Il ritrato di Dorian Gray Capitolo decimo
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Capitolo decimo.

Quando entrò il domestico, lo fissò intensamente, chiedendosi se avesse avuto l'idea di dare un'occhiata dietro il paravento. Il servitore, perfettamente impassibile, aspettava ordini. Dorian accese una sigaretta, andò allo specchio e vi diede uno sguardo.
Poteva vedervi riflesso perfettamente il viso di Victor, una maschera placida di servilità. Non c'era quindi da aver paura; tuttavia gli sembrò che fosse bene stare in guardia.
Parlando con estrema lentezza, gli disse di far sapere alla governante che voleva vederla e poi di andare dal fabbricante di cornici pregandolo di mandare immediatamente due dei suoi uomini.
Gli sembrò che nell'uscire il servitore girasse gli occhi verso il paravento. O si trattava di pura immaginazione?
Qualche minuto dopo comparve nella biblioteca la signora Leaf, vestita di seta nera e con un paio di antiquati mezzi guanti di filo sulle mani rugose. Le chiese la chiave dello studio dei ragazzi.
- Il vecchio studio, signor Dorian? - esclamò lei. - Ma è tutto pieno di polvere. Bisogna che lo faccia ripulire e mettere in ordine prima che ci andiate. Ora non è visibile, no davvero.
- Non voglio che sia messo in ordine, Leaf; voglio soltanto la chiave.
- Ma se ci entrate vi coprirete di ragnatele. Sono cinque anni che non è stato aperto; da quando morì Sua Signoria.
Questa menzione di suo nonno lo fece trasalire; conservava di lui un ricorso odioso.
- Non fa niente - rispose. - Voglio soltanto vedere la stanza e basta. Datemi la chiave.
- Eccola - disse la vecchia, rovistando nel mazzo con le mani tremanti e incerte. - Ma non avrete mica l'idea di andarci a stare? Qui è talmente comodo!
- No, no - gridò lui con voce arrogante. - Grazie, Leaf. Non serve altro.
Lei indugiò qualche minuto e cominciò a chiacchierare di certi dettagli dell'andamento domestico. Dorian, sospirando, le disse di fare quello che credeva meglio. La donna uscì dalla stanza, tutta sorridente.
Appena richiusa la porta, Dorian si mise la chiave in tasca e diede un'occhiata in giro. L'occhio gli cadde su una grande coperta di satin purpureo pesantemente ricamata d'oro, un magnifico pezzo di stoffa veneziana della fine del diciassettesimo secolo, che suo nonno aveva trovato in un convento nei pressi di Bologna. Andava proprio bene per avvolgere quell'oggetto spaventoso. Forse era servito più volte per fare da coltre mortuaria; ora doveva servire a nascondere una cosa che aveva una corruzione sua propria, peggiore perfino della corruzione della morte; una cosa generatrice di orrori e che non sarebbe morta mai.
I suoi peccati sarebbero stati per l'immagine dipinta sulla tela quello che il verme è per il cadavere: ne avrebbero disfatta la bellezza, ne avrebbero divorato la grazia, l'avrebbero sfigurata, l'avrebbero resa ripugnante; ma quella cosa avrebbe tuttavia continuato a vivere. Sarebbe vissuta per sempre.
Rabbrividì e per un attimo deplorò di non aver detto a Basil la vera ragione che l'aveva mosso a nascondere il ritratto: Basil lo avrebbe aiutato a resistere all'influenza di Lord Henry e alle influenze ancora più velenose provenienti dal suo stesso temperamento. L'amore che il pittore nutriva per lui, poiché si trattava di un vero amore, non aveva in sé niente che non fosse nobile e intellettuale. Non era quella ammirazione soltanto fisica della bellezza, che nasce dai sensi e muore quando i sensi si stancano; era lo stesso amore che avevano conosciuto Michelangelo, Montaigne, Winckelmann e lo stesso Shakespeare. Basil avrebbe potuto salvarlo; ma ormai era troppo tardi. Il passato poteva sempre essere annullato: bastavano per questo il pentimento, la rinuncia, l'oblio. Ma il futuro era inevitabile. In lui si agitavano passioni che avrebbero trovato uno sfogo terribile, sogni che avrebbero trasformato in realtà l'ombra della loro perversione.
Prese dal divano la grande stoffa porpora e oro che lo ricopriva e andò dietro il paravento tenendola in mano. La faccia sulla tela era più turpe di prima? Non gli sembrò cambiata; tuttavia la repulsione che gli ispirava aumentò. Capelli d'oro, occhi azzurri, labbra rosse, tutto c'era: quello che era alterato era solo l'espressione e questa, nella sua crudeltà, era orribile. In confronto al biasimo che vi vedeva, com'erano stati superficiali i rimproveri di Basil a proposito di Sybil Vane, superficiali, privi di ogni valore! Dalla tela la sua anima stessa lo fissava e lo chiamava a giudizio. Gettò la ricca coltre sul ritratto con un'espressione di sofferenza in viso. Mentre faceva questo, bussarono alla porta; si ritrasse e il domestico entrò.
- Gli uomini sono arrivati, Monsieur.
Disse a se stesso che bisognava liberarsi subito di quell'uomo: non doveva sapere dove sarebbe stato portato il ritratto. C'era in lui un qualcosa di furbesco; i suoi occhi erano pensosi e traditori. Si sedette alla scrivania e scrisse un biglietto per Lord Henry, pregandolo di mandargli qualche cosa da leggere e ricordandogli l'appuntamento che si erano dati per le otto e un quarto di quella sera.
- Aspettate la risposta - disse, porgendoglielo, - e fate entrare quegli uomini.
