it-fr  Il ritratto di Dorian Grey - Oscar Wilde Easy
«Grazie, non voglio altro», disse il pittore levandosi cappello e cappotto e gettandoli sulla borsa che aveva posato in un angolo. «E ora, mio caro amico, devo parlarti seriamente. Non fare quella faccia scura. Mi rendi le cose molto più difficili».
«Di che cosa si tratta?» esclamò Dorian Gray, con la sua aria insolente, lasciandosi cadere su un divano. «Spero non di me. Stasera sono stanco di me, mi piacerebbe essere qualcun altro».
«Si tratta di te,» rispose il pittore con la sua voce grave e profonda, «e te lo devo dire. Ti prenderà solo mezz'ora».
Dorian sospirò e accese una sigaretta. «Mezz'ora!» mormorò.
«Non è chiederti molto, Dorian, e parlo nel tuo esclusivo interesse. Penso sia bene che tu sappia che a Londra si dicono le cose più tremende sul tuo conto».
«Non desidero saperne nulla. Amo gli scandali che riguardano gli altri, ma quelli che riguardano me non mi interessano. Non hanno il fascino della novità».
«Devono interessarti, Dorian. Ogni gentiluomo ha interesse al suo buon nome. Non vorrai che la gente parli di te come di un personaggio vile e vizioso. Naturalmente ci sono la tua posizione, la tua ricchezza e via dicendo, ma posizione e ricchezza non sono tutto. Bada che non credo assolutamente a queste voci, o almeno, quando ti vedo non posso crederci. Il peccato è una cosa che si stampa sulla faccia di un uomo: non lo si può nascondere.
A volte la gente parla di vizi segreti, ma cose simili non esistono. Se un disgraziato ha un vizio, lo manifesta nella linea della bocca, nelle palpebre cadenti, persino nella forma delle mani. L'anno scorso venne da me un tizio - non voglio fare il suo nome, ma lo conosci - per farsi fare il ritratto. Non lo avevo mai visto e fino a quel momento non avevo mai sentito dire nulla sul suo conto, anche se in seguito ho saputo un bel po' di cose. Mi offrì una somma sbalorditiva. Rifiutai. C'era qualche cosa nella forma delle sue dita che mi disgustava. Adesso so che le cose immaginate sul suo conto erano assolutamente vere: conduce una vita spaventosa. Ma tu, Dorian, con quel tuo viso puro, luminoso, innocente, con la tua meravigliosa giovinezza intatta... non posso pensare nulla contro di te. Tuttavia ti vedo molto di rado e ormai non vieni più nel mio studio; così, quando sono lontano e sento queste cose disgustose che la gente mormora sul tuo conto, non so che cosa dire. Perché, Dorian, un uomo come il duca di Berwick lascia la sala di un club quando entri tu? Come mai qui a Londra tanti gentiluomini non vengono a casa tua né ti invitano a casa loro? Un tempo eri amico di Lord Staveley. L'ho incontrato la settimana scorsa a pranzo. Durante la conversazione saltò fuori il tuo nome a proposito delle miniature che hai prestato per la mostra del Dudley. Staveley fece una smorfia e disse che potevi avere il gusto artistico più squisito, ma che non si dovrebbe permettere a nessuna ragazza casta di conoscerti e a nessuna donna onesta di rimanere dove ci sei anche tu. Gli ricordai che ero tuo amico e gli chiesi di spiegarsi. Lo fece, lo fece così, davanti a tutti. Una cosa orribile. Perché la tua amicizia è così fatale ai giovani? C'è stato quel disgraziato giovanotto delle guardie che si è suicidato. Eri suo grande amico. C'è stato Lord Henry Ashton che ha dovuto lasciare l'Inghilterra con il nome macchiato. Eravate inseparabili. E che dire di Adrian Singleton e della sua terribile fine? Che dire dell'unico figlio di Lord Kent e della sua cameriera? Ho incontrato il padre ieri, in St. James's Street: sembrava distrutto dalla vergogna e dal dolore. Che dire del giovane duca di Perth? Che vita conduce adesso? Qual è il gentiluomo che lo frequenterebbe?» «Smettila, Basil. Parli di cose di cui non sai nulla», disse Dorian Gray mordendosi le labbra e con una nota di infinito disprezzo nella voce. «Mi chiedi come mai Berwick lascia la stanza quando entro io: perché io so tutto della sua vita e non perché lui sa qualche cosa della mia. Con il sangue che gli scorre nelle vene, come potrebbe avere un passato pulito? Mi chiedi di Henry Ashton e del giovane Perth. Sono stato io ad insegnare all'uno i suoi vizi e all'altro la sua depravazione? E se quell'imbecille del figlio di Kent prende in moglie una che batte il marciapiede, che cosa c'entro io? Se Adrian Singleton firma una cambiale con il nome di un amico, sono io il suo tutore? Le conosco le chiacchiere che si fanno in Inghilterra. I borghesi sciorinano i loro pregiudizi morali davanti a enormi tavole imbandite e parlano a bassa voce di quelle che chiamano le dissolutezze delle classi superiori per dimostrare di far parte della buona società e di essere in confidenza con quelli che calunniano. In questo paese basta che un uomo sia un po' diverso e abbia una certa intelligenza perché ogni lingua mediocre si agiti contro di lui. E che tipo di vita conducono questi che si atteggiano a moralisti? Mio caro amico,dimentichi che qui siamo nella patria dell'ipocrisia».
«Dorian,» esclamò Hallward, «non è questo il problema. In Inghilterra ci sono moltissime cose che non vanno e la società inglese è completamente sbagliata. Ma proprio per questo vorrei che tu fossi diverso. E invece non lo sei stato. Si ha il diritto di giudicare un uomo dall'influenza che esercita sugli amici. I tuoi pare abbiano perduto ogni senso dell'onore, della bontà, della purezza. Hai instillato in loro la frenesia del piacere e loro sono caduti fino in fondo. Ce li hai portati tu, sì, ce li hai portati tu, e tuttavia puoi sorridere come sorridi adesso. Ma c'è anche di peggio. So che tu e Harry siete inseparabili. Non fosse che per questo, non avresti dovuto permettere che il nome di sua sorella fosse sulla bocca di tutti».
«Attento, Basil. Stai andando un po' troppo oltre».
