Edmondo De Amicis - Ricordi del 1870-71 (1872). Dell’istruzione delle donne.
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DELL’ISTRUZIONE DELLE DONNE.

ANEDDOTO.


Qualche tempo fa, un giornalista arguto e dotto ha pubblicamente dichiarato di preferire le donne che scrivono _bacio_ con due c a quelle che lo scrivono con un c solo; e quelle che prendono _Polonia_ per un nome di donna, a quell’altre che sanno che la Polonia è un paese.

Leggendo il forbito articolo con cui quel giornalista s’adoperava a dimostrare la ragionevolezza delle sue preferenze, io mi ricordai d’una scenetta seguita a un mio amico, dalla quale mi parve potersi ricavar qualche lume circa la quistione della _Polonia_ e del _bacio_. È un caso tutto pratico, che forse non gioverà meno d’un ragionamento lungo.

Premetto che quest’amico ha scritto qualche cosa e scrive ancora. Non è un’aquila, come suol dirsi; ma una tal quale attitudine alle lettere si dice che l’abbia; quindi anche un po’ di vanità, la quale, benchè non sia espressa in parole determinate, resulterà, temo, dal complesso del racconto. I lettori gli perdonino, in considerazione della universalità del difetto. Io riferirò le sue stesse parole.


......... Man mano che scrivevo qualche cosa (egli mi disse), ne mandavo dieci o dodici copie a casa. La mia famiglia ne riteneva due o tre, e regalava le altre ai vicini. Un giorno mia madre mi scrisse, fra le [p. 141 modifica]altre cose, che mi facessi animo, che continuassi a lavorare con ardore, poichè c’erano delle _signore impazienti_. Queste _signore impazienti_, che essendo vicine e amiche di mia madre io avrei potuto conoscere alla mia prima scappata a casa, mi stimolarono potentemente. Non ch’io almanaccassi conquiste o cose simili, neanco per sogno; ma mi lusingava l’idea di destare delle simpatie di lontano, di prepararmi un’accoglienza particolarmente gentile, di arrivare là aspettato, desiderato, che so io? Di tratto in tratto mi scrivevano da casa: _Si legge, si legge_, ed io andavo in solluchero.

Finalmente venne l’occasione di tornare per qualche giorno in famiglia.

Non dico il fantasticare continuo ch’io feci durante il viaggio. Avevo sempre davanti agli occhi le lettrici. Mi rappresentavo coll’immaginazione l’arrivo, il primo incontro, le voci di sorpresa, le strette di mano prolungate, gli occhi curiosi fissi nei miei a cercarvi l’espressione degli affetti versati nelle scritture, le domande ingenue intorno a questo o a quel particolare, di questo o quel lavoro, il voler sapere come l’uno fu pensato, quando l’altro fu steso, di dove il terzo fu tratto, e mille altre fanciullaggini, che son passate pel capo a tutti coloro che imbrattarono un po’ di carta; e se qualcuno lo nega, mente.

Potrei giurare che la mia non era una vanagloriaccia volgare. C’era dell’ingenuità, e oserei anche dire, della gentilezza. Cercavo, e sentivo in me il bisogno, non tanto d’una soddisfazione d’amor proprio che mi servisse di premio, quanto d’un incoraggiamento, d’un saggio di quello che potessero essere le gioie d’uno scrittore onesto, per trarne stimolo a perseverare nello studio delle lettere e nel culto degli affetti gentili, e nella risoluzione di non iscrivere mai altro che cose utili e buone.

Nella città dove aveva scritto, non m’erano punto mancate soddisfazioni della natura di quelle che [p. 142 modifica]andavo a cercare nel vicinato di mia madre; ma non so perchè, mi pareva che queste dovessero essere assai più dolci e più efficaci di quelle; principalmente perchè la mia famiglia ne sarebbe stata testimone, ed io avrei goduto per me e per essa. Insomma, arrivai, e le prime domande che feci in casa furono: “E le vicine? Chi sono? Dove sono? Cosa fanno? Quando vengono?” “Le vicine,” mi rispose mia madre, “sono le signore tali e tali. Le troverai tutte insieme questa sera in casa della signora C., qui sotto, al primo piano, alle otto. T’avverto che non sono giovani.” “Nemmeno una?” “Nemmeno una.” Veramente, pensai, sarebbe stato meglio..... Ma che importa, in fondo? La simpatia, l’amicizia, la _corrispondenza d’amorosi sensi_ quale deve correre, in generale, fra chi scrive e chi legge, non ha che fare cogli anni. O piuttosto ci ha che fare pel mio meglio: perchè i libri e gli scrittori non diventano veri, sodi, indivisibili amici che in età riposata, quando le gioie rumorose della vita non sono più per noi, e l’anima si raccoglie in sè stessa.

“Bada.....” soggiunse mia madre, “non ti credere di trovare delle letterate o delle dottoresse. Sono buone signore, ma nulla più che buone. Di letteratura credo che se ne intendano poco.” Ma che importa anche questo! io dicevo tra me. Meglio: anime ingenue, schiette, non traviate dai libri, senza vernice di rettorica, di affettazione, di sensitività raccattata e falsa: gente che legge col cuore, e che risponde col cuore.