Un paio di minuti dopo bussarono di nuovo e il signor Hubbard, il famoso corniciaio di South Audley Street, entrò con un giovane operaio dall'aria piuttosto rozza. Il signor Hubbard era un uomo con l'aspetto florido e con la barba rossa, nel quale l'ammirazione per l'arte era mitigata dall'eterna mancanza di denaro della maggior parte degli artisti con i quali aveva a che fare. Di regola non si allontanava mai dalla sua bottega, ma faceva sempre un'eccezione per Dorian Gray. C'era qualche cosa in Dorian che affascinava tutti quanti: il solo vederlo era un piacere.
- In che cosa posso servirvi, signor Gray? - disse, stropicciandosi le grasse mani lentigginose. - Ho voluto concedermi l'onore di venire personalmente. Proprio in questo momento ho ricevuto una meraviglia di cornice. L'ho comprata a un'asta. Fiorentina antica: credo che provenga da Fonthill.
Mirabilmente adatta per un quadro di soggetto religioso, signor Gray.
- Mi dispiace che vi siate disturbato a venire, signor Hubbard.
Passerò certamente a vedere la cornice, per quanto in questo momento l'arte sacra non mi interessi molto; ma oggi voglio soltanto far portare un quadro all'ultimo piano della casa e dato che è piuttosto pesante avevo pensato di pregarvi di prestarmi un paio dei vostri operai.
- Nessun disturbo, Mister Gray. Sono felice di potervi essere utile. Qual è quest'opera d'arte?
- Questa - disse Dorian, rimovendo il paravento. - Potete trasportarla così come sta, con la coperta e tutto? Non vorrei che si graffiasse su per le scale.
- Nessuna difficoltà - disse il gioviale corniciaio, cominciando, con l'aiuto del garzone, a staccare il quadro dalle lunghe catene di bronzo alle quali era appeso. - E ora dove lo portiamo, signor Gray?
- Vi mostrerò la strada, signor Hubbard, se volete avere la cortesia di seguirmi. O forse sarà meglio che andiate avanti voi.
Purtroppo è proprio in cima alla casa. Saliremo per lo scalone che è più largo.
Tenne aperta la porta per loro ed essi uscirono nell'ingresso e iniziarono a salire. Il tipo complicato di cornice aveva reso il quadro molto voluminoso e ogni tanto Dorian dovette dare una mano per aiutare, a dispetto delle proteste ossequiose del signor Hubbard, che sentiva quel vivo dispiacere che sente ogni vero lavoratore nel vedere un signore fare qualcosa di utile.
- Un bel peso da portare - disse l'ometto, ansimando e asciugandosi la fronte lucida, quando furono arrivati all'ultimo pianerottolo.
- Sì - mormorò Dorian - ho paura che sia piuttosto pesante - e aprì la porta che immetteva nella stanza destinata a custodire per lui lo strano segreto della sua vita e a nascondere a ogni sguardo estraneo la sua anima.
Non era entrato in quella stanza da più di quattro anni; da quando l'aveva usata, all'inizio, da bambino, come stanza da giuoco, poi, cresciuto, come studio. Era una camera grande e ben proporzionata, che il defunto Lord Kelso aveva fatto costruire appositamente perché servisse al nipotino che aveva sempre odiato e desiderato di tener lontano, per la sua strana somiglianza con la madre e per altri motivi. A Dorian sembrò che non fosse molto cambiata. C'era l'enorme cassone italiano, coi pannelli fantasticamente dipinti e le modanature dorate annerite dal tempo, nel quale si era acquattato tante volte da bambino. C'era la libreria di legno indiano, piena dei suoi libri di scuola tutti sgualciti. Dietro di questa, pendeva dal muro la stessa logora tappezzeria fiamminga, sulla quale un Re e una Regina scoloriti stavano giocando a scacchi in un giardino, mentre passava un gruppo di falconieri portando sul pugno coperto dal guanto gli uccelli incappucciati.
Come se la ricordava! Nel girare lo sguardo intorno alla stanza, gli tornarono in mente tutti i momenti della sua fanciullezza solitaria; ricordò la purezza immacolata della sua vita di adolescente e gli sembrò orribile che proprio in quella stanza dovesse essere nascosto quel fatale ritratto. Come era lontano, in quei tempi passati, dal pensare a tutto quello che gli riservava il destino!
Ma in tutta la casa non esisteva un posto altrettanto al sicuro dagli sguardi indiscreti. La chiave l'aveva lui e nessun altro poteva entrare. Sotto la coltre di porpora, il volto dipinto sulla tela poteva diventare bestiale, sozzo, immondo. Che cosa importava, se nessuno poteva vederlo? Non l'avrebbe visto neppure lui. Perché avrebbe dovuto assistere al nauseabondo corrompersi della sua anima? Conservava la giovinezza, e questo bastava. E poi, non poteva darsi, dopo tutto, che la sua natura si facesse più bella? Non c'era nessun motivo perché il futuro dovesse essere così pieno di vergogna. L'amore poteva trovarsi sulla sua strada, purificarlo, proteggerlo da quei peccati che sembravano già fermentargli nello spirito e nella carne, quei curiosi peccati ineffigiati ai quali lo stesso mistero dava raffinatezza e fascino. Forse un giorno quell'espressione crudele si sarebbe dileguata dalla scarlatta bocca sensuale ed egli avrebbe potuto mostrare al mondo il capolavoro di Basil Hallward.