«Devo parlare e tu devi ascoltarmi e mi ascolterai. Quando hai conosciuto Lady Gwendolin, non l'aveva sfiorata nemmeno l'ombra di uno scandalo. E, adesso c'è forse una sola donna come si deve disposta a farsi vedere in carrozza con lei al Park? Ma se nemmeno ai suoi figli si permette di vivere con lei. Poi corrono altre voci: si dice che sei stato visto sgusciare all'alba da case infami ed entrare travestito nelle più sozze taverne di Londra. È vero? Può essere vero? La prima volta che le ho sentite, ne ho riso. Quando le sento adesso, mi fanno venire i brividi. E la tua casa di campagna e quello che succede laggiù? Dorian, non sai quello che si dice sul tuo conto.
Non voglio dirti che non intendo farti una predica. Ricordo quel che Harry ha detto una volta: chiunque decida di fare per un po' il curato dilettante, comincia sempre col dire questa frase, e subito dopo rompe la promessa.
Io voglio proprio farti una predica. Voglio che tu conduca una vita che ti permetta di essere rispettato da tutti.
Voglio che il tuo nome e la tua reputazione siano senza macchia. Voglio che ti sbarazzi della gente orribile che ti sta intorno. Non alzare le spalle in questo modo, non essere così indifferente. Tu hai una straordinaria influenza: fa che spinga al bene e non al male. Dicono che tu corrompa tutti coloro che divengono tuoi intimi amici e che basta che tu entri in una casa, perché ne segua qualche cosa di vergognoso. Non so se è vero o no.
Come potrei saperlo? Ma queste sono le voci che circolano sul tuo conto. Mi hanno detto cose di cui sembra impossibile dubitare. Lord Gloucester era uno dei miei migliori amici a Oxford. Mi ha fatto vedere una lettera che gli ha scritto sua moglie quando era in fin di vita, sola, nella sua villa di Mentone. Nella più terribile confessione che io abbia mai letto era coinvolto il tuo nome. Gli dissi che era assurdo, che ti conoscevo a fondo e che non saresti stato capace di cose simili. Conoscerti? Mi domando se ti conosco. Prima di poter rispondere dovrei vedere la tua anima».
«Vedere la mia anima!» balbettò Dorian Gray balzando in piedi bianco di paura.
«Sì,» rispose gravemente Hallward, con un tono di profonda sofferenza nella voce, «vedere la tua anima. Ma solo Dio può farlo».
Un'amara risata di scherno eruppe dalle labbra di Dorian Gray. «La vedrai tu stesso. Stasera!» esclamò afferrando una lampada sul tavolo. «Andiamo: l'hanno fatta le tue mani. Perché non dovresti vederla? Dopo, se vorrai, potrai raccontarlo a tutti. Nessuno ti crederà. E se ti credessero piacerai loro ancor di più. Conosco la nostra epoca meglio di te, anche se tu ne vai cianciando in modo così noioso. Vieni, ti dico. Hai parlato abbastanza di corruzione: adesso la guarderai in faccia».
In ogni parola pronunciata c'era la follia dell'orgoglio. Pestò un piede a terra in quel suo modo insolente e infantile. Provava una gioia terribile al pensiero che un altro avrebbe diviso il suo segreto e che l'autore del ritratto all'origine di tutta la sua vergogna avrebbe portato per il resto della vita l'ignobile ricordo di quel che aveva fatto.
«Sì,» proseguì venendogli vicino e guardandolo fisso negli occhi severi, «ti farò vedere la mia anima. Vedrai quello che, a tuo avviso, solo Dio può vedere».
Hallward arretrò. «Questa è una bestemmia, Dorian!» gridò. «Non devi dire cose simili. Sono orribili e non significano niente».
«Lo credi davvero?» disse e rise nuovamente.
«Ne sono certo. E per quanto riguarda le cose che ti ho detto stasera, le ho dette per il tuo bene. Sai che sono sempre stato un amico leale».
«Non toccarmi. Finisci quel che hai da dire».
Un lampo contorto di sofferenza passò sul viso del pittore. Tacque per un momento e un profondo senso di pietà lo assalì. Dopotutto che diritto aveva di spiare nella vita di Dorian Gray? Se aveva commesso solo un decimo di quello che si raccontava, quanto doveva aver sofferto! Poi si raddrizzò, si diresse verso il caminetto, e rimase immobile a guardare i ceppi ardenti, coperti da una brina di cenere e da palpitanti cuori di fiamma.
«Sto aspettando, Basil», disse il giovane con voce chiara e dura.
Basil si voltò. «Quel che ho da dire è questo,» esclamò. «Devi rispondere in qualche modo alle terribili accuse che ti si fanno. Se mi dici che sono assolutamente false, dalla prima all'ultima, ti crederò. Negale, Dorian, negale! Non vedi cosa sto passando? Mio Dio! Non dirmi che sei malvagio, corrotto, infame.» Dorian Gray sorrise. Le labbra erano piegate in un'espressione sprezzante. «Vieni di sopra, Basil,» disse con voce tranquilla, «tengo un diario della mia vita, giorno per giorno: non esce mai dalla stanza in cui viene scritto.
Te lo farò vedere se vieni con me».
«Verrò, Dorian, se lo desideri. Vedo che ho perso il treno. Non importa, posso partire domani. Ma non chiedermi di leggere nulla, stasera. Voglio solo una semplice risposta alla mia domanda».
«Ti verrà data di sopra. Non posso dartela qui.
XIII Uscì dalla stanza e cominciò a salire; Basil Hallward lo seguiva da vicino. Camminavano adagio, come si fa istintivamente di notte. La lampada gettava ombre fantastiche sul muro e sulle scale. Un soffio di vento fece vibrare rumorosamente qualche finestra.
Giunti all'ultimo pianerottolo, Dorian posò la lampada sul pavimento e, presa la chiave, la girò nella serratura.
«Vuoi proprio sapere, Basil?» domandò a bassa voce.
«Sì.» «Ne sono felice,» assentì sorridendo. Poi aggiunse, con una certa asprezza: «Sei l'unica persona al mondo che abbia il diritto di sapere tutto di me. Nella mia vita hai avuto un'influenza maggiore di quello che pensi.» Prese la lampada, aprì la porta ed entrò. Una fredda corrente d'aria li investì e, per un momento, la fiamma si ridusse a una scura lingua arancione. Rabbrividì. «Chiudi la porta,» sussurro posando la lampada sul tavolo.
