it-fr  Il ritrato di Dorian Gray Capitolo nono Hard
Capitolo nono.

La mattina dopo, mentre stava facendo colazione, venne introdotto nella camera Basil Hallward.
- Sono felice di averti trovato, Dorian - disse questi con tono grave. - Ero venuto ieri sera, ma mi dissero che eri all'Opera.
Naturalmente sapevo che era impossibile, ma vorrei che tu avessi lasciato detto dov'eri andato veramente. Passai una serata tremenda; avevo quasi paura che a una tragedia potesse seguirne un'altra. Penso che appena ricevesti la notizia avresti potuto mandarmi a chiamare per telegrafo. Io la lessi per puro caso in un'edizione serale del "Globe" che mi capitò in mano al circolo; mi precipitai qui e mi dispiacque moltissimo di non trovarti. Non posso dirti fino a qual punto questa storia mi abbia costernato.
So quanto devi soffrire. Ma dove sei andato? Sei forse andato a trovare sua madre? Per un momento mi venne l'idea di venire a cercarti là; il giornale dava l'indirizzo, dalle parti di Euston Road, non è vero? Poi ebbi paura di essere un intruso, in presenza di uno strazio che non era in mio potere di alleviare.
Povera donna, in che stato deve essere! Ed era l'unica figlia!
Che cosa ha detto di questa tragedia?
- Caro Basil, e che ne so io? - mormorò Dorian Gray, con un'aria terribilmente annoiata, sorseggiando un vino di un pallido giallo da un delicato bicchiere veneziano che sembrava una bolla di schiuma imperlata d'oro. - Io ero all'Opera; dovevi venire lì. Ho conosciuto Lady Gwendolen, la sorella di Harry; eravamo nel suo palco. E' una donna incantevole, e la Patti ha cantato divinamente. Non parliamo di cose orribili. Se di una cosa non si parla, non è mai esistita; è soltanto l'espressione, come dice Harry, che conferisce realtà alle cose.
Incidentalmente ti dirò che non era l'unica figlia di quella donna; c'è anche un figlio.
Credo che sia un simpatico ragazzo, ma non fa l'attore; fa il marinaio, o qualcosa del genere. E ora parlami di te e di quello che stai dipingendo.
- Sei andato all'Opera? - disse Hallward, parlando molto adagio, con una voce in cui vibrava intensamente una nota di sofferenza.- Sei andato all'Opera, mentre Sybil Vane giaceva, morta, nel suo miserabile alloggio? Come puoi parlarmi di altre donne incantevoli e della Patti che canta divinamente, prima ancora che la donna che amavi abbia trovato pace nella tomba?
Non sai quali orrori si preparano per quel suo fragile corpo bianco!
- Taci, Basil! Non lo voglio sentire - gridò Dorian, scattando in piedi. - Non dirmi queste cose. Quello che è stato è stato; il passato è passato.
- Ieri, lo chiami passato?
- Che importa quanto tempo sia effettivamente trascorso? Solo gli esseri superficiali hanno bisogno di anni per liberarsi di un'emozione. Un uomo che sia padrone di se stesso può mettere fine a un dolore con la stessa facilità con cui può inventare un piacere. Io non intendo essere alla mercé delle mie emozioni; voglio servirmene, goderle e dominarle.
- Dorian, che cose orribili! C'è qualche cosa che ti ha interamente cambiato. Esteriormente sei sempre lo stesso ragazzo meraviglioso che veniva ogni giorno nel mio studio a posare per il suo ritratto. Allora però eri semplice, naturale, affettuoso; eri la creatura più intatta che esistesse al mondo.
Adesso non so che cosa ti abbia preso; parli come se in te non esistesse il cuore, non esistesse la compassione. E' tutta l'influenza di Harry, me ne accorgo.
Il giovine arrossì. Andò alla finestra e guardò per qualche minuto il giardino verde, scintillante sotto la sferza del sole.
Disse finalmente: - Basil, io devo molto ad Harry, più di quanto debba a te. Tu mi hai insegnato soltanto la vanità.
- Ebbene, ora ne sono punito, Dorian, o sarò punito un giorno o l'altro.
- Non so che cosa tu voglia dire, Basil - esclamò lui, girandosi.
- Non so che cosa tu voglia da me. Che vuoi?
- Voglio il Dorian Gray che ho dipinto - disse mestamente l'artista.
- Basil, - disse il giovine, avvicinandosi a lui e mettendogli una mano sulla spalla, - arrivi troppo tardi. Ieri, quando seppi il suicidio di Sybil Vane... - Suicidio! gran Dio! non c'è nessun dubbio in proposito? gridò Hallward, guardandolo con un'espressione di orrore.