No; era impossibile. Ora per ora, settimana per settimana, quella cosa sulla tela invecchiava. Anche se sfuggiva alla bruttezza del peccato non poteva sfuggire a quella dell'età. Le guance si sarebbero incavate, o sarebbero diventate flaccide; rughe giallastre sarebbero apparse intorno agli occhi smorti, rendendoli orribili; i capelli avrebbero perso la lucentezza, la bocca sarebbe diventata semiaperta o cascante, avrebbe assunto quell'aspetto stupido e volgare che hanno le bocche dei vecchi.
Avrebbe avuto il collo grinzoso, le mani fredde, dalle vene azzurrine, il corpo contorto, come lui lo ricordava del nonno che era stato tanto duro per la sua fanciullezza. Bisognava nascondere il ritratto; non c'era altra possibilità.
- Portatelo dentro, signor Hubbard, per favore - disse con voce stanca, girandosi indietro. - Scusatemi se vi ho fatto aspettare tanto; stavo pensando a un'altra cosa.
- Un po' di riposo fa sempre piacere, signor Gray - rispose il corniciaio, che ansimava ancora. - Dove lo mettiamo?
- Oh, in qualunque posto. Qui andrà bene. Non voglio appenderlo; basta appoggiarlo al muro. Grazie.
- Si può guardare l'opera d'arte?
Dorian trasalì. Disse, tenendogli gli occhi addosso: - Non vi interesserebbe, signor Hubbard.
Si sentiva pronto a saltargli addosso e a gettarlo per terra se avesse osato di sollevare il fastoso velame che copriva il segreto della sua vita.
- Non ho bisogno di disturbarvi oltre. Vi sono davvero grato per aver avuto la gentilezza di venire.
- Niente, niente, signor Gray. Sempre disposto a fare qualunque cosa per voi. - E il signor Hubbard si avviò giù per la scala, seguito dal garzone, che si girò indietro a guardare Dorian con un'espressione di timida ammirazione sul viso rude e sgraziato.
Non aveva mai visto un essere così meraviglioso.
Quando il rumore dei loro passi si fu dileguato, Dorian chiuse la porta e si mise in tasca la chiave. Ora si sentiva al sicuro.
Nessuno avrebbe visto mai quell'orribile cosa; la sua ignominia non sarebbe stata vista da altri occhi se non dai suoi.
Tornando nella biblioteca vide che erano appena passate le cinque e che avevano già portato il tè. Su un tavolino di legno scuro e profumato, riccamente intarsiato di madreperla, dono di Lady Radley, moglie del suo tutore, graziosa ammalata di professione che aveva passato l'inverno precedente al Cairo, c'era un biglietto di Lord Henry e vicino a questo un libro legato in carta gialla con la copertina leggermente lacerata e i margini sporchi.
Sul vassoio del tè era stata deposta una copia della "Saint James' Gazette". Evidentemente Victor era tornato. Si chiese se avesse incontrato nell'ingresso i due che uscivano e fosse riuscito a sapere da loro quello che avevano fatto. Certo si sarebbe accorto della mancanza del quadro; indubbiamente se ne era già accorto quando aveva portato il tè. Il paravento non era stato rimesso a posto e sulla parete era visibile uno spazio vuoto. Una notte, forse, l'avrebbe sorpreso nell'atto di salire le scale pian piano e di tentare di forzare la porta della stanza.
Avere una spia in casa era una cosa orribile. Aveva sentito parlare di ricchi signori che erano stati ricattati per tutta la vita da un servo che aveva letto una lettera o sorpreso una conversazione o raccattato un biglietto con un indirizzo o trovato sotto un cuscino un fiore avvizzito oppure un pezzetto sgualcito di trina.
Sospirò, si versò il tè e apri il biglietto di Lord Henry. Diceva semplicemente che gli mandava il giornale della sera e un libro che poteva interessarlo e che alle otto e un quarto si sarebbe trovato al circolo. Spiegò lentamente il giornale e lo scorse. Un segno a matita rossa sulla quinta pagina colpì il suo sguardo: era destinato ad attrarre la sua attenzione sul trafiletto seguente: INCHIESTA SU UN ATTRICE Stamane alla Taverna della Campana in Hoxton Road è stata tenuta un'inchiesta dal signor Danby, Coroner distrettuale, sul cadavere di Sybil Vane, giovane attrice scritturata di recente al Royal Theatre di Holborn. E' stato emesso un verdetto di morte accidentale. Sono state espresse molte condoglianze alla madre, che si è dimostrata grandemente afflitta tanto durante la propria deposizione quanto durante la deposizione del Dottor Birrell, che ha eseguito l'autopsia della defunta.
Aggrottò le sopracciglia, stracciò il giornale in due pezzi e, attraversata la stanza, lo gettò via. Com'era brutto tutto questo e come la bruttezza mostrava le cose nella loro orrenda realtà!
Era un po' seccato che Lord Henry gli avesse mandato quella notizia, e certo era stato stupido a segnarla con la matita rossa.
Victor poteva averla letta; conosceva l'inglese abbastanza da poterlo fare. Forse l'aveva letta e aveva cominciato a sospettare qualche cosa. Ma d'altra parte che importava? Che c'entrava Dorian Gray con la morte di Sybil Vane? Non c'era niente da temere.
Dorian Gray non l'aveva uccisa.
Lo sguardo gli cadde sul libro giallo che gli aveva mandato Lord Henry. Che cos'era? Si diresse verso il tavolinetto ottagonale color perla, che gli era sempre sembrato simile al lavoro di strane api egiziane che avessero lavorato l'argento, si sedette in una poltrona e cominciò a sfogliare le pagine. Dopo pochi minuti era completamente assorto nella lettura, perché quello era il libro più strano che avesse mai letto. Gli sembrava di vedersi sfilare davanti, in un corteo muto, i peccati del mondo in vesti squisite, al suono delicato dei flauti. Cose che aveva vagamente sognate diventarono immediatamente reali per lui; cose che non aveva mai sognate gli furono gradualmente rivelate.
