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Dal Corriere della Sera del 25 maggio 1902.
Sotto grandi titoli, una mattina, non è molto, i giornali
argentini avevano delle notizie di questo genere:
«San Martin, ore nove. – Un gruppo di Casaristas ha aperto il
fuoco sugli avversarî. La polizia, agli ordini di un commissario,
rispose al fuoco. Gli assalitori si ritirarono lasciando dei feriti. A
Lamadrid v’è stato un vivo scambio di fucilate.»
«Chivilcoy. – I membri dei seggi hanno dato di piglio alle
armi, vi è stato un nutrito scambio di fucilate, aumentato con
l’intervento della polizia. I feriti sono molti. Il fuoco durò per ben
dieci minuti».
«Pila. – Un gruppo d’Ugartisti ha attaccato il Municipio e la
Commisseria. La polizia respinse l’attacco. Vi sono feriti gravi. Si
spararono moltissimi colpi di remington.»
«San Fernando. – Un forte gruppo d’individui fece fuoco lungo
il canale in direzione della piazza. La polizia rispose al fuoco
respingendo l’attacco».
Se si parlasse di Boeri, invece che di Casaristas e di
«Polizia del Capo», invece che di semplice polizia, tutti,
leggendo tali notizie, penserebbero che la guerra
nell’Africa Australe non è mai stata più attiva di così.
Ma siccome non si trattava che di elezioni (parziali, per
fortuna) nella provincia di Buenos Aires, nessuno si è
commosso, ed una parte della stampa ha persino colto
l’occasione per gridare, con legittima soddisfazione,
che: «... in queste elezioni si è provato il progresso morale
del popolo, il quale pacificamente è accorso alle
urne a compire il più sacro dei suoi doveri, senza che si
verificassero i deplorevoli fatti dei passati Comizî...»
Ringraziamo il buon Dio di averci tenuti lontani dai
passati Comizî, e di averci così permesso di vedere tanto
progresso morale. Il quale appare però seriamente pregiudicato
dai risultati che delle suddette elezioni (parziali,
per fortuna) dà il più autorevole giornale, la Nacion.
In un paese, San Nicolas, votano centoventi persone e
si trovano mille e duecento voti. A Barracas al Sur compaiono
mille voti prima della formazione del seggio. A
Lomas de Zamora quattrocento elettori producono mille
e duecento voti. In tre seggi non c’è stato concorso, ma
hanno tuttavia figurato tremila e duecento voti. In altri
quattro seggi è avvenuto lo stesso miracolo. A Patagones
una persona ha contato ventidue elettori concorrenti
alle urne: voti mille e centocinquantatre. Infine si calcola
a trentamila la somma dei voti fraudolenti in queste
elezioni (parziali, per fortuna). Il Pais – giornale pellegrinista
– rimprovera alla Nacion – che è mitrista – queste
oziose inchieste, rammentandole che i mitristi, in
certe altre elezioni, crearono a Buenos Aires un vero
atelier con sedici scritturali per la fabbricazione di registri
elettorali falsi, in base ai quali stabilirono il loro
trionfo. Queste sono cose, del resto, consuetudinarie.
Una Commissione, che per incarico d’un Comité Demòcrata,
ha voluto rivedere alcune liste elettorali a Buenos
Aires, ha trovato che in un seggio il falso ammontava al
47%, in un altro al 58%, in uno al 79% e nel resto del
distretto al 45%. I giornali El Tiempo e la Prensa, che
pubblicano l’inchiesta, ne offrono tutte le prove. Ma chi
bada a queste piccolezze?
Questa profonda e radicata immoralità rivela molto
più di una semplice stranezza di costumi politici: le sue
cause sono gravissime, e le sue conseguenze hanno
un’influenza disastrosa sull’intera vita della nazione argentina.
Spieghiamoci. Laggiù la politica è una professione. È
la professione naturale del «figlio del paese», la quale
gli offre il modo di vivere – con uno splendore relativo
ai di lui mezzi intellettuali e alla sua viveza – fornendogli
una rendita sotto forma di stipendio per un impiego
qualsiasi, oppure facilitandogli guadagni d’ogni genere
per via d’influenze. Così si vedono degli impiegati che
non hanno la necessità d’andare all’ufficio, ed altri che
non sanno precisamente in che cosa il loro impiego consista.
Perciò la lotta politica non è altro che la lotta di gente
che vuole degli impieghi per diritto di nascita contro
gente che non se li vuol lasciar sfuggire, in nome dello
stesso diritto. È una «lotta per la vita»: e trattandosi della
vita si capisce che ci si... ammazzi, qualche volta. «La
vera lotta elettorale è oggi, come sempre, circoscritta
alle rivalità di clientele ristrette, per non dire di pochi
uomini, aggruppati in due fazioni avverse per la impossibilità
di mettere tutti contemporaneamente il muso
nella stessa mangiatoia» – scriveva il 31 del marzo passato
la Patria degli Italiani.