- Caro Basil, non crederai certo che sia stato un banale incidente? Naturalmente si è uccisa.
Il più anziano dei due uomini si prese il viso tra le mani, mormorando: - che orrore! - mentre un brivido lo scoteva tutto.
- No - disse Dorian Gray, - non c'è niente di tremendo in questo: è una delle grandi tragedie romantiche del nostro tempo. Di regola la vita degli attori è una vita infima; sono buoni mariti, o mogli fedeli, o qualche altra cosa noiosa. Capisci quello che voglio dire: virtù piccolo borghese e roba di questo genere. Ma Sybil era diversa. Ha vissuto la sua più bella tragedia. Era sempre stata un'eroina. L'ultima sera che recitò, la sera che tu la vedesti, recitò male perché aveva conosciuto la realtà dell'amore; quando ne conobbe l'irrealtà morì come avrebbe potuto morire Giulietta e rientrò così nella sfera dell'arte. C'è in lei qualcosa della martire; la sua morte ha tutta la patetica inutilità, tutta la bellezza sprecata del martirio. Ma, come ti dicevo, non devi pensare che io non abbia sofferto. Se tu fossi venuto ieri, in un certo momento, verso le cinque e mezzo, diciamo, o le sei e un quarto, mi avresti trovato in lacrime; neppure Harry, che venne (anzi fu lui a darmi la notizia), aveva un'idea di quello che stavo attraversando. Soffrivo immensamente; ma poi è passato. Io non posso ripetere un'emozione; nessuno può farlo, tranne i sentimentali. Basil, sei terribilmente ingiusto. Sei venuto qui per consolarmi, cosa che è molto gentile; mi trovi consolato, e questo ti rende furibondo. Strano modo di dimostrarmi la tua simpatia! Mi fai ripensare a una storia che mi raccontò Harry, di un certo filantropo che passò vent'anni della sua vita a lottare affinché venisse riparato un abuso o fosse modificata una certa legge ingiusta, non so più esattamente quale delle due cose.
Finalmente ci riuscì e la delusione che provò fu insuperabile.
Non aveva più niente da fare, moriva quasi dalla noia e diventò un misantropo indurito. E poi, mio caro Basil, se vuoi veramente consolarmi, insegnami piuttosto a dimenticare l'accaduto oppure a vederlo dal giusto punto di vista artistico.
Non è stato il Gautier che ha scritto della "consolation des arts"? Mi ricordo che un giorno nel tuo studio mi capitò in mano un volumetto rilegato in pergamena e gli occhi mi caddero su questa frase deliziosa. Orbene, io non sono come quel giovane di cui mi raccontasti quella volta che andammo insieme a Marlow, che era solito dire che il satin giallo può servire di consolazione a tutte le miserie dell'esistenza. Mi piacciono le belle cose che si possono toccare e maneggiare; dai broccati antichi, dai bronzi verdi, dalle lacche, dagli avori intagliati, da un ambiente raffinato, dal lusso, dalla pompa si può ricavare molto; ma per me vale molto di più il temperamento artistico che tutte quelle cose creano o, quanto meno, rivelano. Diventare spettatore della propria esistenza, come dice Harry, significa sfuggire alle sofferenze dell'esistenza. So che sentirmi parlare così ti sorprende; tu non ti rendi conto del mio sviluppo. Quando mi hai conosciuto ero uno scolaretto; ora sono un uomo, con passioni, pensieri, idee interamente nuovi. Sono diverso, ma per questo non devi volermi meno bene; sono cambiato, ma tu devi restare mio amico. Naturalmente voglio molto bene a Harry; ma so che tu sei migliore di lui: non più forte, perché hai troppa paura della vita, ma migliore; e noi due siamo stati tanto felici insieme!
Basil, non mi lasciare e non litigare con me. Io sono quello che sono, e non c'è altro da dire.
Il pittore era stranamente commosso. Quel ragazzo gli era infinitamente caro e la sua personalità aveva rappresentato una svolta decisiva della sua arte. L'idea di fargli altri rimproveri gli sembrò insopportabile; dopo tutto, la sua indifferenza non era probabilmente che uno stato d'animo del tutto transitorio.
C'era tanto di buono, tanto di nobile in lui.
- Va bene, Dorian - disse alla fine, con un sorriso melanconico,- da oggi in poi non ti parlerò più di questo orribile fatto. Spero solo che il tuo nome non venga fatto in relazione ad esso.
L'inchiesta ci sarà questo pomeriggio. Sei stato convocato?