Era un romanzo senza intreccio e con un personaggio soltanto; o, per meglio dire, era semplicemente uno studio psicologico su un giovane parigino che passava la vita tentando di realizzare nel diciannovesimo secolo tutte le passioni e i modi di vivere propri di tutti i secoli salvo che del suo e di assommare in se stesso, per così dire, i vari stati d'animo che lo spirito del mondo è venuto attraversando, amando per la pura loro artificiosità quelle rinunce alle quali l'umanità ha dato poco saggiamente il nome di virtù, non meno di quelle ribellioni naturali che i saggi continuano a chiamare peccati.
Era scritto in quello stile curiosamente ingioiellato, vivido e oscuro insieme, pieno di frasi di gergo e di arcaismi, di espressioni tecniche e di parafrasi elaborate, che caratterizza l'opera di alcuni tra i migliori artisti della scuola francese dei Simbolisti. Conteneva metafore mostruose come orchidee e non meno raffinate di queste nel colore.
La vita dei sensi vi era descritta coi termini della filosofia mistica. A volte era impossibile dire se si stava leggendo le estasi spirituali di qualche santo del Medio Evo oppure le confessioni morbose di un peccatore moderno. Era un libro velenoso. L'odore pesante dell'incenso sembrava aderire alle sue pagine e sconvolgere lo spirito. Nella mente del giovine, mentre passava da un capitolo all'altro, la pura cadenza delle frasi, la sottile monotonia della loro musica, piena com'era di ritornelli complessi e di movenze elaboratamente ripetute, provocava una specie di "rèverie", una malattia del sogno, che gli toglieva ogni coscienza del finire del giorno e dell'avanzare delle ombre.
Attraverso le finestre brillava un cielo color verderame, senza nuvole e ornato da una stella solitaria. Alla sua luce tenue egli lesse, finché non fu più in grado di leggere. Allora, dopo che più volte il servitore lo aveva avvertito che l'ora era tarda, si alzò e, andato nella stanza vicina, posò il libro sul tavolinetto fiorentino che stava sempre al suo capezzale e cominciò a vestirsi per il pranzo.
Prima che arrivasse al circolo erano quasi le nove. Trovò Lord Henry seduto nel salone, solo e con un'aria molto annoiata.
- Scusami tanto, Harry - gridò; - ma in realtà è tutta colpa tua.
Quel libro che mi hai mandato mi ha talmente affascinato da farmi dimenticare che il tempo passava.
- Sì, lo sapevo che ti sarebbe piaciuto - replicò il suo ospite, alzandosi.
- Non ho detto che mi è piaciuto. Ho detto che mi ha affascinato.
C'è una grande differenza.
- Ah, l'hai scoperto, questo? - mormorò Lord Henry. Passarono in sala da pranzo.
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Capitolo decimo.
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Il servitore, perfettamente impassibile, aspettava ordini.
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Dorian accese una sigaretta, andò allo specchio e vi diede uno sguardo.
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O si trattava di pura immaginazione?
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Le chiese la chiave dello studio dei ragazzi.
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- Il vecchio studio, signor Dorian?
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- esclamò lei.
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- Ma è tutto pieno di polvere.
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Bisogna che lo faccia ripulire e mettere in ordine prima che ci andiate.
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Ora non è visibile, no davvero.
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- Non voglio che sia messo in ordine, Leaf; voglio soltanto la chiave.
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- Ma se ci entrate vi coprirete di ragnatele.
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Sono cinque anni che non è stato aperto; da quando morì Sua Signoria.
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- Non fa niente - rispose.
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- Voglio soltanto vedere la stanza e basta.
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Datemi la chiave.
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- Ma non avrete mica l'idea di andarci a stare?
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Qui è talmente comodo!
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- No, no - gridò lui con voce arrogante.
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- Grazie, Leaf.
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Non serve altro.
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Dorian, sospirando, le disse di fare quello che credeva meglio.
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La donna uscì dalla stanza, tutta sorridente.
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Andava proprio bene per avvolgere quell'oggetto spaventoso.
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Sarebbe vissuta per sempre.
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Basil avrebbe potuto salvarlo; ma ormai era troppo tardi.
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Ma il futuro era inevitabile.
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La faccia sulla tela era più turpe di prima?
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Dalla tela la sua anima stessa lo fissava e lo chiamava a giudizio.
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- Gli uomini sono arrivati, Monsieur.
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- In che cosa posso servirvi, signor Gray?
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- disse, stropicciandosi le grasse mani lentigginose.
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- Ho voluto concedermi l'onore di venire personalmente.
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Proprio in questo momento ho ricevuto una meraviglia di cornice.
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L'ho comprata a un'asta.
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Fiorentina antica: credo che provenga da Fonthill.
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Mirabilmente adatta per un quadro di soggetto religioso, signor Gray.
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- Mi dispiace che vi siate disturbato a venire, signor Hubbard.
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- Nessun disturbo, Mister Gray.
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Sono felice di potervi essere utile.
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Qual è quest'opera d'arte?
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- Questa - disse Dorian, rimovendo il paravento.
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- Potete trasportarla così come sta, con la coperta e tutto?
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Non vorrei che si graffiasse su per le scale.
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- E ora dove lo portiamo, signor Gray?
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O forse sarà meglio che andiate avanti voi.
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Purtroppo è proprio in cima alla casa.
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Saliremo per lo scalone che è più largo.
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A Dorian sembrò che non fosse molto cambiata.
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Come se la ricordava!
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La chiave l'aveva lui e nessun altro poteva entrare.
