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I migranti studenti che salvano l’Africa.

Migliaia di giovani si formano nelle università italiane per poi lavorare nei loro paesi d’origine.

Pubblicato il 28/01/2018.

GABRIELE MARTINI. TORINO.

«Aiutiamoli a casa loro», recita lo slogan trasversale più in voga tra i politici quando si parla di migranti in fuga da guerre e povertà. Presto o tardi, più o meno tutti – da Salvini a Renzi – hanno ceduto al fascino della frase a effetto.

Ma al netto della retorica e della propaganda elettorale, la notizia è che la cooperazione allo sviluppo può fare davvero la differenza. Servono intelligenza, mezzi e tempo. I risultati possono essere sorprendenti, come dimostrano le storie delle ragazze e dei ragazzi del Camerun che, dopo essersi laureati in Italia, sono tornati in patria per riscrivere il futuro del loro paese.

I progetti di parternariato tra le nostre università e il paese e il sub-sahariano sono un’eccellenza: oggi sono 2400 gli studenti camerunesi che studiano tra Torino, Milano, Genova, Bologna, Parma, Firenze, Roma. La puntata di PresaDiretta in onda domani sera alle 21,20 su Rai 3 racconta un’immigrazione diversa da quella narrata dalle cronache. Un’immigrazione che produce ingegneri, economisti, medici, farmacisti, architetti, agronomi, tecnici di laboratorio. I camerunensi sono la comunità di studenti africani più numerosa nelle nostre università. Questi giovani scelgono settori strategici allo sviluppo della loro terra d’origine.

Generalmente si laureano in tempo e sono in molti a proseguire gli studi con master, dottorati di ricerca, scuole di specializzazione. Ed è così che nelle aule e nei laboratori degli atenei italiani si forma la futura classe dirigente del Camerun.

Quest’esercito di giovani, terminato il percorso di studi, spesso torna a casa mettendosi a disposizione del paese d’origine. Non si tratta di privilegiati: dei ragazzi camerunesi che arrivano in Italia per studiare, solo uno su dieci proviene da famiglie benestanti. Spesso i genitori s’indebitano per pagare il viaggio e riescono a frequentare l’Università con le borse di studio. Per testimoniare come questi migranti studenti siano una leva per lo sviluppo dell’Africa e quale contributo apportino in termini di innovazione rientrati nel loro Paese, le telecamere della trasmissione di Riccardo Iacona sono andate in Camerun. Hanno raccontato le storie di Didier, Serge, Assadio e di altri ragazzi che hanno portato «a casa loro» le competenze acquisite in Italia.

“Così convinco i miei fratelli a non salire su quei barconi” .

Da ragazzo ha studiato Lingue straniere per la comunicazione internazionale a Vercelli. Poi ha frequentato due master a Torino. Ma il mal d’Africa ha vinto. Oggi Assadio Assadiò è un uomo. Dopo il percorso di studi in Italia, è tornato in Camerun per realizzare il suo sogno. E ce l’ha fatta: «Insegno inglese, francese e italiano ai miei fratelli e alle mie sorelle». Connazionali che spesso imparano i rudimenti di una lingua nella prospettiva di emigrare in Europa. «Ma io - spiega Assadio - cerco di convincerli a non finire sui barconi».

Per farlo ha fondato il Clirap, un circolo culturale per la promozione del dialogo, lo sviluppo e la pace a Yaoundé. Perché oltre all’amore per le lingue del mondo, questo insegnante di lingue ha una missione precisa: la lotta all’immigrazione clandestina attraverso la formazione dei giovani.

«Non mi accontento di tenere corsi d’italiano, la mia sfida va oltre l’insegnamento». Assadio la chiama «presa di coscienza». «Nel nostro centro abbiamo l’opportunità di preparare le teste che trasformeranno il futuro del Camerun. Questi ragazzi sono bravi», dice fiero l’insegnante. «Nelle nostre aule ci sono eccellenti tecnici, informatici, scienziati specializzati, esperti in biologia. Sono talentuosi. Il problema è che mancano le opportunità». E qui il professore si rivolge ai governanti europei: «Offrite una chance a questi ragazzi, per favore. Opportunità di formazione, culturale, scientifica tecnologica. Dobbiamo incoraggiarli a tornare, a loro dico sempre: «Andate in Italia con la testa, ma tornate dall’Italia con il cuore». L’Africa ne ha bisogno.

“Acqua potabile per 300 famiglie, il mio miracolo in un villaggio”.