È chiaro che questa politica di speculazione vive della
ricchezza pubblica come di una preda legittimamente
conquistata, invece di esserne la tutrice vigile e sapiente.
Ora, la ricchezza è prodotta dal lavoro; il lavoro è in
massima parte straniero; è quindi precisamente a danno
degli stranieri che si alimenta l’enorme pianta parassitaria
della politica, che ha più ramificazioni d’un’intera
foresta di baobab.
Gli stranieri si vedono completamente esclusi dalla
cosa pubblica. Il paese risulta nettamente diviso in dominatori
e in dominati. Questo non sarebbe un gran
male, se una tale politica non avesse logicamente la più
perniciosa delle influenze su tutte le amministrazioni
pubbliche – nelle quali si sazia – e, quel che è peggio,
sulla giustizia; di modo che i dominati si trovano esposti
– privi delle armi del diritto politico – a tutte le violenze,
ai soprusi, agl’inganni, alla ingiustizia senza limiti.
Come si vede, la politica argentina, per quanto in sè
stessa priva d’interesse per noi, assume una importanza
capitale in quanto serve a spiegare e illustrare la situazione
dei nostri connazionali laggiù. E permettetemi di
parlarvene a lungo. Del resto, l’argomento non è noioso:
avvengono nella politica di questo paese delle cose tanto
strane!...
La lotta politica ristretta alle persone, animata da bassi
interessi, isolata nei varî centri provinciali, prende
spesso alimento dagli odî personali, e diviene di una
brutalità selvaggia. Si combatte con tutte le armi, con la
frode, con la corruzione e col terrore. Da una parte
l’arbitrio, dall’altra la violenza. Avvicinandosi un Comizio,
i crimini politici diventano cosa di tutti i giorni, specialmente
nelle provincie interne. La cronaca registra
giornalmente minaccie a mano armata, arresti e condanne
arbitrarie eseguiti contro gli oppositori, persecuzioni
poliziesche, maltrattamenti, ferimenti, assassinî. A prestar
piena fede ai giornali i più diffusi vi sarebbe da
inorridire. Dai luoghi desolati dalle elezioni arrivano
loro notizie di treni assaltati dalla polizia per arrestare
gli avversarî del Governo che vi viaggiano, di prigionieri
posti alla tortura dei ceppi, di spedizioni di soldati armati
di remingtons inviati in tutti i dipartimenti di una
provincia con l’ordine di non lasciarsi sfuggire l’opportunità
di fucilare gli avversarî (Prensa, 11 e 12 febbraio).
Certo è che in questi periodi di fermento politico la
vita pubblica si svolge sotto il più tirannico dei regimi.
In certe provincie è un vero regime del terrore. I giornali
di opposizione sono talvolta assaltati, le macchine spezzate,
i redattori minacciati di morte, come è avvenuto a
Chacabuco e durante le ultime elezioni di San Juan. La
mancanza di giustizia rende possibile ogni violenza. Durante
queste elezioni, che hanno fatto versare tanto sangue,
la polizia ha assassinato nel suo stesso domicilio il
direttore del giornale El Censor, colpevole di reato
d’opposizione. Questi delitti hanno fatto sfuggire al più
autorevole giornale argentino una frase caratteristica:
«Dalla frode e dalla tranquilla esploitation delle posizioni
ufficiali non è ammissibile che si passi al regime del
terrore, alla legge del pugnale e della corda» (Nacion, 8
gennaio). Pare che la frode e la tranquilla esploitation
siano... ammissibili!
Intanto si procede alla formazione delle liste elettorali.
Mancando uno stato civile in regola, le iscrizioni si
fanno volta per volta, alla domenica a mattina, nell’atrio
delle chiese parrocchiali, dove il registro è depositato
sopra un tavolo fra due vigilantes che sonnecchiano e i
membri d’un Comitato. Gli elettori iscrivendosi dichiarano
a quale partito appartengono. Lo scopo di questa
usanza è chiaro: le sole iscrizioni bastano a dare la più
ampia idea della situazione, e le manovre poi si possono
fare a ragion veduta. Se il partito «legale» è un po’ deboluccio,
si rinforza con un po’ di nomi. Se alle elezioni non si presentano
gli elettori, si fanno figurare gl’iscritti
come votanti. Nel marzo passato, nelle elezioni di Santiago
de l’Estero, a Quebrachos concorsero alle urne il
giudice di pace, il commissario di polizia e suo figlio e
vi lasciarono.... mille e tanti voti. Il falso diventa usuale.
Non c’è controllo: i giudici si guardano bene dall’ascoltare
i reclami di illegalità perchè essi stessi nascono
quasi sempre dall’illegalità.
*
*
*
E si viene alle elezioni. Qui entrano in scena i caudillos,
uomini che, per il prestigio della criminalità, godono
di ascendenti sulla parte infima della popolazione
criolla, la quale forma quasi esclusivamente la massa
elettorale. Il caudillo porta in campo le sue forze al servizio
di questo o quel partito, come un capitano di ventura.