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Che cosa importava, se nessuno poteva vederlo?
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Non l'avrebbe visto neppure lui.
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Conservava la giovinezza, e questo bastava.
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No; era impossibile.
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Bisognava nascondere il ritratto; non c'era altra possibilità.
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- Dove lo mettiamo?
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- Oh, in qualunque posto.
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Qui andrà bene.
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Non voglio appenderlo; basta appoggiarlo al muro.
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Grazie.
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- Si può guardare l'opera d'arte?
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Dorian trasalì.
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- Non ho bisogno di disturbarvi oltre.
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Vi sono davvero grato per aver avuto la gentilezza di venire.
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- Niente, niente, signor Gray.
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Sempre disposto a fare qualunque cosa per voi.
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Non aveva mai visto un essere così meraviglioso.
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Ora si sentiva al sicuro.
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Evidentemente Victor era tornato.
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Avere una spia in casa era una cosa orribile.
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Sospirò, si versò il tè e apri il biglietto di Lord Henry.
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Spiegò lentamente il giornale e lo scorse.
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E' stato emesso un verdetto di morte accidentale.
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Forse l'aveva letta e aveva cominciato a sospettare qualche cosa.
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Ma d'altra parte che importava?
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Che c'entrava Dorian Gray con la morte di Sybil Vane?
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Non c'era niente da temere.
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Dorian Gray non l'aveva uccisa.
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Lo sguardo gli cadde sul libro giallo che gli aveva mandato Lord Henry.
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Che cos'era?
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La vita dei sensi vi era descritta coi termini della filosofia mistica.
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Era un libro velenoso.
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Alla sua luce tenue egli lesse, finché non fu più in grado di leggere.
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Prima che arrivasse al circolo erano quasi le nove.
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Trovò Lord Henry seduto nel salone, solo e con un'aria molto annoiata.
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- Scusami tanto, Harry - gridò; - ma in realtà è tutta colpa tua.
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- Non ho detto che mi è piaciuto.
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Ho detto che mi ha affascinato.
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C'è una grande differenza.
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- Ah, l'hai scoperto, questo?
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- mormorò Lord Henry.
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Passarono in sala da pranzo.
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Capitolo decimo.

Quando entrò il domestico, lo fissò intensamente, chiedendosi
se avesse avuto l'idea di dare un'occhiata dietro il paravento. Il
servitore, perfettamente impassibile, aspettava ordini. Dorian
accese una sigaretta, andò allo specchio e vi diede uno sguardo.
Poteva vedervi riflesso perfettamente il viso di Victor, una
maschera placida di servilità. Non c'era quindi da aver paura;
tuttavia gli sembrò che fosse bene stare in guardia.
Parlando con estrema lentezza, gli disse di far sapere alla
governante che voleva vederla e poi di andare dal fabbricante
di cornici pregandolo di mandare immediatamente due dei suoi
uomini.
Gli sembrò che nell'uscire il servitore girasse gli occhi verso il
paravento. O si trattava di pura immaginazione?
Qualche minuto dopo comparve nella biblioteca la signora
Leaf, vestita di seta nera e con un paio di antiquati mezzi
guanti di filo sulle mani rugose. Le chiese la chiave dello
studio dei ragazzi.
- Il vecchio studio, signor Dorian? - esclamò lei. - Ma è tutto
pieno di polvere. Bisogna che lo faccia ripulire e mettere in
ordine prima che ci andiate. Ora non è visibile, no davvero.
- Non voglio che sia messo in ordine, Leaf; voglio soltanto la
chiave.
- Ma se ci entrate vi coprirete di ragnatele. Sono cinque anni
che non è stato aperto; da quando morì Sua Signoria.
Questa menzione di suo nonno lo fece trasalire; conservava di
lui un ricorso odioso.
- Non fa niente - rispose. - Voglio soltanto vedere la stanza e
basta. Datemi la chiave.
- Eccola - disse la vecchia, rovistando nel mazzo con le mani
tremanti e incerte. - Ma non avrete mica l'idea di andarci a
stare? Qui è talmente comodo!
- No, no - gridò lui con voce arrogante. - Grazie, Leaf. Non
serve altro.
Lei indugiò qualche minuto e cominciò a chiacchierare di certi
dettagli dell'andamento domestico. Dorian, sospirando, le disse
di fare quello che credeva meglio. La donna uscì dalla stanza,
tutta sorridente.
Appena richiusa la porta, Dorian si mise la chiave in tasca e
diede un'occhiata in giro. L'occhio gli cadde su una grande
coperta di satin purpureo pesantemente ricamata d'oro, un
magnifico pezzo di stoffa veneziana della fine del
diciassettesimo secolo, che suo nonno aveva trovato in un
convento nei pressi di Bologna. Andava proprio bene per
avvolgere quell'oggetto spaventoso. Forse era servito più volte
per fare da coltre mortuaria; ora doveva servire a nascondere
una cosa che aveva una corruzione sua propria, peggiore
perfino della corruzione della morte; una cosa generatrice di
orrori e che non sarebbe morta mai.
I suoi peccati sarebbero stati per l'immagine dipinta sulla tela
quello che il verme è per il cadavere: ne avrebbero disfatta la
bellezza, ne avrebbero divorato la grazia, l'avrebbero sfigurata,
l'avrebbero resa ripugnante; ma quella cosa avrebbe tuttavia
continuato a vivere. Sarebbe vissuta per sempre.