“Nota,” disse ancora mia madre, “che una di queste signore s’è tutta turbata quando le dissi che tu dovevi arrivare, perchè aveva paura che non sapessi parlar altro che italiano.” Povera signora! io continuai a pensare. Quanto le [p. 143 modifica]deve riuscir più grato e più dolce il veder espressi in una lingua a lei mal nota, e che pur desidera di imparare, gli affetti più riposti, i moti più delicati, le immagini più soavi dell’anima sua! Ah! così — ella deve esclamare leggendo — così si dice! Così dirò! Da ora innanzi lo potrò esprimere questo sentimento! Questo bisogno del cuore d’ora innanzi lo potrò significare!

“Ma l’hanno letto tutto, il mio libro, non è vero?” domandai.

“Vorrei credere; me l’hanno detto, mi chiedevano sempre notizie di te, mi pregavano continuamente di scriverti che tu facessi, che tu mandassi; avrebbero voluto che tu scrivessi con dieci penne alla volta.” Ah! io esclamava in cuor mio, sento che scriverò duecento volumi!

Venne l’ora della visita; erano avvisate, e m’aspettavano. Il marito della signora del primo piano mi venne a prendere. Aspettavo dei complimenti, ma non mi disse che le parole d’uso. Mi fece pietà. A che duro giogo son condannate le donne! dicevo tra me. È impossibile che costui comprenda sua moglie. Era in fatti un vecchiotto con una faccia di citrullo da far cascare le braccia.

“Avrò l’onore” mi disse scendendo le scale “di presentarle le mie due ragazze grandi.” Arrivammo alla porta, egli suonò, io presi un’aria modesta, ed entrammo.

Era una sala grande, mobiliata con una certa eleganza, e illuminata da tre bei lumi ad olio, posti su tre tavolini ai tre angoli più lontani dalla porta. C’era una quindicina di persone divise in tre crocchi. La padrona di casa, in quel momento, era assente. Il padrone mi condusse al gruppo più vicino e mi presentò alle sue due ragazze, bruttine, che mi salutarono con un certo ritegno.

Si contengono, pensai.

“La signora tale,” soggiunse il padron [p. 144 modifica]e indicandomi una signora sulla quarantina, lunga ed asciutta, “è una grande amica della sua signora madre.” M’inchinai e sedetti.

La signora mi presentò suo figlio, un giovanetto di sedici anni, che mi strinse la mano con un atto vivace, guardandomi fisso.

“Ci siamo!” dissi tra me; ora piovono gli allori.

“Dunque,” cominciò la signora dopo avermi squadrato da capo a piedi (sorriso, sguardo penetrante, sorpresa, nulla di tutto questo. — Si contiene! — pensai) “dunque lei è venuto a passare qualche giorno colla mamma, non è vero?” “Sì, signora.” “Oh bravo! Ha fatto bene. E... come ci si trova a Firenze?” “Bene... veramente. Non potrei desiderare di meglio.” “E... sento che si occupa.” “Un poco.” “Scrive, scrive.” Accennai di sì.

“Bravo, fa bene; se ne troverà contento. Non fa come gli altri giovani che sciupano il tempo nei divertimenti, e poi viene il giorno che se ne pentono. A star a tavolino, invece di bazzicare i cattivi compagni, si guadagna sempre qualcosa, o, alla peggio, non ci si perde nulla, non è vero?” “Gran Dio!” io tra me dissi, “cos’è questo?” “Abbiamo letto le cose sue, sa?” Io chinai il capo.

“Sicuro. Oh! abbiamo letto, abbiamo letto. Ha fatto dei bei lavori, in verità. No, no, se lo lasci dire, e poi già l’hanno detto anche degli altri: si vede che c’è la stoffa.” Seguì un minuto di silenzio.

“Anche mio figlio, vede, ha disposizione a scrivere.” Il ragazzo arrossì, interruppe sua madre, e mi lanciò una timida occhiata. [p. 145 modifica] “Sì, sì, ha della disposizione. Quando è in vena, vede, si mette a tavolino e tira giù delle lettere di otto pagine, tutte d’un fiato, senza fermarsi un momento. Ma bisogna che sia in vena. E scrive anche in buon stile.” “Mamma!” interruppe il figlio vergognandosi.

“Oh! ha ingegno anche lui. Peccato che lei non si fermi qui un po’ di più, che avrebbero tempo a conoscersi e studiare insieme.... e farsi vedere i lavori.... perchè tante volte, dicono, col confronto...” “Ma no, mamma!” esclamò il figliuolo impazientito. “Ma cosa dici? Qui.... il signore.... è uno scrittore.” Io ero annientato.

“Ma è quello che dico,” rispose risentitamente la signora; “appunto perchè scrive, ti potrebbe aiutare. Non ti dico mica che tu ne sappia più di lui; ma quattr’occhi, come suol dirsi, vedono meglio di due, e facendo i vostri lavori insieme, mi pare, posso ingannarmi, ma mi pare che riuscirebbero anche meglio. L’emulazione...” Comparve la padrona di casa: un viso di buona donna. Mi venne incontro porgendomi tutt’e due le mani e sorridendo amichevolmente; mi balenò un raggio di speranza; mi volsi a lei come al mio salvatore.