Hallward si guardò intorno perplesso. La stanza sembrava abbandonata da anni. Un arazzo fiammingo, un quadro coperto da un drappo, un vecchio cassone italiano, una libreria quasi vuota: non sembrava che ci fosse altro, salvo un tavolo e una sedia. Mentre Dorian Gray accendeva una candela mezzo consumata posta sulla mensola del caminetto, vide che tutto era coperto di polvere e che il tappeto era pieno di buchi. Un topo scappò con un guizzo dietro i pannelli che rivestivano le pareti. C'era un umido odore di muffa.
«Dunque credi che solo Dio possa vedere l'anima, Basil? Togli quel drappo e vedrai la mia.» La voce era fredda e crudele. «Sei pazzo, Dorian, oppure stai recitando,» mormorò Hallward, accigliato. «Non vuoi? Allora lo farò io,» disse il giovane. Strappò il drappo dalla bacchetta e lo lasciò cadere sul pavimento Un grido di orrore sfuggì dalle labbra del pittore appena vide, sotto la debole luce, il volto orrendo che gli ghignava dalla tela. C'era in quell'espressione qualche cosa che lo riempiva di nausea e di disgusto. Santo cielo!
Stava guardando il volto di Dorian Gray! Qualche cosa di orrendo, qualunque ne fosse la causa, non aveva ancora completamente distrutto la sua meravigliosa bellezza. C'era ancora dell'oro nei capelli radi e un'ombra scarlatta sulle labbra sensuali. Gli occhi acquosi avevano mantenuto un poco del loro bel colore azzurro, le curve perfette non avevano ancora abbandonato le narici cesellate e il collo scultoreo. Sì, era proprio Dorian. Ma chi lo aveva dipinto? Gli parve di riconoscere la sua tecnica e anche la cornice era quella che lui aveva disegnato. L'idea era assurda, ma gli faceva ugualmente paura. Afferrò la candela accesa e la avvicinò al quadro. Nell'angolo sinistro c'era il suo nome tracciato a lunghe lettere di vermiglio brillante.
Era una sconcia parodia, una satira ignobile e infame. Non aveva mai fatto nulla di simile. E tuttavia il quadro era suo. Lo riconobbe e gli parve che, in un attimo, il sangue gli si fosse tramutato da fuoco in una densa poltiglia di ghiaccio. Il suo quadro? Che cosa significava questo? Perché si era alterato? Si voltò e fissò Dorian Gray con uno sguardo nauseato. Le labbra gli tremavano e gli pareva che la lingua arida non riuscisse più ad articolare parola. Si passò una mano sulla fronte: era madida di un sudore viscido.
Il giovane era appoggiato alla mensola del caminetto e lo osservava con quella strana espressione che si nota sul viso di chi è avvinto da uno spettacolo nel momento in cui recita un grande artista. Non sembrava né vera gioia né vero dolore: solo la passione dello spettatore e, forse, negli occhi, un bagliore di trionfo. Aveva tolto il fiore dalla giacca e lo odorava, o fingeva di farlo.
«Che cosa significa?» gridò infine Hallward. La sua stessa voce gli suonò strana e stridula all'orecchio. «Anni fa, quando ero ragazzo,» disse Dorian Gray, stritolando il fiore tra le dita, «mi hai incontrato, mi hai colmato di adulazioni e mi hai insegnato a essere vanitoso della mia bellezza. Un giorno mi presentasti un amico che mi spiegò il prodigio della giovinezza e finisti il ritratto che mi rivelò il prodigio della bellezza. In un momento di follia, che persino ora non so se rimpiangere o meno, espressi un desiderio; forse tu lo chiameresti una preghiera...» «Ricordo! Oh, come me ne ricordo bene! No! È impossibile. La stanza è umida, la muffa ha aggredito la tela. I colori che ho usato contenevano qualche disgraziata sostanza velenosa. Ti dico che è impossibile.» «Ah, che cosa è impossibile?» mormorò il giovane, andando alla finestra e appoggiando la fronte al vetro appannato.
«Mi hai detto che lo avevi distrutto.» «Sbagliavo: ha distrutto me.» «Non credo che sia il mio quadro.» «Non riesci a vederci il tuo ideale?» disse Dorian con voce amara. «Il mio ideale, come tu lo chiami...» «Come tu lo chiamavi.» «Non aveva in sé nulla di malvagio, nulla di vergognoso. Tu per me rappresentavi un ideale che non troverò mai più. Questo è il volto di un satiro.» «È il volto della mia anima.» «Cristo! Che cosa devo avere adorato! Ha gli occhi di Un demonio.» «In ciascuno di noi, sono presenti l'inferno e il paradiso, Basil,» esclamò Dorian con un gesto incontrollato di disperazione.
Hallward si voltò di nuovo verso il quadro e lo esaminò. «Mio Dio, se tutto questo è vero,» esclamò, «e se questo è ciò che hai fatto della tua vita, allora devi essere anche peggiore di quel che immagina chi parla male di te!» Sollevò ancora la candela, avvicinandola alla tela, ed esaminò il dipinto. La superficie pareva intatta, come quando l'aveva finita. Evidentemente quella vergogna e quell'orrore venivano dall'interno. Per un singolare moto di vita interiore la lebbra del peccato stava lentamente mangiandosi il quadro. La putrefazione di un cadavere in una tomba piena d'acqua non era così spaventosa.
La mano gli tremò, la candela cadde dal bocciolo arrestandosi sul pavimento con un crepitio. Hallward la premette sotto il piede e la spense. Poi si lasciò cadere nella sedia traballante accanto al tavolo e seppellì il viso tra le mani.
«Buon Dio, Dorian, che lezione! Che tremenda lezione!» Non ottenne risposta, ma sentiva il giovane singhiozzare accanto alla finestra. «Prega, Dorian, prega,» mormorò. «Che cosa ci hanno insegnato a dire durante l'infanzia? "Non indurci in tentazione, perdona le nostre colpe e liberaci dal male." Ripetiamolo insieme.
La preghiera del tuo orgoglio è stata ascoltata. Sarà ascoltata anche la preghiera del tuo pentimento. Ti ho adorato troppo, e tutti e due siamo stati puniti.» Dorian Gray si voltò lentamente e lo guardò con occhi bagnati di lacrime. «È troppo tardi, Basil,» disse balbettando.