Rabbrividì e per un attimo deplorò di non aver detto a Basil la
vera ragione che l'aveva mosso a nascondere il ritratto: Basil lo
avrebbe aiutato a resistere all'influenza di Lord Henry e alle
influenze ancora più velenose provenienti dal suo stesso
temperamento. L'amore che il pittore nutriva per lui, poiché si
trattava di un vero amore, non aveva in sé niente che non fosse
nobile e intellettuale. Non era quella ammirazione soltanto
fisica della bellezza, che nasce dai sensi e muore quando i sensi
si stancano; era lo stesso amore che avevano conosciuto
Michelangelo, Montaigne, Winckelmann e lo stesso
Shakespeare. Basil avrebbe potuto salvarlo; ma ormai era
troppo tardi. Il passato poteva sempre essere annullato:
bastavano per questo il pentimento, la rinuncia, l'oblio. Ma il
futuro era inevitabile. In lui si agitavano passioni che avrebbero
trovato uno sfogo terribile, sogni che avrebbero trasformato in
realtà l'ombra della loro perversione.
Prese dal divano la grande stoffa porpora e oro che lo ricopriva
e andò dietro il paravento tenendola in mano. La faccia sulla
tela era più turpe di prima? Non gli sembrò cambiata; tuttavia
la repulsione che gli ispirava aumentò. Capelli d'oro, occhi
azzurri, labbra rosse, tutto c'era: quello che era alterato era solo
l'espressione e questa, nella sua crudeltà, era orribile. In
confronto al biasimo che vi vedeva, com'erano stati superficiali
i rimproveri di Basil a proposito di Sybil Vane, superficiali,
privi di ogni valore! Dalla tela la sua anima stessa lo fissava e
lo chiamava a giudizio. Gettò la ricca coltre sul ritratto con
un'espressione di sofferenza in viso. Mentre faceva questo,
bussarono alla porta; si ritrasse e il domestico entrò.
- Gli uomini sono arrivati, Monsieur.
Disse a se stesso che bisognava liberarsi subito di quell'uomo:
non doveva sapere dove sarebbe stato portato il ritratto. C'era
in lui un qualcosa di furbesco; i suoi occhi erano pensosi e
traditori. Si sedette alla scrivania e scrisse un biglietto per Lord
Henry, pregandolo di mandargli qualche cosa da leggere e
ricordandogli l'appuntamento che si erano dati per le otto e un
quarto di quella sera.
- Aspettate la risposta - disse, porgendoglielo, - e fate entrare
quegli uomini.
Un paio di minuti dopo bussarono di nuovo e il signor
Hubbard, il famoso corniciaio di South Audley Street, entrò
con un giovane operaio dall'aria piuttosto rozza. Il signor
Hubbard era un uomo con l'aspetto florido e con la barba rossa,
nel quale l'ammirazione per l'arte era mitigata dall'eterna
mancanza di denaro della maggior parte degli artisti con i quali
aveva a che fare. Di regola non si allontanava mai dalla sua
bottega, ma faceva sempre un'eccezione per Dorian Gray. C'era
qualche cosa in Dorian che affascinava tutti quanti: il solo
vederlo era un piacere.
- In che cosa posso servirvi, signor Gray? - disse,
stropicciandosi le grasse mani lentigginose. - Ho voluto
concedermi l'onore di venire personalmente. Proprio in questo
momento ho ricevuto una meraviglia di cornice. L'ho comprata
a un'asta. Fiorentina antica: credo che provenga da Fonthill.
Mirabilmente adatta per un quadro di soggetto religioso, signor
Gray.
- Mi dispiace che vi siate disturbato a venire, signor Hubbard.
Passerò certamente a vedere la cornice, per quanto in questo
momento l'arte sacra non mi interessi molto; ma oggi voglio
soltanto far portare un quadro all'ultimo piano della casa e dato
che è piuttosto pesante avevo pensato di pregarvi di prestarmi
un paio dei vostri operai.
- Nessun disturbo, Mister Gray. Sono felice di potervi essere
utile. Qual è quest'opera d'arte?
- Questa - disse Dorian, rimovendo il paravento. - Potete
trasportarla così come sta, con la coperta e tutto? Non vorrei
che si graffiasse su per le scale.
- Nessuna difficoltà - disse il gioviale corniciaio, cominciando,
con l'aiuto del garzone, a staccare il quadro dalle lunghe catene
di bronzo alle quali era appeso. - E ora dove lo portiamo,
signor Gray?
- Vi mostrerò la strada, signor Hubbard, se volete avere la
cortesia di seguirmi. O forse sarà meglio che andiate avanti voi.
Purtroppo è proprio in cima alla casa. Saliremo per lo scalone
che è più largo.
Tenne aperta la porta per loro ed essi uscirono nell'ingresso e
iniziarono a salire. Il tipo complicato di cornice aveva reso il
quadro molto voluminoso e ogni tanto Dorian dovette dare una
mano per aiutare, a dispetto delle proteste ossequiose del signor
Hubbard, che sentiva quel vivo dispiacere che sente ogni vero
lavoratore nel vedere un signore fare qualcosa di utile.
- Un bel peso da portare - disse l'ometto, ansimando e
asciugandosi la fronte lucida, quando furono arrivati all'ultimo
pianerottolo.
- Sì - mormorò Dorian - ho paura che sia piuttosto pesante - e
aprì la porta che immetteva nella stanza destinata a custodire
per lui lo strano segreto della sua vita e a nascondere a ogni
sguardo estraneo la sua anima.