Queste forze vengono dalla campagna, dalla prateria,
spesso semiselvaggie, gauchos, ignoranti sempre,
che considerano le elezioni come un carnevale, un’epoca
di godimento e d’impunità (se stanno dalla parte governativa).
Arrivano nelle città ostentando il loro armamento
di rivoltelle e di coltelli intorno alla cintura, e incomincia
il terrore dei pacifici cittadini. Tipi sinistri percorrono
a cavallo le vie, insultano i passanti, spingono
la cavalcatura sui marciapiedi e talvolta nei negozî.
Spesso si fermano a mangiare e bere nelle fondas, poi
non pagano, bastonano chi protesta e se ne vanno gridando:
Viva el Gobernador! – il grido che è il sesamo
apriti della circostanza.
È poco tempo che Santa Fè, Rosario e tutte le città
della provincia, come più recentemente San Juan, hanno
attraversato un periodo elettorale con il relativo accompagnamento
di morti e di feriti. Le scene che si sono
svolte in questi luoghi non sembrano dei nostri tempi. I
negozî si chiudono, la gente per bene si tappa in casa
con le provvigioni, come per un assedio in regola; e
l’illusione è perfetta quando – e non di rado – si sentono
echeggiare attraverso le imposte serrate i colpi delle
armi da fuoco. La Prensa ha riportato da un giornale di
San Juan questa descrizione d’ambiente: «Le famiglie
non escono per nessun motivo, nessuno si mostra per le
piazze, e ad ogni momento si aspetta di sentire il rumore
d’una scarica che ponga termine alla vita d’un cittadino,
o il galoppo d’uno squadrone di polizia che sciaboli senza
pietà. Non si domanda che resultato ebbe questa o
quella elezione, ma quanti morti si ebbero. Da ogni parte
si parla di domicilî che saranno assaltati. Le versioni
sono fondate perchè abbiamo visto il popolo indifeso
sciabolato per le vie di pieno giorno e assassinare miseramente
e vigliaccamente...» È certo che in queste descrizioni,
che potrei riportare a sazietà, vi è di quell’esagerazione
che è propria di queste riscaldate fantasie
ispano-americane; ma non molta. I crimini esistono.
Non vi è forse che Buenos Aires dove tali miserie siano
meno visibili, perchè si perdono nella vastità e nel cosmopolitismo.
In prossimità dei seggi elettorali si vedono talvolta
dei veri bivacchi di questi gauchos armati, accoccolati
intorno ai barili della caña e all’arrosto che si va cuocendo
all’aria aperta, il tradizionale asado electoral.
Questi bravi elettori si aggruppano a seconda dei partiti
nei posti prestabiliti di fronte al sagrato della parrocchia
– dove si tiene l’elezione – in attesa d’essere chiamati
ad esprimere i voti della coscienza del popolo.
L’appello viene fatto partito per partito. Si comincia
dal partito governativo, il quale in caso di dubbia riuscita
adopera tre sistemi di guerra che si potrebbero chiamare:
il pacifico, il semi-pacifico e il bellicoso. Il primo
è semplicissimo; si fa l’appello tanto lentamente che
giunge l’ora stabilita per la chiusura prima che gli avversarî
– che votano dopo – abbiano avuto il tempo di
votare.
Il secondo consiste nel sollevare degli incidenti ad
ogni voto avversario, domandando la prova della personalità.
L’adito è aperto all’arbitrio; si fanno votare dei
partitarî due o tre volte, si stabiliscono officine di falsificazioni,
si fa di tutto.
Quando ciò non basta per assicurare la vittoria, entrano
in campo i remingtons della polizia che circonda le
urne e che sta appostata persino sui tetti delle case vicine.
È il sistema bellicoso. Nelle recenti elezioni di San
Juan, intorno ad un’urna sono caduti sei morti e venti
feriti. Questo non ha impedito al vice-governatore di
scrivere un rapporto dove diceva: «Le elezioni si sono
svolte tranquillamente e in completo ordine in tutti i Comizî;
solamente in Pocito...., ecc.!» Oh! una cosa da nulla!
All’inganno d’un partito risponde, naturalmente,
l’inganno dell’altro, alla frode la frode, e alla violenza la
violenza. Il resultato è la più mostruosa mistificazione
della volontà popolare.
Su queste elezioni poggia l’oligarchia che strema le
forze dell’Argentina e ne prostra le promettenti energie.
Dalle elezioni nasce la piovra governativa, e viceversa:
come la storia dell’uovo e della gallina. È un circolo
chiuso, la cui anacronica esistenza è spiegata dalla
esclusione della vita politica di quella grande parte della
popolazione che più lavora, produce e paga, la quale
avrebbe precisamente il più grande interesse ad una politica
onesta: alludo agli stranieri.
Con questa straordinaria organizzazione, elettorale
viene a mancare completamente il controllo del popolo
nel complesso organismo governativo. Una macchina
senza regolatore.
Appurate così le origini della disorganizzazione, vedremo
prossimamente fino dove ne arrivano le ineluttabili
e disastrose conseguenze.