«Non è mai troppo tardi, Dorian. Inginocchiamoci e cerchiamo di ricordare una preghiera. Non c'è un verso che dice, "anche se i tuoi peccati sono scarlatti, io li renderò bianchi come neve"?» «Queste parole non significano più nulla per me.» «Zitto! Non dire queste cose. Hai fatto abbastanza male nella vita. Mio Dio! Non vedi quella maledetta cosa che ci guarda?» Dorian Gray lanciò un'occhiata al quadro e improvvisamente fu assalito da un incontrollabile sentimento di odio nei confronti di Basil Hallward, come se glielo avesse suggerito l'immagine sulla tela, come se glielo avessero sussurrato quelle labbra ghignanti. Sentì agitarsi dentro di sé la selvaggia emozione di un animale inseguito e odiò l'uomo seduto al tavolo come non aveva mai odiato nessuno. Si guardò intorno con una luce selvaggia nello sguardo. Qualche cosa riluceva sul cassettone dipinto che aveva di fronte. L'occhio vi cadde sopra. Sapeva che cosa era. Era un coltello che, qualche giorno prima, aveva preso con sé per tagliare un pezzo di spago, dimenticando poi di riportarlo via. Vi si avvicinò lentamente, passando accanto a Basil. Appena fu giunto alle sue spalle, lo afferrò e si voltò. Hallward si mosse sulla sedia come se volesse alzarsi. Dorian Gray si precipitò su di lui e piantò il coltello nella grossa vena dietro l'orecchio, premendogli la testa sul tavolo e colpendolo ancora ripetutamente.
Si udì un rantolo soffocato e l'orribile gorgoglio di un uomo che soffoca nel sangue. Per tre volte Hallward alzò le braccia tese, agitando grottescamente le mani irrigidite. Lo colpì altre due volte, ma l'uomo non si mosse.
Qualche cosa cominciò a gocciolare sul pavimento. Attese un momento sempre tenendo la testa premuta sul tavolo. Poi gettò il coltello sul tavolo e ascoltò.
Sentiva solo lo stillicidio del sangue sul tappeto logoro. Aprì la porta e uscì sul pianerottolo. La casa era del tutto tranquilla. Non si sentiva nessuno. Rimase qualche secondo chino sulla balaustra scrutando nel nero pozzo di oscurità ribollente. Poi tolse la chiave dalla serratura, ritornò nella stanza e vi si chiuse.
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«E ora, mio caro amico, devo parlarti seriamente.
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Non fare quella faccia scura.
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Mi rendi le cose molto più difficili».
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«Spero non di me.
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Stasera sono stanco di me, mi piacerebbe essere qualcun altro».
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Ti prenderà solo mezz'ora».
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Dorian sospirò e accese una sigaretta.
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«Mezz'ora!» mormorò.
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«Non è chiederti molto, Dorian, e parlo nel tuo esclusivo interesse.
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«Non desidero saperne nulla.
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Non hanno il fascino della novità».
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«Devono interessarti, Dorian.
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Ogni gentiluomo ha interesse al suo buon nome.
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A volte la gente parla di vizi segreti, ma cose simili non esistono.
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Mi offrì una somma sbalorditiva.
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Rifiutai.
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C'era qualche cosa nella forma delle sue dita che mi disgustava.
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Un tempo eri amico di Lord Staveley.
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L'ho incontrato la settimana scorsa a pranzo.
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Gli ricordai che ero tuo amico e gli chiesi di spiegarsi.
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Lo fece, lo fece così, davanti a tutti.
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Una cosa orribile.
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Perché la tua amicizia è così fatale ai giovani?
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Eravate inseparabili.
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Che dire del giovane duca di Perth?
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Che vita conduce adesso?
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Qual è il gentiluomo che lo frequenterebbe?» «Smettila, Basil.
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Mi chiedi di Henry Ashton e del giovane Perth.
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Le conosco le chiacchiere che si fanno in Inghilterra.
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E che tipo di vita conducono questi che si atteggiano a moralisti?
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Mio caro amico,dimentichi che qui siamo nella patria dell'ipocrisia».
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«Dorian,» esclamò Hallward, «non è questo il problema.
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Ma proprio per questo vorrei che tu fossi diverso.
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E invece non lo sei stato.
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Ma c'è anche di peggio.
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So che tu e Harry siete inseparabili.
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«Attento, Basil.
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Stai andando un po' troppo oltre».
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«Devo parlare e tu devi ascoltarmi e mi ascolterai.
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Ma se nemmeno ai suoi figli si permette di vivere con lei.
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È vero?
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Può essere vero?
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La prima volta che le ho sentite, ne ho riso.
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Quando le sento adesso, mi fanno venire i brividi.
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E la tua casa di campagna e quello che succede laggiù?
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Dorian, non sai quello che si dice sul tuo conto.
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Non voglio dirti che non intendo farti una predica.
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Io voglio proprio farti una predica.
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Voglio che il tuo nome e la tua reputazione siano senza macchia.
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Voglio che ti sbarazzi della gente orribile che ti sta intorno.
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Non alzare le spalle in questo modo, non essere così indifferente.
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Tu hai una straordinaria influenza: fa che spinga al bene e non al male.
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Non so se è vero o no.
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Come potrei saperlo?
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Ma queste sono le voci che circolano sul tuo conto.
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Mi hanno detto cose di cui sembra impossibile dubitare.
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Lord Gloucester era uno dei miei migliori amici a Oxford.
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Conoscerti?
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Mi domando se ti conosco.
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Prima di poter rispondere dovrei vedere la tua anima».
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Ma solo Dio può farlo».
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Un'amara risata di scherno eruppe dalle labbra di Dorian Gray.
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«La vedrai tu stesso.
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Stasera!» esclamò afferrando una lampada sul tavolo.
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«Andiamo: l'hanno fatta le tue mani.
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Perché non dovresti vederla?
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Dopo, se vorrai, potrai raccontarlo a tutti.
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Nessuno ti crederà.
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E se ti credessero piacerai loro ancor di più.
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Vieni, ti dico.
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Hai parlato abbastanza di corruzione: adesso la guarderai in faccia».
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In ogni parola pronunciata c'era la follia dell'orgoglio.
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Pestò un piede a terra in quel suo modo insolente e infantile.
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Vedrai quello che, a tuo avviso, solo Dio può vedere».
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Hallward arretrò.
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«Questa è una bestemmia, Dorian!» gridò.
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«Non devi dire cose simili.
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Sono orribili e non significano niente».
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«Lo credi davvero?» disse e rise nuovamente.
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«Ne sono certo.
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«Non toccarmi.
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Un lampo contorto di sofferenza passò sul viso del pittore.
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Tacque per un momento e un profondo senso di pietà lo assalì.
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Dopotutto che diritto aveva di spiare nella vita di Dorian Gray?