Dorian scrollò la testa e la menzione della parola "inchiesta" fece passare sul suo viso un'espressione di fastidio. Cose di questo genere erano troppo grossolane, troppo volgari.
- Non sanno il mio nome - rispose.
- Lei sì, però.
- Soltanto il nome di battesimo, e quello sono sicuro che non l'ha detto a nessuno. Una volta mi disse che tutti erano molto curiosi di sapere chi ero e che lei diceva invariabilmente che mi chiamavo Principe Azzurro: una cosa molto carina. Basil, devi farmi un disegno di Sybil; mi piacerebbe avere di lei qualcosa di più del ricordo di qualche bacio e di qualche parolina patetica.
- Cercherò di fare qualcosa per farti piacere, Dorian; ma tu devi tornare a posare per me. Senza di te non posso andare avanti.
Egli trasalì ed esclamò: - Non posso più posare per te, Basil. E' impossibile!
Il pittore lo fissò. - Che sciocchezze, mio caro! - esclamò. Vuoi dire forse che il ritratto che ti ho fatto non ti piace? Ma dov'è?
Perché ci hai messo un paravento davanti? Lasciamelo guardare; è la cosa migliore che io abbia mai fatto. Leva via quel paravento, Dorian; è una vergogna che il tuo servitore nasconda la mia opera in quel modo. Appena sono entrato ho avuto subito la sensazione che la stanza avesse cambiato aspetto.
- Il mio servitore non ne ha colpa, Basil. Credi forse che gli permetta di sistemare per me la mia stanza? A volte mette a posto i fiori, e basta. No, sono stato io. La luce sul ritratto era troppo forte.
- Troppo forte! No di certo, amico mio. La collocazione è ammirevole. Fammelo vedere. - Hallward si diresse verso l'angolo della stanza.
Un grido di terrore proruppe dalle labbra di Dorian, che si lanciò a mettersi in mezzo tra il pittore e il paravento.
- Basil -disse, pallidissimo, - non devi vederlo. Non voglio.
- Non devo vedere la mia opera! non dici sul serio. E perché non dovrei vederla? - esclamò ridendo Hallward.
- Basil, sul mio onore, se cerchi di vederla non ti rivolgerò più la parola. Dico sul serio, nel modo più assoluto. Non ti dò spiegazioni e tu non devi chiederne; ma ricordati che se tocchi questo paravento fra te e me tutto è finito.
Hallward sembrava fulminato e guardava Dorian con il più profondo stupore. Prima di allora non lo aveva mai visto così.
Era addirittura livido di rabbia, aveva le mani contratte, le sue pupille erano come dischi di fuoco azzurro e tremava dalla testa ai piedi.
- Dorian!
- Non mi parlare!
- Ma che è successo? Naturalmente, se non vuoi non lo guarderò disse piuttosto freddamente e si avviò verso la finestra. - Però mi sembra davvero abbastanza assurdo che io non debba vedere il mio quadro, tanto più che in autunno lo esporrò a Parigi.
Probabilmente bisognerà che prima ci dia un'altra mano di vernice, e dunque un giorno dovrò pur vederlo. E allora, perché oggi no?
- Esporlo? Lo vuoi esporre? - esclamò Dorian Gray che si sentiva invadere da uno strano senso di terrore. Il suo segreto stava dunque per essere mostrato al mondo? La gente avrebbe contemplato sbigottita il mistero della sua vita? Impossibile! Si doveva fare subito qualche cosa; ma che cosa?
- Sì. Non credo che avrai nessuna difficoltà. George Petit vuol raccogliere tutti i miei quadri migliori per un'esposizione individuale nella Rue de Sèze, che si apre la prima settimana di ottobre. Il ritratto non starà via più di un mese e penso che per quel tempo potrai farne a meno; tanto, sarai di sicuro fuori città, e, del resto, se lo tieni sempre dietro un paravento vuol dire che non ci tieni eccessivamente.
Dorian Gray si passò la mano sulla fronte imperlata di stille di sudore. Aveva la sensazione di essere sull'orlo di un pericolo spaventoso. Gridò: - Un mese fa mi dicesti che non l'avresti mai esposto: Perché hai cambiato idea? Voialtri che vi piccate tanto di essere coerenti avete gli stessi capricci che hanno tutti, con la sola differenza che i vostri capricci sono piuttosto insensati. Non puoi aver dimenticato che mi assicurasti nel modo più solenne che niente al mondo ti avrebbe indotto a mandarlo a un'esposizione; e a Harry dicesti esattamente la stessa cosa.
