”. Del primo periodo esempio è l’altorilievo per il Palazzo di Giustizia di Milano, progettato da Marcello Piacentini, sulla “Giustizia corporativa”, o le opere per l’Arengario in piazza Duomo; per i sospetti dovuti alle numerose commissioni pubbliche, l’artista subì un processo d’epurazione nel 1945.

Carlo Franza