“Oh ben arrivato!” esclamò con voce carezzevole, “sono tanto contenta di far la sua conoscenza, sono molto amica di sua madre, ho sentito spesso parlar di lei....” Ripresi fiato.

“Ho sentito che è un così bravo _scienziato_....” Dio eterno! — io pensai — cos’ha capito costei? Addio speranza!

“Venga, venga con me, lo voglio presentare alle mie amiche.” E presomi per mano, mi condusse in un altr’angolo dov’erano tre signore, sedute in fila, tutt’e tre stecchite, serie, mute, che parevano statue. Due erano giovani, ma poco piacenti. [p. 146 modifica] La padrona di casa me le nominò tutt’e tre, e poi, accennando me a loro, disse: “Il signor tale.” Fecero tutt’e tre un cenno col capo.

“Giovane molto.... distinto.” Altro cenno come prima.

“Che è tanto bravo a far delle composizioni.” Seguì un istante di silenzio, io stavo là immobile come pietrificato.

“Compone musica?” domandò una delle tre signore con aria noncurante.

“No, no,” riprese la padrona; “compone (e mi volse uno sguardo interrogatore, stropicciando il pollice e l’indice della mano destra, nell’atto di chi fa scorrere del denaro) compone.... delle prose, non è vero?” Accennai di sì. Le signore parvero poco soddisfatte; la padrona scomparve, io sedetti. Una delle tre statue, forse mossa a compassione dell’imbarazzo che mi si doveva leggere in viso, mi rivolse la parola. Era un’amica di mia madre, una delle _lettrici_.

“Dunque,” disse dopo aver pensato un po’, “lei si diletta a scrivere?” “Sì, signora.” “È un bel passatempo.” Io la guardai.

“E poi,” continuò essa, “è anche uno sfogo.” “Già.” “Abbiamo tutti dei momenti in cui la _piena dei pensieri_ ci sforza, per così dire, ad espanderci. Si direbbe quasi che è un bisogno che ha l’uomo.... lasciando poi da parte che è un ottimo esercizio, perchè s’impara a scrivere con facilità.” “Dio!” “Non c’è niente di meglio che la pratica in materia di scrivere. Ha qualche cosa di stampato?” Mentre io mi voltavo a guardarla esterrefatto, si sentì in un angolo del salotto una gran risata [p. 147 modifica]. Alzai gli occhi e vidi un gruppo di gente che veniva verso di me, ridendo sgangheratamente. Qualcuno doveva aver raccontato qualche aneddoto. La padrona di casa, premendosi una mano sul petto per non scoppiare dal ridere, mi venne accanto; tutti gli altri intorno. — Questa merita proprio che lei la descriva in uno dei suoi.... temi. — E interrotta tratto tratto dalle risa degli astanti, mi ripetè l’aneddoto. Il quale, da quanto me ne lasciò comprendere l’infelicissimo stato in cui mi trovavo, consisteva, a spremerne il sugo, in uno scambio di cappelli seguito la sera innanzi fra due amici di casa, e non riconosciuto che la sera dopo, nello stesso salotto.

“Lei deve farci una novella _sopra_,” disse la padrona.

“Una poesia!” disse un altro.

“No, un’ode!” esclamò un terzo.

E lì tutti a ridere.

“Amplificando,” mi disse il padrone di casa, con piglio di confidenza, vedendo ch’io non parevo persuaso, “amplificando, aggiungendo, come sanno far loro, se ne potrebbe fare, non dico mica un poema (e rise), ma una cosettina.... Oh! il signor Lippi!” Tutti insieme si allontanarono da me per correre intorno a un giovanotto entrato allora, una faccia di scimunito, attillato, lisciato, impomatato, che rispondeva con molto sussiego ai saluti, ai sorrisi e alle dimostrazioni d’allegrezza che gli si facevano intorno. Mi parve di capire che fosse un bravo dilettante di piano.

La padrona lo condusse dinanzi a me, e tutti gli altri dietro.

Me lo nominò, m’inchinai. Nominò me a lui, e soggiunse: “Ne avrà sentito parlare.” Egli, in mezzo al silenzio generale, alzò gli occhi alla volta corrugando la fronte, stette un po’ pensando, e poi dondolò gravemente la testa per dire che non mi conosceva. [p. 148 modifica] Tutti mi guardarono, io arrossii.

Dopo pochi minuti quel tale era seduto dinanzi al piano e suonava; altri giuocavano alle carte; altri, nell’angolo opposto, giuocavano a certi giuochi di società di cui non mi ricordo. Da quel momento in poi io vidi ogni cosa come a traverso d’un velo. Lasciato solo in un canto, divoravo in silenzio la mia rabbia, la mia vergogna, la mia umiliazione; avrei voluto essere dieci metri sotto terra; mi sentivo il più infelice degli uomini. Oh i miei poveri sogni! mie speranze! miei libri! notti passate a tavolino, colla fronte ardente e il cuore in sussulto! Pensavo a mia madre e ne sentivo quasi pietà.... Se fosse qui — pensavo — se mi vedesse! Ma io non pretendeva mica molto, io, — dicevo poi tra me coll’accento d’un povero che si lamenta d’un rifiuto, — io non domandavo mica d’essere ammirato, festeggiato, lodato; io cercava solamente una parola gentile, uno sguardo che mi dicesse: — Ti conosco; — un sorriso da cui potessi capire che qui si sa ch’io penso, sento, lavoro. Ma siete dunque dei bruti, voialtri?