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«Sto aspettando, Basil», disse il giovane con voce chiara e dura.
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Basil si voltò.
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«Devi rispondere in qualche modo alle terribili accuse che ti si fanno.
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Negale, Dorian, negale!
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Non vedi cosa sto passando?
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Mio Dio!
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Non dirmi che sei malvagio, corrotto, infame.» Dorian Gray sorrise.
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Le labbra erano piegate in un'espressione sprezzante.
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Te lo farò vedere se vieni con me».
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«Verrò, Dorian, se lo desideri.
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Vedo che ho perso il treno.
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Non importa, posso partire domani.
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Ma non chiedermi di leggere nulla, stasera.
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Voglio solo una semplice risposta alla mia domanda».
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«Ti verrà data di sopra.
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Non posso dartela qui.
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Camminavano adagio, come si fa istintivamente di notte.
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La lampada gettava ombre fantastiche sul muro e sulle scale.
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Un soffio di vento fece vibrare rumorosamente qualche finestra.
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«Vuoi proprio sapere, Basil?» domandò a bassa voce.
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«Sì.» «Ne sono felice,» assentì sorridendo.
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Rabbrividì.
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«Chiudi la porta,» sussurro posando la lampada sul tavolo.
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Hallward si guardò intorno perplesso.
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La stanza sembrava abbandonata da anni.
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C'era un umido odore di muffa.
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«Dunque credi che solo Dio possa vedere l'anima, Basil?
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Togli quel drappo e vedrai la mia.» La voce era fredda e crudele.
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«Non vuoi?
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Allora lo farò io,» disse il giovane.
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Santo cielo!
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Stava guardando il volto di Dorian Gray!
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Sì, era proprio Dorian.
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Ma chi lo aveva dipinto?
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L'idea era assurda, ma gli faceva ugualmente paura.
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Afferrò la candela accesa e la avvicinò al quadro.
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Era una sconcia parodia, una satira ignobile e infame.
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Non aveva mai fatto nulla di simile.
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E tuttavia il quadro era suo.
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Il suo quadro?
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Che cosa significava questo?
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Perché si era alterato?
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Si voltò e fissò Dorian Gray con uno sguardo nauseato.
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Si passò una mano sulla fronte: era madida di un sudore viscido.
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Aveva tolto il fiore dalla giacca e lo odorava, o fingeva di farlo.
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«Che cosa significa?» gridò infine Hallward.
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La sua stessa voce gli suonò strana e stridula all'orecchio.
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Oh, come me ne ricordo bene!
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No!
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È impossibile.
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La stanza è umida, la muffa ha aggredito la tela.
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I colori che ho usato contenevano qualche disgraziata sostanza velenosa.
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Tu per me rappresentavi un ideale che non troverò mai più.
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Che cosa devo avere adorato!
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Hallward si voltò di nuovo verso il quadro e lo esaminò.
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La superficie pareva intatta, come quando l'aveva finita.
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Evidentemente quella vergogna e quell'orrore venivano dall'interno.
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Hallward la premette sotto il piede e la spense.
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«Buon Dio, Dorian, che lezione!
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«Prega, Dorian, prega,» mormorò.
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«Che cosa ci hanno insegnato a dire durante l'infanzia?
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Ripetiamolo insieme.
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La preghiera del tuo orgoglio è stata ascoltata.
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Sarà ascoltata anche la preghiera del tuo pentimento.
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«È troppo tardi, Basil,» disse balbettando.
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«Non è mai troppo tardi, Dorian.
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Inginocchiamoci e cerchiamo di ricordare una preghiera.
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Non dire queste cose.
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Hai fatto abbastanza male nella vita.
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Mio Dio!
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Si guardò intorno con una luce selvaggia nello sguardo.
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Qualche cosa riluceva sul cassettone dipinto che aveva di fronte.
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L'occhio vi cadde sopra.
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Sapeva che cosa era.
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Vi si avvicinò lentamente, passando accanto a Basil.
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Appena fu giunto alle sue spalle, lo afferrò e si voltò.
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Hallward si mosse sulla sedia come se volesse alzarsi.
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Lo colpì altre due volte, ma l'uomo non si mosse.
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Qualche cosa cominciò a gocciolare sul pavimento.
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Attese un momento sempre tenendo la testa premuta sul tavolo.
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Poi gettò il coltello sul tavolo e ascoltò.
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Sentiva solo lo stillicidio del sangue sul tappeto logoro.
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Aprì la porta e uscì sul pianerottolo.
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La casa era del tutto tranquilla.
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Non si sentiva nessuno.
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«Grazie, non voglio altro», disse il pittore levandosi cappello e cappotto e gettandoli sulla borsa che aveva posato in un angolo. «E ora, mio caro amico, devo parlarti seriamente. Non fare quella faccia scura. Mi rendi le cose molto più difficili».
«Di che cosa si tratta?» esclamò Dorian Gray, con la sua aria insolente, lasciandosi cadere su un divano. «Spero non di me. Stasera sono stanco di me, mi piacerebbe essere qualcun altro».
«Si tratta di te,» rispose il pittore con la sua voce grave e profonda, «e te lo devo dire. Ti prenderà solo mezz'ora».
Dorian sospirò e accese una sigaretta. «Mezz'ora!» mormorò.
«Non è chiederti molto, Dorian, e parlo nel tuo esclusivo interesse. Penso sia bene che tu sappia che a Londra si dicono le cose più tremende sul tuo conto».
«Non desidero saperne nulla. Amo gli scandali che riguardano gli altri, ma quelli che riguardano me non mi interessano. Non hanno il fascino della novità».
«Devono interessarti, Dorian. Ogni gentiluomo ha interesse al suo buon nome. Non vorrai che la gente parli di te come di un personaggio vile e vizioso. Naturalmente ci sono la tua posizione, la tua ricchezza e via dicendo, ma posizione e ricchezza non sono tutto. Bada che non credo assolutamente a queste voci, o almeno, quando ti vedo non posso crederci. Il peccato è una cosa che si stampa sulla faccia di un uomo: non lo si può nascondere.