Si fermò bruscamente e gli balenò negli occhi uno sprazzo di luce.
Gli tornò in mente che una volta Lord Henry gli aveva detto, tra il serio e il faceto: "Quando vorrai passare un quarto d'ora curioso, fatti dire da Basil perché non vuole esporre il tuo ritratto. L'ha detto a me, e per me è stata una rivelazione". Sì, forse anche Basil aveva il suo segreto; valeva la pena di provare a scoprirlo.
- Basil - gli disse, avvicinandosi a lui e fissandolo in viso, ognuno di noi due ha un segreto. Se mi dici il tuo, io ti dirò il mio. Qual era il motivo che ti spingeva a rifiutarti di esporre il mio ritratto?
Il pittore, suo malgrado, ebbe un brivido.
- Se te lo dicessi, Dorian, potrebbe darsi che tu mi volessi meno bene, e di certo rideresti di me: due cose, l'una e l'altra, che non posso sopportare. Se desideri che non guardi il tuo ritratto mi rassegnerò. Potrò sempre guardare te. Se vuoi che il mio miglior lavoro rimanga nascosto al mondo non importa; la tua amicizia mi preme di più della fama o della reputazione.
- No, Basil, devi dirmelo - insisté Dorian Gray. - Credo di avere il diritto di saperlo.
Il senso di terrore era svanito e vi era subentrata la curiosità; era deciso a scoprire il mistero di Basil Hallward.
- Sediamoci, Dorian - disse il pittore, che sembrava turbato.
Sediamoci, e rispondi soltanto a una mia domanda. Hai osservato nel ritratto qualche cosa di curioso, qualche cosa che sulle prime probabilmente non ti aveva colpito e che ti si è rivelata improvvisamente?
- Basil! - gridò il giovine, stringendo nelle mani tremanti i braccioli della poltrona e fissandolo con occhi sbarrati e furiosi.
- Vedo che è così. Non dire niente: ascolta prima quello che ho da dire io. Dorian, fin dal momento in cui ti conobbi la tua personalità ebbe su me la più straordinaria delle influenze. Fui dominato da te nell'anima, nell'intelletto, nelle facoltà; diventasti per me l'incarnazione visibile di quell'ideale mai visto, il cui ricordo ci perseguita, a noi artisti, come un sogno delizioso. Ti ho adorato; sono stato geloso di tutti quelli con i quali parlavi; ti volevo tutto per me solo; ero felice soltanto quando ero con te e quando eri lontano eri pur sempre presente nella mia arte... Di tutto questo, naturalmente, non ti ho mai fatto sapere niente; e sarebbe stato impossibile perché non l'avresti capito. Io stesso non arrivavo a capirlo: sapevo soltanto che mi ero trovato faccia a faccia con la perfezione e che ai miei occhi il mondo era diventato meraviglioso, troppo meraviglioso forse, perché in certe pazze adorazioni c'è un pericolo, il pericolo di perderle non meno che quello di conservarle. Passarono settimane e settimane, durante le quali andai lasciandomi assorbire sempre più da te; poi ci fu uno stadio ulteriore. Ti avevo disegnato come un Paride, in una delicata armatura, come Adone, in vesti da cacciatore e con la spada lucente in pugno. Ti avevo posto sulla prua della barca di Adriano, nell'atto di guardare il verde e torbido Nilo, e sul margine di uno stagno in un bosco della Grecia, nell'atto di vedere la meraviglia del tuo volto nel tacito argento delle acque.
Tutto questo era stato come l'arte deve essere: inconscio, ideale, lontano. Ma un giorno, un giorno fatale, mi decisi a dipingere un tuo mirabile ritratto, di te come sei veramente; non nel costume di un'epoca morta, ma nelle vesti e nel tempo che sono tuoi. Non so se sia stato il realismo del metodo oppure solo il miracolo della tua personalità che in questo modo mi si presentava senza nebbie e senza veli; certo è che mentre lavoravo a quel ritratto ogni pennellata, ogni striscia di colore sembrava rivelare a me stesso il mio segreto. Ebbi paura che gli altri venissero a conoscere la mia idolatria; ebbi la sensazione di aver detto troppo, di aver messo in quel ritratto troppo di me stesso. Fu allora che presi la decisione di non permettere mai che venisse esposto. Tu ne fosti un po' seccato, ma allora non potevi renderti conto di ciò che esso significava per me; Harry, al quale ne parlai, si mise a ridere, ma di questo poco m'importava. Quando il ritratto fu finito e mi ritrovai solo con esso sentii che avevo ragione... Orbene, qualche giorno dopo il quadro uscì dal mio studio; e non appena fui liberato dal fascino intollerabile della sua presenza mi sembrò di essere stato uno sciocco a immaginare di averci visto qualche cosa oltre queste due: che tu sei straordinariamente bello e che io so dipingere. Anche adesso non posso trattenermi dal pensare che sia un errore credere che la passione che si prova nell'atto di creare si manifesti mai veramente nell'opera creata da noi.