Ricordo, così in confuso, che mi fu portato il quaderno d’un bambino perchè ci facessi le correzioni. Ricordo che mi fu presentato un maestro di prima elementare, che mi domandò: — Che studi ha fatto? — dopo che la padrona ci aveva lasciati soli dicendomi colla più ingenua bonarietà: — Ho trovato una compagnia per lei. — Ricordo che mi fu domandato da una signora se in Toscana si parla bene, e ch’io risposi che parlavano molto bene i contadini; alle quali parole diedero tutti in una sonora risata. Ricordo che sul punto d’accommiatarmi, mentre tutti mi stavano guardando con un’aria così tra di curiosità e di compassione per la mia musoneria, un bambino mi salutò gridando: — Addio, poeta! — saluto che provocò un’ultima e sonora risata di tutta la compagnia. E finalmente mentre ero già in fondo alla scala un ultimo: — [p. 149 modifica]Scriva! Scriva! — della padrona, che mi fece l’effetto d’una stoccata nel petto.

— Mai più, — dicevo tra me un’ora dopo buttandomi a letto ancora tutto pieno di amarezza e di stizza; — mai più in mezzo a codesta gente! Semplicità? Primitività? Candore? Ma è una ignoranza che opprime, una volgarità che schiaccia, un cretinismo che soffoca tutto quello che v’è di più nobile e di più alto nell’intelletto umano! Ma i figliuoli di codeste buone donne, se Dio ne guardi, avranno un lampo d’ingegno, se avranno cuore, se sentiranno il bisogno d’espandersi, d’essere riconosciuti, confortati, ispirati, ma cosa troveranno in casa? Far di queste figure dinanzi alle madri degli altri.... vada; ma dinanzi alla propria, ah! dev’essere duro!

E dopo d’allora, ogni volta che in una casa di gente bennata mi fanno sentir declamar versi e leggere composizioni italiane dalle bambine che vanno a scuola, non mi annoio più, come una volta, non mi stizzisco più, non mi par più che sia un’ostentazione sciocca e ridicola, perchè penso che quelle bambine, quando saranno madri di famiglia e terranno conversazione in casa, a nessun giovane che studi e che lavori faranno mai passare una serata d’inferno come quella ch’io passai..... Così il mio amico. Mi pare, ripeto, che sia un caso pratico abbastanza eloquente. Lascio la conclusione ai lettori e fo punto.... Ah! mi sono scordato di dire, ma credo quasi inutile d’aggiungere, che tutte quelle signore, se non scrivevano _bacio_ con due _c_, certamente, nell’atto di scrivere, dovevano stare un po’ sopra pensiero; eppure credo che fossero ancora superiori d’un grado alla donna tipo del giornalista in discorso, perchè Polonia sapevano tutte che non era una creatura come loro.
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DELL’ISTRUZIONE DELLE DONNE.
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ANEDDOTO.
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Premetto che quest’amico ha scritto qualche cosa e scrive ancora.
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Io riferirò le sue stesse parole.
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La mia famiglia ne riteneva due o tre, e regalava le altre ai vicini.
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Non dico il fantasticare continuo ch’io feci durante il viaggio.
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Avevo sempre davanti agli occhi le lettrici.
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Potrei giurare che la mia non era una vanagloriaccia volgare.
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C’era dell’ingenuità, e oserei anche dire, della gentilezza.
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Chi sono?
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Dove sono?
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Cosa fanno?
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Sono buone signore, ma nulla più che buone.
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io dicevo tra me.
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io continuai a pensare.
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Ah!
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così — ella deve esclamare leggendo — così si dice!
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Così dirò!
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Da ora innanzi lo potrò esprimere questo sentimento!
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Questo bisogno del cuore d’ora innanzi lo potrò significare!
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“Ma l’hanno letto tutto, il mio libro, non è vero?” domandai.
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io esclamava in cuor mio, sento che scriverò duecento volumi!
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Venne l’ora della visita; erano avvisate, e m’aspettavano.
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Il marito della signora del primo piano mi venne a prendere.
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Aspettavo dei complimenti, ma non mi disse che le parole d’uso.
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Mi fece pietà.
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A che duro giogo son condannate le donne!
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dicevo tra me.
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È impossibile che costui comprenda sua moglie.
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C’era una quindicina di persone divise in tre crocchi.
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La padrona di casa, in quel momento, era assente.
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Si contengono, pensai.
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“Ci siamo!” dissi tra me; ora piovono gli allori.
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— Si contiene!
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Ha fatto bene.
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E... come ci si trova a Firenze?” “Bene... veramente.
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“Bravo, fa bene; se ne troverà contento.
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“Sicuro.
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Oh!
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abbiamo letto, abbiamo letto.
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Ha fatto dei bei lavori, in verità.
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[p. 145 modifica] “Sì, sì, ha della disposizione.
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Ma bisogna che sia in vena.
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“Oh!
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ha ingegno anche lui.
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“Ma cosa dici?
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Qui.... il signore.... è uno scrittore.” Io ero annientato.
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“Ho sentito che è un così bravo _scienziato_....” Dio eterno!
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— io pensai — cos’ha capito costei?
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Addio speranza!
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Due erano giovani, ma poco piacenti.
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“Giovane molto.... distinto.” Altro cenno come prima.
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Le signore parvero poco soddisfatte; la padrona scomparve, io sedetti.
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Era un’amica di mia madre, una delle _lettrici_.
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Qualcuno doveva aver raccontato qualche aneddoto.
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— Questa merita proprio che lei la descriva in uno dei suoi.... temi.
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“Lei deve farci una novella _sopra_,” disse la padrona.
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“Una poesia!” disse un altro.
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“No, un’ode!” esclamò un terzo.
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E lì tutti a ridere.
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Mi parve di capire che fosse un bravo dilettante di piano.
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La padrona lo condusse dinanzi a me, e tutti gli altri dietro.
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Me lo nominò, m’inchinai.
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[p. 148 modifica] Tutti mi guardarono, io arrossii.
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Da quel momento in poi io vidi ogni cosa come a traverso d’un velo.
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Oh i miei poveri sogni!
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mie speranze!
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miei libri!
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notti passate a tavolino, colla fronte ardente e il cuore in sussulto!
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Pensavo a mia madre e ne sentivo quasi pietà....
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Se fosse qui — pensavo — se mi vedesse!
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Ma siete dunque dei bruti, voialtri?
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Scriva!
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— della padrona, che mi fece l’effetto d’una stoccata nel petto.
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Semplicità?
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Primitività?
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Candore?
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dev’essere duro!
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Mi pare, ripeto, che sia un caso pratico abbastanza eloquente.
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Lascio la conclusione ai lettori e fo punto.... Ah!
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DELL’ISTRUZIONE DELLE DONNE.