Per realizzare il suo sogno, Serge Noubondieu ha impiegato sette anni. Tre per scrivere il progetto e farselo approvare dall’Unione europea. Quattro per realizzarlo. Ma oggi il miracolo è lì, ben visibile davanti ai suoi occhi: una rete idrica alimentata da pannelli solari che ogni giorno porta acqua potabile ai 5000 abitanti del villaggio camerunense di Bankonji.

Serge è un ingegnere, ha studiato all’Università di Tor Vergata. Attualmente vive a Roma, dove sta seguendo un dottorato di ricerca all’Enea. Si occupa di energie alternative nelle aree rurali dei paesi in via di sviluppo. In Camerun non è stato facile. Serge, per portare a termine i lavori, ha coinvolto l’intera popolazione del villaggio: alcuni abitanti hanno lavorato come operai per gli scavi e la posa dei tubi, altri sono stati formati come tecnici e si occupano tuttora della manutenzione della rete.

«Costruire cose buone per la propria terra è un lavoro assolutamente gratificante», dice. Prima le donne di Bankonji erano costrette a percorrere chilometri a piedi per rifornirsi d’acqua. Oggi invece il rubinetto dell’oro blu dista poche decine di metri dalle loro abitazioni. «Credo che il trasferimento del sapere sia la cosa più bella che si possa offrire a una persona. Non i soldi, ma la conoscenza. Io ho immaginato e realizzato la rete idrica, ma oggi l’impianto vive grazie ai cittadini di Bankonji». Nella piazza del villaggio c’è una targa, sopra c’è scritto «grazie Serge Noubondieu».

http://www.lastampa.it/2018/01/28/italia/cronache/i-migranti-studenti-che-salvano-lafrica-mlQ9QP2wBpGIWqloO9fxLK/pagina.html
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GABRIELE MARTINI.
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TORINO.
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Servono intelligenza, mezzi e tempo.
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“Così convinco i miei fratelli a non salire su quei barconi” .
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Poi ha frequentato due master a Torino.
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Ma il mal d’Africa ha vinto.
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Oggi Assadio Assadiò è un uomo.
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Assadio la chiama «presa di coscienza».
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Questi ragazzi sono bravi», dice fiero l’insegnante.
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Sono talentuosi.
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Il problema è che mancano le opportunità».
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Opportunità di formazione, culturale, scientifica tecnologica.
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L’Africa ne ha bisogno.
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“Acqua potabile per 300 famiglie, il mio miracolo in un villaggio”.
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Per realizzare il suo sogno, Serge Noubondieu ha impiegato sette anni.
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Tre per scrivere il progetto e farselo approvare dall’Unione europea.
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Quattro per realizzarlo.
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Serge è un ingegnere, ha studiato all’Università di Tor Vergata.
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In Camerun non è stato facile.
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Non i soldi, ma la conoscenza.
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I migranti studenti che salvano l’Africa.

Migliaia di giovani si formano nelle università italiane per poi lavorare nei loro paesi d’origine.

Pubblicato il 28/01/2018.

GABRIELE MARTINI. TORINO.

«Aiutiamoli a casa loro», recita lo slogan trasversale più in voga tra i politici quando si parla di migranti in fuga da guerre e povertà. Presto o tardi, più o meno tutti – da Salvini a Renzi – hanno ceduto al fascino della frase a effetto.

Ma al netto della retorica e della propaganda elettorale, la notizia è che la cooperazione allo sviluppo può fare davvero la differenza. Servono intelligenza, mezzi e tempo. I risultati possono essere sorprendenti, come dimostrano le storie delle ragazze e dei ragazzi del Camerun che, dopo essersi laureati in Italia, sono tornati in patria per riscrivere il futuro del loro paese.  

I progetti di parternariato tra le nostre università e il paese e il sub-sahariano sono un’eccellenza: oggi sono 2400 gli studenti camerunesi che studiano tra Torino, Milano, Genova, Bologna, Parma, Firenze, Roma. La puntata di PresaDiretta in onda domani sera alle 21,20 su Rai 3 racconta un’immigrazione diversa da quella narrata dalle cronache. Un’immigrazione che produce ingegneri, economisti, medici, farmacisti, architetti, agronomi, tecnici di laboratorio. I camerunensi sono la comunità di studenti africani più numerosa nelle nostre università. Questi giovani scelgono settori strategici allo sviluppo della loro terra d’origine. 
 