A volte la gente parla di vizi segreti, ma cose simili non esistono. Se un disgraziato ha un vizio, lo manifesta nella linea della bocca, nelle palpebre cadenti, persino nella forma delle mani. L'anno scorso venne da me un tizio - non voglio fare il suo nome, ma lo conosci - per farsi fare il ritratto. Non lo avevo mai visto e fino a quel momento non avevo mai sentito dire nulla sul suo conto, anche se in seguito ho saputo un bel po' di cose. Mi offrì una somma sbalorditiva. Rifiutai. C'era qualche cosa nella forma delle sue dita che mi disgustava. Adesso so che le cose immaginate sul suo conto erano assolutamente vere: conduce una vita spaventosa. Ma tu, Dorian, con quel tuo viso puro, luminoso, innocente, con la tua meravigliosa giovinezza intatta... non posso pensare
nulla contro di te. Tuttavia ti vedo molto di rado e ormai non vieni più nel mio studio; così, quando sono lontano e sento queste cose disgustose che la gente mormora sul tuo conto, non so che cosa dire. Perché, Dorian, un uomo come il duca di Berwick lascia la sala di un club quando entri tu? Come mai qui a Londra tanti gentiluomini non vengono a casa tua né ti invitano a casa loro? Un tempo eri amico di Lord Staveley. L'ho incontrato la settimana scorsa a pranzo. Durante la conversazione saltò fuori il tuo nome a proposito delle miniature che hai prestato per la mostra del Dudley. Staveley fece una smorfia e disse che potevi avere il gusto artistico più squisito, ma che non si dovrebbe permettere a nessuna ragazza casta di conoscerti e a nessuna donna onesta di rimanere dove ci sei anche tu. Gli ricordai che ero tuo amico e gli chiesi di spiegarsi. Lo fece,
lo fece così, davanti a tutti. Una cosa orribile. Perché la tua amicizia è così fatale ai giovani? C'è stato quel disgraziato giovanotto delle guardie che si è suicidato. Eri suo grande amico. C'è stato Lord Henry Ashton che ha dovuto lasciare l'Inghilterra con il nome macchiato. Eravate inseparabili. E che dire di Adrian Singleton e della sua terribile fine? Che dire dell'unico figlio di Lord Kent e della sua cameriera? Ho incontrato il padre ieri, in St. James's Street: sembrava distrutto dalla vergogna e dal dolore. Che dire del giovane duca di Perth? Che vita conduce adesso? Qual è il gentiluomo che lo frequenterebbe?»
«Smettila, Basil. Parli di cose di cui non sai nulla», disse Dorian Gray mordendosi le labbra e con una nota di infinito disprezzo nella voce. «Mi chiedi come mai Berwick lascia la stanza quando entro io: perché io so tutto della sua vita e non perché lui sa qualche cosa della mia. Con il sangue che gli scorre nelle vene, come potrebbe avere un passato pulito? Mi chiedi di Henry Ashton e del giovane Perth. Sono stato io ad insegnare all'uno i suoi vizi e all'altro la sua depravazione? E se quell'imbecille del figlio di Kent prende in moglie una che batte il marciapiede, che cosa c'entro io? Se Adrian Singleton firma una cambiale con il nome di un amico, sono io il suo tutore? Le conosco le chiacchiere che si fanno in Inghilterra. I borghesi sciorinano i loro pregiudizi morali davanti a enormi tavole imbandite e parlano a bassa voce di quelle che chiamano le dissolutezze delle classi superiori per dimostrare di far parte della buona società e di essere in confidenza con quelli che calunniano. In questo paese basta che un uomo sia un po' diverso e abbia una certa intelligenza perché ogni lingua mediocre si agiti contro di lui. E che tipo di vita conducono questi che si atteggiano a moralisti? Mio caro amico,dimentichi che qui siamo nella patria dell'ipocrisia».
«Dorian,» esclamò Hallward, «non è questo il problema. In Inghilterra ci sono moltissime cose che non vanno e la società inglese è completamente sbagliata. Ma proprio per questo vorrei che tu fossi diverso. E invece non lo sei stato. Si ha il diritto di giudicare un uomo dall'influenza che esercita sugli amici. I tuoi pare abbiano perduto ogni senso dell'onore, della bontà, della purezza. Hai instillato in loro la frenesia del piacere e loro sono caduti fino in fondo. Ce li hai portati tu, sì, ce li hai portati tu, e tuttavia puoi sorridere come sorridi adesso. Ma c'è anche di peggio. So che tu e Harry siete inseparabili. Non fosse che per questo, non avresti dovuto permettere che il nome di sua sorella fosse sulla bocca di tutti».
«Attento, Basil. Stai andando un po' troppo oltre».
«Devo parlare e tu devi ascoltarmi e mi ascolterai. Quando hai conosciuto Lady Gwendolin, non l'aveva sfiorata nemmeno l'ombra di uno scandalo. E, adesso c'è forse una sola donna come si deve disposta a farsi vedere in carrozza con lei al Park? Ma se nemmeno ai suoi figli si permette di vivere con lei. Poi corrono altre voci: si dice che sei stato visto sgusciare all'alba da case infami ed entrare travestito nelle più sozze taverne di Londra. È vero? Può essere vero? La prima volta che le ho sentite, ne ho riso. Quando le sento adesso, mi fanno venire i brividi. E la tua casa di campagna e quello che succede laggiù? Dorian, non sai quello che si dice sul tuo conto.
Non voglio dirti che non intendo farti una predica. Ricordo quel che Harry ha detto una volta: chiunque decida di fare per un po' il curato dilettante, comincia sempre col dire questa frase, e subito dopo rompe la promessa.
Io voglio proprio farti una predica. Voglio che tu conduca una vita che ti permetta di essere rispettato da tutti.
Voglio che il tuo nome e la tua reputazione siano senza macchia. Voglio che ti sbarazzi della gente orribile che ti sta intorno. Non alzare le spalle in questo modo, non essere così indifferente. Tu hai una straordinaria influenza: fa che spinga al bene e non al male. Dicono che tu corrompa tutti coloro che divengono tuoi intimi amici e che basta che tu entri in una casa, perché ne segua qualche cosa di vergognoso. Non so se è vero o no.
Come potrei saperlo? Ma queste sono le voci che circolano sul tuo conto. Mi hanno detto cose di cui sembra impossibile dubitare. Lord Gloucester era uno dei miei migliori amici a Oxford. Mi ha fatto vedere una lettera che gli ha scritto sua moglie quando era in fin di vita, sola, nella sua villa di Mentone. Nella più terribile confessione che io abbia mai letto era coinvolto il tuo nome. Gli dissi che era assurdo, che ti conoscevo a fondo e che non saresti stato capace di cose simili. Conoscerti? Mi domando se ti conosco. Prima di poter rispondere dovrei vedere la tua anima».
«Vedere la mia anima!» balbettò Dorian Gray balzando in piedi bianco di paura.