Non era entrato in quella stanza da più di quattro anni; da
quando l'aveva usata, all'inizio, da bambino, come stanza da
giuoco, poi, cresciuto, come studio. Era una camera grande e
ben proporzionata, che il defunto Lord Kelso aveva fatto
costruire appositamente perché servisse al nipotino che aveva
sempre odiato e desiderato di tener lontano, per la sua strana
somiglianza con la madre e per altri motivi. A Dorian sembrò
che non fosse molto cambiata. C'era l'enorme cassone italiano,
coi pannelli fantasticamente dipinti e le modanature dorate
annerite dal tempo, nel quale si era acquattato tante volte da
bambino. C'era la libreria di legno indiano, piena dei suoi libri
di scuola tutti sgualciti. Dietro di questa, pendeva dal muro la
stessa logora tappezzeria fiamminga, sulla quale un Re e una
Regina scoloriti stavano giocando a scacchi in un giardino,
mentre passava un gruppo di falconieri portando sul pugno
coperto dal guanto gli uccelli incappucciati.
Come se la ricordava! Nel girare lo sguardo intorno alla stanza,
gli tornarono in mente tutti i momenti della sua fanciullezza
solitaria; ricordò la purezza immacolata della sua vita di
adolescente e gli sembrò orribile che proprio in quella stanza
dovesse essere nascosto quel fatale ritratto. Come era lontano,
in quei tempi passati, dal pensare a tutto quello che gli
riservava il destino!
Ma in tutta la casa non esisteva un posto altrettanto al sicuro
dagli sguardi indiscreti. La chiave l'aveva lui e nessun altro
poteva entrare. Sotto la coltre di porpora, il volto dipinto sulla
tela poteva diventare bestiale, sozzo, immondo. Che cosa
importava, se nessuno poteva vederlo? Non l'avrebbe visto
neppure lui. Perché avrebbe dovuto assistere al nauseabondo
corrompersi della sua anima? Conservava la giovinezza, e
questo bastava. E poi, non poteva darsi, dopo tutto, che la sua
natura si facesse più bella? Non c'era nessun motivo perché il
futuro dovesse essere così pieno di vergogna. L'amore poteva
trovarsi sulla sua strada, purificarlo, proteggerlo da quei peccati
che sembravano già fermentargli nello spirito e nella carne,
quei curiosi peccati ineffigiati ai quali lo stesso mistero dava
raffinatezza e fascino. Forse un giorno quell'espressione
crudele si sarebbe dileguata dalla scarlatta bocca sensuale ed
egli avrebbe potuto mostrare al mondo il capolavoro di Basil
Hallward.
No; era impossibile. Ora per ora, settimana per settimana,
quella cosa sulla tela invecchiava. Anche se sfuggiva alla
bruttezza del peccato non poteva sfuggire a quella dell'età. Le
guance si sarebbero incavate, o sarebbero diventate flaccide;
rughe giallastre sarebbero apparse intorno agli occhi smorti,
rendendoli orribili; i capelli avrebbero perso la lucentezza, la
bocca sarebbe diventata semiaperta o cascante, avrebbe assunto
quell'aspetto stupido e volgare che hanno le bocche dei vecchi.
Avrebbe avuto il collo grinzoso, le mani fredde, dalle vene
azzurrine, il corpo contorto, come lui lo ricordava del nonno
che era stato tanto duro per la sua fanciullezza. Bisognava
nascondere il ritratto; non c'era altra possibilità.
- Portatelo dentro, signor Hubbard, per favore - disse con voce
stanca, girandosi indietro. - Scusatemi se vi ho fatto aspettare
tanto; stavo pensando a un'altra cosa.
- Un po' di riposo fa sempre piacere, signor Gray - rispose il
corniciaio, che ansimava ancora. - Dove lo mettiamo?
- Oh, in qualunque posto. Qui andrà bene. Non voglio
appenderlo; basta appoggiarlo al muro. Grazie.
- Si può guardare l'opera d'arte?
Dorian trasalì. Disse, tenendogli gli occhi addosso:
- Non vi interesserebbe, signor Hubbard.
Si sentiva pronto a saltargli addosso e a gettarlo per terra se
avesse osato di sollevare il fastoso velame che copriva il
segreto della sua vita.
- Non ho bisogno di disturbarvi oltre. Vi sono davvero grato
per aver avuto la gentilezza di venire.
- Niente, niente, signor Gray. Sempre disposto a fare qualunque
cosa per voi. - E il signor Hubbard si avviò giù per la scala,
seguito dal garzone, che si girò indietro a guardare Dorian con
un'espressione di timida ammirazione sul viso rude e sgraziato.
Non aveva mai visto un essere così meraviglioso.
Quando il rumore dei loro passi si fu dileguato, Dorian chiuse
la porta e si mise in tasca la chiave. Ora si sentiva al sicuro.
Nessuno avrebbe visto mai quell'orribile cosa; la sua ignominia
non sarebbe stata vista da altri occhi se non dai suoi.
Tornando nella biblioteca vide che erano appena passate le
cinque e che avevano già portato il tè. Su un tavolino di legno
scuro e profumato, riccamente intarsiato di madreperla, dono di
Lady Radley, moglie del suo tutore, graziosa ammalata di
professione che aveva passato l'inverno precedente al Cairo,
c'era un biglietto di Lord Henry e vicino a questo un libro
legato in carta gialla con la copertina leggermente lacerata e i
margini sporchi.
Sul vassoio del tè era stata deposta una copia della "Saint
James' Gazette". Evidentemente Victor era tornato. Si chiese se
avesse incontrato nell'ingresso i due che uscivano e fosse
riuscito a sapere da loro quello che avevano fatto. Certo si
sarebbe accorto della mancanza del quadro; indubbiamente se
ne era già accorto quando aveva portato il tè. Il paravento non
era stato rimesso a posto e sulla parete era visibile uno spazio
vuoto. Una notte, forse, l'avrebbe sorpreso nell'atto di salire le
scale pian piano e di tentare di forzare la porta della stanza.