Generalmente si laureano in tempo e sono in molti a proseguire gli studi con master, dottorati di ricerca, scuole di specializzazione. Ed è così che nelle aule e nei laboratori degli atenei italiani si forma la futura classe dirigente del Camerun. 

Quest’esercito di giovani, terminato il percorso di studi, spesso torna a casa mettendosi a disposizione del paese d’origine. Non si tratta di privilegiati: dei ragazzi camerunesi che arrivano in Italia per studiare, solo uno su dieci proviene da famiglie benestanti. Spesso i genitori s’indebitano per pagare il viaggio e riescono a frequentare l’Università con le borse di studio. Per testimoniare come questi migranti studenti siano una leva per lo sviluppo dell’Africa e quale contributo apportino in termini di innovazione rientrati nel loro Paese, le telecamere della trasmissione di Riccardo Iacona sono andate in Camerun. Hanno raccontato le storie di Didier, Serge, Assadio e di altri ragazzi che hanno portato «a casa loro» le competenze acquisite in Italia. 
 
“Così convinco i miei fratelli a non salire su quei barconi” .

Da ragazzo ha studiato Lingue straniere per la comunicazione internazionale a Vercelli. Poi ha frequentato due master a Torino. Ma il mal d’Africa ha vinto. Oggi Assadio Assadiò è un uomo. Dopo il percorso di studi in Italia, è tornato in Camerun per realizzare il suo sogno. E ce l’ha fatta: «Insegno inglese, francese e italiano ai miei fratelli e alle mie sorelle». Connazionali che spesso imparano i rudimenti di una lingua nella prospettiva di emigrare in Europa. «Ma io - spiega Assadio - cerco di convincerli a non finire sui barconi». 
 
Per farlo ha fondato il Clirap, un circolo culturale per la promozione del dialogo, lo sviluppo e la pace a Yaoundé. Perché oltre all’amore per le lingue del mondo, questo insegnante di lingue ha una missione precisa: la lotta all’immigrazione clandestina attraverso la formazione dei giovani. 
 
«Non mi accontento di tenere corsi d’italiano, la mia sfida va oltre l’insegnamento». Assadio la chiama «presa di coscienza». «Nel nostro centro abbiamo l’opportunità di preparare le teste che trasformeranno il futuro del Camerun. Questi ragazzi sono bravi», dice fiero l’insegnante. «Nelle nostre aule ci sono eccellenti tecnici, informatici, scienziati specializzati, esperti in biologia. Sono talentuosi. Il problema è che mancano le opportunità». E qui il professore si rivolge ai governanti europei: «Offrite una chance a questi ragazzi, per favore. Opportunità di formazione, culturale, scientifica tecnologica. Dobbiamo incoraggiarli a tornare, a loro dico sempre: «Andate in Italia con la testa, ma tornate dall’Italia con il cuore». L’Africa ne ha bisogno.  
 
“Acqua potabile per 300 famiglie, il mio miracolo in un villaggio”. 

Per realizzare il suo sogno, Serge Noubondieu ha impiegato sette anni. Tre per scrivere il progetto e farselo approvare dall’Unione europea. Quattro per realizzarlo. Ma oggi il miracolo è lì, ben visibile davanti ai suoi occhi: una rete idrica alimentata da pannelli solari che ogni giorno porta acqua potabile ai 5000 abitanti del villaggio camerunense di Bankonji. 
 
Serge è un ingegnere, ha studiato all’Università di Tor Vergata. Attualmente vive a Roma, dove sta seguendo un dottorato di ricerca all’Enea. Si occupa di energie alternative nelle aree rurali dei paesi in via di sviluppo. In Camerun non è stato facile. Serge, per portare a termine i lavori, ha coinvolto l’intera popolazione del villaggio: alcuni abitanti hanno lavorato come operai per gli scavi e la posa dei tubi, altri sono stati formati come tecnici e si occupano tuttora della manutenzione della rete. 
 
«Costruire cose buone per la propria terra è un lavoro assolutamente gratificante», dice. Prima le donne di Bankonji erano costrette a percorrere chilometri a piedi per rifornirsi d’acqua. Oggi invece il rubinetto dell’oro blu dista poche decine di metri dalle loro abitazioni. «Credo che il trasferimento del sapere sia la cosa più bella che si possa offrire a una persona. Non i soldi, ma la conoscenza. Io ho immaginato e realizzato la rete idrica, ma oggi l’impianto vive grazie ai cittadini di Bankonji». Nella piazza del villaggio c’è una targa, sopra c’è scritto «grazie Serge Noubondieu».  

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