«Sì,» rispose gravemente Hallward, con un tono di profonda sofferenza nella voce, «vedere la tua anima. Ma solo Dio può farlo».
Un'amara risata di scherno eruppe dalle labbra di Dorian Gray. «La vedrai tu stesso. Stasera!» esclamò afferrando una lampada sul tavolo. «Andiamo: l'hanno fatta le tue mani. Perché non dovresti vederla? Dopo, se vorrai, potrai raccontarlo a tutti. Nessuno ti crederà. E se ti credessero piacerai loro ancor di più. Conosco la nostra epoca meglio di te, anche se tu ne vai cianciando in modo così noioso. Vieni, ti dico. Hai parlato abbastanza di corruzione: adesso la guarderai in faccia».
In ogni parola pronunciata c'era la follia dell'orgoglio. Pestò un piede a terra in quel suo modo insolente e infantile. Provava una gioia terribile al pensiero che un altro avrebbe diviso il suo segreto e che l'autore del ritratto all'origine di tutta la sua vergogna avrebbe portato per il resto della vita l'ignobile ricordo di quel che aveva fatto.
«Sì,» proseguì venendogli vicino e guardandolo fisso negli occhi severi, «ti farò vedere la mia anima. Vedrai quello che, a tuo avviso, solo Dio può vedere».
Hallward arretrò. «Questa è una bestemmia, Dorian!» gridò. «Non devi dire cose simili. Sono orribili e non significano niente».
«Lo credi davvero?» disse e rise nuovamente.
«Ne sono certo. E per quanto riguarda le cose che ti ho detto stasera, le ho dette per il tuo bene. Sai che sono sempre stato un amico leale».
«Non toccarmi. Finisci quel che hai da dire».
Un lampo contorto di sofferenza passò sul viso del pittore. Tacque per un momento e un profondo senso di pietà lo assalì. Dopotutto che diritto aveva di spiare nella vita di Dorian Gray? Se aveva commesso solo un decimo di quello che si raccontava, quanto doveva aver sofferto! Poi si raddrizzò, si diresse verso il caminetto, e rimase immobile a guardare i ceppi ardenti, coperti da una brina di cenere e da palpitanti cuori di fiamma.
«Sto aspettando, Basil», disse il giovane con voce chiara e dura.
Basil si voltò. «Quel che ho da dire è questo,» esclamò. «Devi rispondere in qualche modo alle terribili accuse che ti si fanno. Se mi dici che sono assolutamente false, dalla prima all'ultima, ti crederò. Negale, Dorian, negale! Non vedi cosa sto passando? Mio Dio! Non dirmi che sei malvagio, corrotto, infame.»
Dorian Gray sorrise. Le labbra erano piegate in un'espressione sprezzante. «Vieni di sopra, Basil,» disse con voce tranquilla, «tengo un diario della mia vita, giorno per giorno: non esce mai dalla stanza in cui viene scritto.
Te lo farò vedere se vieni con me».
«Verrò, Dorian, se lo desideri. Vedo che ho perso il treno. Non importa, posso partire domani. Ma non chiedermi di leggere nulla, stasera. Voglio solo una semplice risposta alla mia domanda».
«Ti verrà data di sopra. Non posso dartela qui.
XIII
Uscì dalla stanza e cominciò a salire; Basil Hallward lo seguiva da vicino. Camminavano adagio, come si fa istintivamente di notte. La lampada gettava ombre fantastiche sul muro e sulle scale. Un soffio di vento fece vibrare rumorosamente qualche finestra.
Giunti all'ultimo pianerottolo, Dorian posò la lampada sul pavimento e, presa la chiave, la girò nella serratura.
«Vuoi proprio sapere, Basil?» domandò a bassa voce.
«Sì.»
«Ne sono felice,» assentì sorridendo. Poi aggiunse, con una certa asprezza: «Sei l'unica persona al mondo che abbia il diritto di sapere tutto di me. Nella mia vita hai avuto un'influenza maggiore di quello che pensi.» Prese la lampada, aprì la porta ed entrò. Una fredda corrente d'aria li investì e, per un momento, la fiamma si ridusse a una scura lingua arancione. Rabbrividì. «Chiudi la porta,» sussurro posando la lampada sul tavolo.
Hallward si guardò intorno perplesso. La stanza sembrava abbandonata da anni. Un arazzo fiammingo, un quadro coperto da un drappo, un vecchio cassone italiano, una libreria quasi vuota: non sembrava che ci fosse altro, salvo un tavolo e una sedia. Mentre Dorian Gray accendeva una candela mezzo consumata posta sulla mensola del caminetto, vide che tutto era coperto di polvere e che il tappeto era pieno di buchi. Un topo scappò con un guizzo dietro i pannelli che rivestivano le pareti. C'era un umido odore di muffa.
«Dunque credi che solo Dio possa vedere l'anima, Basil? Togli quel drappo e vedrai la mia.»
La voce era fredda e crudele. «Sei pazzo, Dorian, oppure stai recitando,» mormorò Hallward, accigliato. «Non vuoi? Allora lo farò io,» disse il giovane. Strappò il drappo dalla bacchetta e lo lasciò cadere sul pavimento Un grido di orrore sfuggì dalle labbra del pittore appena vide, sotto la debole luce, il volto orrendo che gli ghignava dalla tela. C'era in quell'espressione qualche cosa che lo riempiva di nausea e di disgusto. Santo cielo!
Stava guardando il volto di Dorian Gray! Qualche cosa di orrendo, qualunque ne fosse la causa, non aveva ancora completamente distrutto la sua meravigliosa bellezza. C'era ancora dell'oro nei capelli radi e un'ombra scarlatta sulle labbra sensuali. Gli occhi acquosi avevano mantenuto un poco del loro bel colore azzurro, le curve
perfette non avevano ancora abbandonato le narici cesellate e il collo scultoreo. Sì, era proprio Dorian. Ma chi lo aveva dipinto? Gli parve di riconoscere la sua tecnica e anche la cornice era quella che lui aveva disegnato. L'idea era assurda, ma gli faceva ugualmente paura. Afferrò la candela accesa e la avvicinò al quadro. Nell'angolo sinistro c'era il suo nome tracciato a lunghe lettere di vermiglio brillante.