ANEDDOTO.

Qualche tempo fa, un giornalista arguto e dotto ha pubblicamente dichiarato di preferire le donne che scrivono _bacio_ con due c a quelle che lo scrivono con un c solo; e quelle che prendono _Polonia_ per un nome di donna, a quell’altre che sanno che la Polonia è un paese.

Leggendo il forbito articolo con cui quel giornalista s’adoperava a dimostrare la ragionevolezza delle sue preferenze, io mi ricordai d’una scenetta seguita a un mio amico, dalla quale mi parve potersi ricavar qualche lume circa la quistione della _Polonia_ e del _bacio_. È un caso tutto pratico, che forse non gioverà meno d’un ragionamento lungo.

Premetto che quest’amico ha scritto qualche cosa e scrive ancora. Non è un’aquila, come suol dirsi; ma una tal quale attitudine alle lettere si dice che l’abbia; quindi anche un po’ di vanità, la quale, benchè non sia espressa in parole determinate, resulterà, temo, dal complesso del racconto. I lettori gli perdonino, in considerazione della universalità del difetto. Io riferirò le sue stesse parole.

......... Man mano che scrivevo qualche cosa (egli mi disse), ne mandavo dieci o dodici copie a casa. La mia famiglia ne riteneva due o tre, e regalava le altre ai vicini. Un giorno mia madre mi scrisse, fra le [p. 141 modifica]altre cose, che mi facessi animo, che continuassi a lavorare con ardore, poichè c’erano delle _signore impazienti_. Queste _signore impazienti_, che essendo vicine e amiche di mia madre io avrei potuto conoscere alla mia prima scappata a casa, mi stimolarono potentemente. Non ch’io almanaccassi conquiste o cose simili, neanco per sogno; ma mi lusingava l’idea di destare delle simpatie di lontano, di prepararmi un’accoglienza particolarmente gentile, di arrivare là aspettato, desiderato, che so io? Di tratto in tratto mi scrivevano da casa: _Si legge, si legge_, ed io andavo in solluchero.

Finalmente venne l’occasione di tornare per qualche giorno in famiglia.

Non dico il fantasticare continuo ch’io feci durante il viaggio. Avevo sempre davanti agli occhi le lettrici. Mi rappresentavo coll’immaginazione l’arrivo, il primo incontro, le voci di sorpresa, le strette di mano prolungate, gli occhi curiosi fissi nei miei a cercarvi l’espressione degli affetti versati nelle scritture, le domande ingenue intorno a questo o a quel particolare, di questo o quel lavoro, il voler sapere come l’uno fu pensato, quando l’altro fu steso, di dove il terzo fu tratto, e mille altre fanciullaggini, che son passate pel capo a tutti coloro che imbrattarono un po’ di carta; e se qualcuno lo nega, mente.

Potrei giurare che la mia non era una vanagloriaccia volgare. C’era dell’ingenuità, e oserei anche dire, della gentilezza. Cercavo, e sentivo in me il bisogno, non tanto d’una soddisfazione d’amor proprio che mi servisse di premio, quanto d’un incoraggiamento, d’un saggio di quello che potessero essere le gioie d’uno scrittore onesto, per trarne stimolo a perseverare nello studio delle lettere e nel culto degli affetti gentili, e nella risoluzione di non iscrivere mai altro che cose utili e buone.