Avere una spia in casa era una cosa orribile. Aveva sentito
parlare di ricchi signori che erano stati ricattati per tutta la vita
da un servo che aveva letto una lettera o sorpreso una
conversazione o raccattato un biglietto con un indirizzo o
trovato sotto un cuscino un fiore avvizzito oppure un pezzetto
sgualcito di trina.
Sospirò, si versò il tè e apri il biglietto di Lord Henry. Diceva
semplicemente che gli mandava il giornale della sera e un libro
che poteva interessarlo e che alle otto e un quarto si sarebbe
trovato al circolo. Spiegò lentamente il giornale e lo scorse. Un
segno a matita rossa sulla quinta pagina colpì il suo sguardo:
era destinato ad attrarre la sua attenzione sul trafiletto seguente:
INCHIESTA SU UN ATTRICE
Stamane alla Taverna della Campana in Hoxton Road è stata
tenuta un'inchiesta dal signor Danby, Coroner distrettuale, sul
cadavere di Sybil Vane, giovane attrice scritturata di recente al
Royal Theatre di Holborn. E' stato emesso un verdetto di morte
accidentale. Sono state espresse molte condoglianze alla
madre, che si è dimostrata grandemente afflitta tanto durante la
propria deposizione quanto durante la deposizione del Dottor
Birrell, che ha eseguito l'autopsia della defunta.
Aggrottò le sopracciglia, stracciò il giornale in due pezzi e,
attraversata la stanza, lo gettò via. Com'era brutto tutto questo e
come la bruttezza mostrava le cose nella loro orrenda realtà!
Era un po' seccato che Lord Henry gli avesse mandato quella
notizia, e certo era stato stupido a segnarla con la matita rossa.
Victor poteva averla letta; conosceva l'inglese abbastanza da
poterlo fare. Forse l'aveva letta e aveva cominciato a sospettare
qualche cosa. Ma d'altra parte che importava? Che c'entrava
Dorian Gray con la morte di Sybil Vane? Non c'era niente da
temere.
Dorian Gray non l'aveva uccisa.
Lo sguardo gli cadde sul libro giallo che gli aveva mandato
Lord Henry. Che cos'era? Si diresse verso il tavolinetto
ottagonale color perla, che gli era sempre sembrato simile al
lavoro di strane api egiziane che avessero lavorato l'argento, si
sedette in una poltrona e cominciò a sfogliare le pagine. Dopo
pochi minuti era completamente assorto nella lettura, perché
quello era il libro più strano che avesse mai letto. Gli sembrava
di vedersi sfilare davanti, in un corteo muto, i peccati del
mondo in vesti squisite, al suono delicato dei flauti. Cose che
aveva vagamente sognate diventarono immediatamente reali
per lui; cose che non aveva mai sognate gli furono
gradualmente rivelate.
Era un romanzo senza intreccio e con un personaggio soltanto;
o, per meglio dire, era semplicemente uno studio psicologico
su un giovane parigino che passava la vita tentando di
realizzare nel diciannovesimo secolo tutte le passioni e i modi
di vivere propri di tutti i secoli salvo che del suo e di
assommare in se stesso, per così dire, i vari stati d'animo che lo
spirito del mondo è venuto attraversando, amando per la pura
loro artificiosità quelle rinunce alle quali l'umanità ha dato
poco saggiamente il nome di virtù, non meno di quelle
ribellioni naturali che i saggi continuano a chiamare peccati.
Era scritto in quello stile curiosamente ingioiellato, vivido e
oscuro insieme, pieno di frasi di gergo e di arcaismi, di
espressioni tecniche e di parafrasi elaborate, che caratterizza
l'opera di alcuni tra i migliori artisti della scuola francese dei
Simbolisti. Conteneva metafore mostruose come orchidee e
non meno raffinate di queste nel colore.
La vita dei sensi vi era descritta coi termini della filosofia
mistica. A volte era impossibile dire se si stava leggendo le
estasi spirituali di qualche santo del Medio Evo oppure le
confessioni morbose di un peccatore moderno. Era un libro
velenoso. L'odore pesante dell'incenso sembrava aderire alle
sue pagine e sconvolgere lo spirito. Nella mente del giovine,
mentre passava da un capitolo all'altro, la pura cadenza delle
frasi, la sottile monotonia della loro musica, piena com'era di
ritornelli complessi e di movenze elaboratamente ripetute,
provocava una specie di "rèverie", una malattia del sogno, che
gli toglieva ogni coscienza del finire del giorno e dell'avanzare
delle ombre.
Attraverso le finestre brillava un cielo color verderame, senza
nuvole e ornato da una stella solitaria. Alla sua luce tenue egli
lesse, finché non fu più in grado di leggere. Allora, dopo che
più volte il servitore lo aveva avvertito che l'ora era tarda, si
alzò e, andato nella stanza vicina, posò il libro sul tavolinetto
fiorentino che stava sempre al suo capezzale e cominciò a
vestirsi per il pranzo.
Prima che arrivasse al circolo erano quasi le nove. Trovò Lord
Henry seduto nel salone, solo e con un'aria molto annoiata.
- Scusami tanto, Harry - gridò; - ma in realtà è tutta colpa tua.
Quel libro che mi hai mandato mi ha talmente affascinato da
farmi dimenticare che il tempo passava.
- Sì, lo sapevo che ti sarebbe piaciuto - replicò il suo ospite,
alzandosi.
- Non ho detto che mi è piaciuto. Ho detto che mi ha
affascinato.
C'è una grande differenza.
- Ah, l'hai scoperto, questo? - mormorò Lord Henry. Passarono
in sala da pranzo.