Era una sconcia parodia, una satira ignobile e infame. Non aveva mai fatto nulla di simile. E tuttavia il quadro era suo. Lo riconobbe e gli parve che, in un attimo, il sangue gli si fosse tramutato da fuoco in una densa poltiglia di ghiaccio. Il suo quadro? Che cosa significava questo? Perché si era alterato? Si voltò e fissò Dorian Gray con uno sguardo nauseato. Le labbra gli tremavano e gli pareva che la lingua arida non riuscisse più ad
articolare parola. Si passò una mano sulla fronte: era madida di un sudore viscido.
Il giovane era appoggiato alla mensola del caminetto e lo osservava con quella strana espressione che si nota sul viso di chi è avvinto da uno spettacolo nel momento in cui recita un grande artista. Non sembrava né vera gioia né vero dolore: solo la passione dello spettatore e, forse, negli occhi, un bagliore di trionfo. Aveva tolto il fiore
dalla giacca e lo odorava, o fingeva di farlo.
«Che cosa significa?» gridò infine Hallward. La sua stessa voce gli suonò strana e stridula all'orecchio. «Anni fa, quando ero ragazzo,» disse Dorian Gray, stritolando il fiore tra le dita, «mi hai incontrato, mi hai colmato di adulazioni e mi hai insegnato a essere vanitoso della mia bellezza. Un giorno mi presentasti un amico che mi spiegò il prodigio della giovinezza e finisti il ritratto che mi rivelò il prodigio della bellezza. In un momento di follia, che persino ora non so se rimpiangere o meno, espressi un desiderio; forse tu lo chiameresti una preghiera...»
«Ricordo! Oh, come me ne ricordo bene! No! È impossibile. La stanza è umida, la muffa ha aggredito la tela. I colori che ho usato contenevano qualche disgraziata sostanza velenosa. Ti dico che è impossibile.»
«Ah, che cosa è impossibile?» mormorò il giovane, andando alla finestra e appoggiando la fronte al vetro appannato.
«Mi hai detto che lo avevi distrutto.» «Sbagliavo: ha distrutto me.» «Non credo che sia il mio quadro.»
«Non riesci a vederci il tuo ideale?» disse Dorian con voce amara. «Il mio ideale, come tu lo chiami...»
«Come tu lo chiamavi.»
«Non aveva in sé nulla di malvagio, nulla di vergognoso. Tu per me rappresentavi un ideale che non troverò mai più. Questo è il volto di un satiro.»
«È il volto della mia anima.»
«Cristo! Che cosa devo avere adorato! Ha gli occhi di Un demonio.»
«In ciascuno di noi, sono presenti l'inferno e il paradiso, Basil,» esclamò Dorian con un gesto incontrollato di disperazione.
Hallward si voltò di nuovo verso il quadro e lo esaminò. «Mio Dio, se tutto questo è vero,» esclamò, «e se questo è ciò che hai fatto della tua vita, allora devi essere anche peggiore di quel che immagina chi parla male di te!» Sollevò ancora la candela, avvicinandola alla tela, ed esaminò il dipinto. La superficie pareva intatta, come
quando l'aveva finita. Evidentemente quella vergogna e quell'orrore venivano dall'interno. Per un singolare moto di vita interiore la lebbra del peccato stava lentamente mangiandosi il quadro. La putrefazione di un cadavere in una tomba piena d'acqua non era così spaventosa.
La mano gli tremò, la candela cadde dal bocciolo arrestandosi sul pavimento con un crepitio. Hallward la premette sotto il piede e la spense. Poi si lasciò cadere nella sedia traballante accanto al tavolo e seppellì il viso tra le mani.
«Buon Dio, Dorian, che lezione! Che tremenda lezione!» Non ottenne risposta, ma sentiva il giovane singhiozzare accanto alla finestra. «Prega, Dorian, prega,» mormorò. «Che cosa ci hanno insegnato a dire durante l'infanzia? "Non indurci in tentazione, perdona le nostre colpe e liberaci dal male." Ripetiamolo insieme.
La preghiera del tuo orgoglio è stata ascoltata. Sarà ascoltata anche la preghiera del tuo pentimento. Ti ho adorato troppo, e tutti e due siamo stati puniti.»
Dorian Gray si voltò lentamente e lo guardò con occhi bagnati di lacrime. «È troppo tardi, Basil,» disse balbettando.
«Non è mai troppo tardi, Dorian. Inginocchiamoci e cerchiamo di ricordare una preghiera. Non c'è un verso che dice, "anche se i tuoi peccati sono scarlatti, io li renderò bianchi come neve"?»
«Queste parole non significano più nulla per me.»
«Zitto! Non dire queste cose. Hai fatto abbastanza male nella vita. Mio Dio! Non vedi quella maledetta cosa che ci guarda?»
Dorian Gray lanciò un'occhiata al quadro e improvvisamente fu assalito da un incontrollabile sentimento di odio nei confronti di Basil Hallward, come se glielo avesse suggerito l'immagine sulla tela, come se glielo avessero sussurrato quelle labbra ghignanti. Sentì agitarsi dentro di sé la selvaggia emozione di un animale inseguito e
odiò l'uomo seduto al tavolo come non aveva mai odiato nessuno. Si guardò intorno con una luce selvaggia nello sguardo. Qualche cosa riluceva sul cassettone dipinto che aveva di fronte. L'occhio vi cadde sopra. Sapeva che cosa era. Era un coltello che, qualche giorno prima, aveva preso con sé per tagliare un pezzo di spago, dimenticando poi di riportarlo via. Vi si avvicinò lentamente, passando accanto a Basil. Appena fu giunto alle sue spalle, lo afferrò e si voltò. Hallward si mosse sulla sedia come se volesse alzarsi. Dorian Gray si precipitò su di lui e piantò il coltello nella grossa vena
dietro l'orecchio, premendogli la testa sul tavolo e colpendolo ancora ripetutamente.
Si udì un rantolo soffocato e l'orribile gorgoglio di un uomo che soffoca nel sangue. Per tre volte Hallward alzò le braccia tese, agitando grottescamente le mani irrigidite. Lo colpì altre due volte, ma l'uomo non si mosse.
Qualche cosa cominciò a gocciolare sul pavimento. Attese un momento sempre tenendo la testa premuta sul tavolo. Poi gettò il coltello sul tavolo e ascoltò.
Sentiva solo lo stillicidio del sangue sul tappeto logoro. Aprì la porta e uscì sul pianerottolo. La casa era del tutto tranquilla. Non si sentiva nessuno. Rimase qualche secondo chino sulla balaustra scrutando nel nero pozzo di oscurità ribollente. Poi tolse la chiave dalla serratura, ritornò nella stanza e vi si chiuse.