Nella città dove aveva scritto, non m’erano punto mancate soddisfazioni della natura di quelle che [p. 142 modifica]andavo a cercare nel vicinato di mia madre; ma non so perchè, mi pareva che queste dovessero essere assai più dolci e più efficaci di quelle; principalmente perchè la mia famiglia ne sarebbe stata testimone, ed io avrei goduto per me e per essa. Insomma, arrivai, e le prime domande che feci in casa furono:

“E le vicine? Chi sono? Dove sono? Cosa fanno? Quando vengono?”

“Le vicine,” mi rispose mia madre, “sono le signore tali e tali. Le troverai tutte insieme questa sera in casa della signora C., qui sotto, al primo piano, alle otto. T’avverto che non sono giovani.”

“Nemmeno una?”

“Nemmeno una.”

Veramente, pensai, sarebbe stato meglio..... Ma che importa, in fondo? La simpatia, l’amicizia, la _corrispondenza d’amorosi sensi_ quale deve correre, in generale, fra chi scrive e chi legge, non ha che fare cogli anni. O piuttosto ci ha che fare pel mio meglio: perchè i libri e gli scrittori non diventano veri, sodi, indivisibili amici che in età riposata, quando le gioie rumorose della vita non sono più per noi, e l’anima si raccoglie in sè stessa.

“Bada.....” soggiunse mia madre, “non ti credere di trovare delle letterate o delle dottoresse. Sono buone signore, ma nulla più che buone. Di letteratura credo che se ne intendano poco.”

Ma che importa anche questo! io dicevo tra me. Meglio: anime ingenue, schiette, non traviate dai libri, senza vernice di rettorica, di affettazione, di sensitività raccattata e falsa: gente che legge col cuore, e che risponde col cuore.

“Nota,” disse ancora mia madre, “che una di queste signore s’è tutta turbata quando le dissi che tu dovevi arrivare, perchè aveva paura che non sapessi parlar altro che italiano.”

Povera signora! io continuai a pensare. Quanto le [p. 143 modifica]deve riuscir più grato e più dolce il veder espressi in una lingua a lei mal nota, e che pur desidera di imparare, gli affetti più riposti, i moti più delicati, le immagini più soavi dell’anima sua! Ah! così — ella deve esclamare leggendo — così si dice! Così dirò! Da ora innanzi lo potrò esprimere questo sentimento! Questo bisogno del cuore d’ora innanzi lo potrò significare!

“Ma l’hanno letto tutto, il mio libro, non è vero?” domandai.

“Vorrei credere; me l’hanno detto, mi chiedevano sempre notizie di te, mi pregavano continuamente di scriverti che tu facessi, che tu mandassi; avrebbero voluto che tu scrivessi con dieci penne alla volta.”

Ah! io esclamava in cuor mio, sento che scriverò duecento volumi!

Venne l’ora della visita; erano avvisate, e m’aspettavano. Il marito della signora del primo piano mi venne a prendere. Aspettavo dei complimenti, ma non mi disse che le parole d’uso. Mi fece pietà. A che duro giogo son condannate le donne! dicevo tra me. È impossibile che costui comprenda sua moglie. Era in fatti un vecchiotto con una faccia di citrullo da far cascare le braccia.

“Avrò l’onore” mi disse scendendo le scale “di presentarle le mie due ragazze grandi.”

Arrivammo alla porta, egli suonò, io presi un’aria modesta, ed entrammo.

Era una sala grande, mobiliata con una certa eleganza, e illuminata da tre bei lumi ad olio, posti su tre tavolini ai tre angoli più lontani dalla porta. C’era una quindicina di persone divise in tre crocchi. La padrona di casa, in quel momento, era assente. Il padrone mi condusse al gruppo più vicino e mi presentò alle sue due ragazze, bruttine, che mi salutarono con un certo ritegno.

Si contengono, pensai.

“La signora tale,” soggiunse il padron [p. 144 modifica]e indicandomi una signora sulla quarantina, lunga ed asciutta, “è una grande amica della sua signora madre.”

M’inchinai e sedetti.

La signora mi presentò suo figlio, un giovanetto di sedici anni, che mi strinse la mano con un atto vivace, guardandomi fisso.

“Ci siamo!” dissi tra me; ora piovono gli allori.

“Dunque,” cominciò la signora dopo avermi squadrato da capo a piedi (sorriso, sguardo penetrante, sorpresa, nulla di tutto questo. — Si contiene! — pensai) “dunque lei è venuto a passare qualche giorno colla mamma, non è vero?”

“Sì, signora.”

“Oh bravo! Ha fatto bene. E... come ci si trova a Firenze?”

“Bene... veramente. Non potrei desiderare di meglio.”

“E... sento che si occupa.”

“Un poco.”

“Scrive, scrive.”

Accennai di sì.

“Bravo, fa bene; se ne troverà contento. Non fa come gli altri giovani che sciupano il tempo nei divertimenti, e poi viene il giorno che se ne pentono. A star a tavolino, invece di bazzicare i cattivi compagni, si guadagna sempre qualcosa, o, alla peggio, non ci si perde nulla, non è vero?”

“Gran Dio!” io tra me dissi, “cos’è questo?”

“Abbiamo letto le cose sue, sa?”

Io chinai il capo.

“Sicuro. Oh! abbiamo letto, abbiamo letto. Ha fatto dei bei lavori, in verità. No, no, se lo lasci dire, e poi già l’hanno detto anche degli altri: si vede che c’è la stoffa.”

Seguì un minuto di silenzio.

“Anche mio figlio, vede, ha disposizione a scrivere.”

Il ragazzo arrossì, interruppe sua madre, e mi lanciò una timida occhiata. [p. 145 modifica]

“Sì, sì, ha della disposizione. Quando è in vena, vede, si mette a tavolino e tira giù delle lettere di otto pagine, tutte d’un fiato, senza fermarsi un momento. Ma bisogna che sia in vena. E scrive anche in buon stile.”

“Mamma!” interruppe il figlio vergognandosi.

“Oh! ha ingegno anche lui. Peccato che lei non si fermi qui un po’ di più, che avrebbero tempo a conoscersi e studiare insieme.... e farsi vedere i lavori.... perchè tante volte, dicono, col confronto...”

“Ma no, mamma!” esclamò il figliuolo impazientito. “Ma cosa dici? Qui.... il signore.... è uno scrittore.”

Io ero annientato.

“Ma è quello che dico,” rispose risentitamente la signora; “appunto perchè scrive, ti potrebbe aiutare. Non ti dico mica che tu ne sappia più di lui; ma quattr’occhi, come suol dirsi, vedono meglio di due, e facendo i vostri lavori insieme, mi pare, posso ingannarmi, ma mi pare che riuscirebbero anche meglio. L’emulazione...”

Comparve la padrona di casa: un viso di buona donna. Mi venne incontro porgendomi tutt’e due le mani e sorridendo amichevolmente; mi balenò un raggio di speranza; mi volsi a lei come al mio salvatore.

“Oh ben arrivato!” esclamò con voce carezzevole, “sono tanto contenta di far la sua conoscenza, sono molto amica di sua madre, ho sentito spesso parlar di lei....”

Ripresi fiato.

“Ho sentito che è un così bravo _scienziato_....”

Dio eterno! — io pensai — cos’ha capito costei? Addio speranza!

“Venga, venga con me, lo voglio presentare alle mie amiche.”

E presomi per mano, mi condusse in un altr’angolo dov’erano tre signore, sedute in fila, tutt’e tre stecchite, serie, mute, che parevano statue. Due erano giovani, ma poco piacenti. [p. 146 modifica]

La padrona di casa me le nominò tutt’e tre, e poi, accennando me a loro, disse:

“Il signor tale.”

Fecero tutt’e tre un cenno col capo.

“Giovane molto.... distinto.”

Altro cenno come prima.

“Che è tanto bravo a far delle composizioni.”

Seguì un istante di silenzio, io stavo là immobile come pietrificato.

“Compone musica?” domandò una delle tre signore con aria noncurante.

“No, no,” riprese la padrona; “compone (e mi volse uno sguardo interrogatore, stropicciando il pollice e l’indice della mano destra, nell’atto di chi fa scorrere del denaro) compone.... delle prose, non è vero?”

Accennai di sì. Le signore parvero poco soddisfatte; la padrona scomparve, io sedetti. Una delle tre statue, forse mossa a compassione dell’imbarazzo che mi si doveva leggere in viso, mi rivolse la parola. Era un’amica di mia madre, una delle _lettrici_.

“Dunque,” disse dopo aver pensato un po’, “lei si diletta a scrivere?”

“Sì, signora.”

“È un bel passatempo.”

Io la guardai.

“E poi,” continuò essa, “è anche uno sfogo.”

“Già.”

“Abbiamo tutti dei momenti in cui la _piena dei pensieri_ ci sforza, per così dire, ad espanderci. Si direbbe quasi che è un bisogno che ha l’uomo.... lasciando poi da parte che è un ottimo esercizio, perchè s’impara a scrivere con facilità.”

“Dio!”

“Non c’è niente di meglio che la pratica in materia di scrivere. Ha qualche cosa di stampato?”

Mentre io mi voltavo a guardarla esterrefatto, si sentì in un angolo del salotto una gran risata [p. 147 modifica]. Alzai gli occhi e vidi un gruppo di gente che veniva verso di me, ridendo sgangheratamente. Qualcuno doveva aver raccontato qualche aneddoto. La padrona di casa, premendosi una mano sul petto per non scoppiare dal ridere, mi venne accanto; tutti gli altri intorno. — Questa merita proprio che lei la descriva in uno dei suoi.... temi. — E interrotta tratto tratto dalle risa degli astanti, mi ripetè l’aneddoto. Il quale, da quanto me ne lasciò comprendere l’infelicissimo stato in cui mi trovavo, consisteva, a spremerne il sugo, in uno scambio di cappelli seguito la sera innanzi fra due amici di casa, e non riconosciuto che la sera dopo, nello stesso salotto.

“Lei deve farci una novella _sopra_,” disse la padrona.

“Una poesia!” disse un altro.

“No, un’ode!” esclamò un terzo.

E lì tutti a ridere.

“Amplificando,” mi disse il padrone di casa, con piglio di confidenza, vedendo ch’io non parevo persuaso, “amplificando, aggiungendo, come sanno far loro, se ne potrebbe fare, non dico mica un poema (e rise), ma una cosettina.... Oh! il signor Lippi!”

Tutti insieme si allontanarono da me per correre intorno a un giovanotto entrato allora, una faccia di scimunito, attillato, lisciato, impomatato, che rispondeva con molto sussiego ai saluti, ai sorrisi e alle dimostrazioni d’allegrezza che gli si facevano intorno. Mi parve di capire che fosse un bravo dilettante di piano.

La padrona lo condusse dinanzi a me, e tutti gli altri dietro.

Me lo nominò, m’inchinai. Nominò me a lui, e soggiunse:

“Ne avrà sentito parlare.”

Egli, in mezzo al silenzio generale, alzò gli occhi alla volta corrugando la fronte, stette un po’ pensando, e poi dondolò gravemente la testa per dire che non mi conosceva. [p. 148 modifica]

Tutti mi guardarono, io arrossii.

Dopo pochi minuti quel tale era seduto dinanzi al piano e suonava; altri giuocavano alle carte; altri, nell’angolo opposto, giuocavano a certi giuochi di società di cui non mi ricordo. Da quel momento in poi io vidi ogni cosa come a traverso d’un velo. Lasciato solo in un canto, divoravo in silenzio la mia rabbia, la mia vergogna, la mia umiliazione; avrei voluto essere dieci metri sotto terra; mi sentivo il più infelice degli uomini. Oh i miei poveri sogni! mie speranze! miei libri! notti passate a tavolino, colla fronte ardente e il cuore in sussulto! Pensavo a mia madre e ne sentivo quasi pietà.... Se fosse qui — pensavo — se mi vedesse! Ma io non pretendeva mica molto, io, — dicevo poi tra me coll’accento d’un povero che si lamenta d’un rifiuto, — io non domandavo mica d’essere ammirato, festeggiato, lodato; io cercava solamente una parola gentile, uno sguardo che mi dicesse: — Ti conosco; — un sorriso da cui potessi capire che qui si sa ch’io penso, sento, lavoro. Ma siete dunque dei bruti, voialtri?

Ricordo, così in confuso, che mi fu portato il quaderno d’un bambino perchè ci facessi le correzioni. Ricordo che mi fu presentato un maestro di prima elementare, che mi domandò: — Che studi ha fatto? — dopo che la padrona ci aveva lasciati soli dicendomi colla più ingenua bonarietà: — Ho trovato una compagnia per lei. — Ricordo che mi fu domandato da una signora se in Toscana si parla bene, e ch’io risposi che parlavano molto bene i contadini; alle quali parole diedero tutti in una sonora risata. Ricordo che sul punto d’accommiatarmi, mentre tutti mi stavano guardando con un’aria così tra di curiosità e di compassione per la mia musoneria, un bambino mi salutò gridando: — Addio, poeta! — saluto che provocò un’ultima e sonora risata di tutta la compagnia. E finalmente mentre ero già in fondo alla scala un ultimo: — [p. 149 modifica]Scriva! Scriva! — della padrona, che mi fece l’effetto d’una stoccata nel petto.

— Mai più, — dicevo tra me un’ora dopo buttandomi a letto ancora tutto pieno di amarezza e di stizza; — mai più in mezzo a codesta gente! Semplicità? Primitività? Candore? Ma è una ignoranza che opprime, una volgarità che schiaccia, un cretinismo che soffoca tutto quello che v’è di più nobile e di più alto nell’intelletto umano! Ma i figliuoli di codeste buone donne, se Dio ne guardi, avranno un lampo d’ingegno, se avranno cuore, se sentiranno il bisogno d’espandersi, d’essere riconosciuti, confortati, ispirati, ma cosa troveranno in casa? Far di queste figure dinanzi alle madri degli altri.... vada; ma dinanzi alla propria, ah! dev’essere duro!

E dopo d’allora, ogni volta che in una casa di gente bennata mi fanno sentir declamar versi e leggere composizioni italiane dalle bambine che vanno a scuola, non mi annoio più, come una volta, non mi stizzisco più, non mi par più che sia un’ostentazione sciocca e ridicola, perchè penso che quelle bambine, quando saranno madri di famiglia e terranno conversazione in casa, a nessun giovane che studi e che lavori faranno mai passare una serata d’inferno come quella ch’io passai.....

Così il mio amico. Mi pare, ripeto, che sia un caso pratico abbastanza eloquente. Lascio la conclusione ai lettori e fo punto.... Ah! mi sono scordato di dire, ma credo quasi inutile d’aggiungere, che tutte quelle signore, se non scrivevano _bacio_ con due _c_, certamente, nell’atto di scrivere, dovevano stare un po’ sopra pensiero; eppure credo che fossero ancora superiori d’un grado alla donna tipo del giornalista in discorso, perchè Polonia sapevano tutte che non era una creatura come loro.