L'arte è sempre più astratta di quello che noi immaginiamo; forme e colori ci parlano di forme e colori e nient'altro. Spesso mi sembra che l'arte nasconda l'artista ben più completamente di quanto non lo riveli. Perciò, ricevendo quest'invito da Parigi, decisi di fare del tuo ritratto il pezzo principale della mia esposizione. Non mi venne mai in mente che tu avresti rifiutato. Ora mi accorgo che avevi ragione: quel ritratto non si può mostrare. Dorian, non essere in collera con me per quello che ti ho detto. Come dissi una volta a Harry, tu sei fatto per essere adorato.
Dorian Gray fece un profondo respiro. Le guance ripresero il colorito e un sorriso vagò sulle sue labbra: il pericolo era passato. Per il momento era al sicuro. Tuttavia non poteva difendersi dal provare una compassione infinita per il pittore che gli aveva fatto quella strana confessione e dal chiedersi se un giorno sarebbe toccato anche a lui subire una simile dominazione da parte della personalità di un amico. Lord Henry aveva il fascino di essere molto pericoloso, ma niente di più; era troppo intelligente e troppo cinico perché si potesse volergli veramente bene. Sarebbe mai esistito qualcuno capace di ispirargli una strana idolatria? Era questa una delle cose che la vita gli riservava?
- Mi sembra straordinario, Dorian, che tu abbia visto tutto questo in quel ritratto. L'hai visto veramente?
- Vi ho visto qualcosa - rispose lui, - qualcosa che mi è sembrata molto strana.
- E allora ti dispiace ancora se guardo il ritratto?
Dorian scosse la testa. - Questo non devi chiedermelo, Basil.
Non posso assolutamente permettere che tu ti ponga davanti a quel ritratto.
- Ma un giorno lo permetterai?
- Mai.
- Sì, forse hai ragione. E ora addio, Dorian. Sei stato la sola persona nella mia vita che abbia realmente avuto un'influenza sulla mia arte. Quello che ho fatto di buono lo devo a te. Ah, tu non sai quanto mi sia costato dirti tutto quello che ti ho detto.
- Caro Basil - disse Dorian, - che cosa mi hai detto?
Semplicemente che ti sembrava di avermi ammirato troppo.
Non è nemmeno un complimento.
- Non voleva essere un complimento: era una confessione e ora che l'ho fatta è come se qualche cosa fosse uscita da me. Forse non si dovrebbe mai tradurre in parole le proprie adorazioni.
- E' stata una confessione che mi ha molto deluso.
- Come? e che cosa ti aspettavi, Dorian? Tu non hai mica visto qualche altra cosa in quel ritratto? Non c'era altro da vedere?
- No, non c'era altro da vedere. Perché me lo chiedi? Ma non devi parlare di adorazione: è sciocco. Tu ed io siamo amici, Basil, e dobbiamo rimanere sempre amici.
- Tu hai Harry - disse melanconicamente il pittore.
- Oh, Harry ! - gridò il ragazzo, con una mezza risata. - Harry passa le giornate a dire delle cose incredibili e le serate a fare delle cose imprevedibili. E' precisamente la vita che mi piacerebbe fare. Però se mi trovassi in un guaio non credo che andrei da Harry. Verrei piuttosto da te, Basil.
- Tornerai a posare per me?
- E' impossibile.
- Il tuo rifiuto è la rovina della mia vita di artista. Nessuno incontra mai due cose ideali; ben pochi sono quelli che ne incontrano una.
- Non posso spiegarti il perché, Basil, ma per te non devo posare mai più. In un ritratto c'è qualche cosa di fatale; il ritratto ha una vita sua propria. Verrò da te a prendere il tè e sarà altrettanto piacevole.
- Per te ho paura che sia anche più piacevole - mormorò Hallward con rimpianto. - E ora addio. Mi dispiace che tu non voglia lasciarmi guardare il ritratto un'altra volta, ma non c'è niente da fare. Capisco perfettamente i tuoi sentimenti.
Appena fu uscito, Dorian sorrise a se stesso. Povero Basil, come era lontano dal conoscere la vera ragione! E com'era strano che, invece di essere stato costretto a rivelare il proprio segreto fosse riuscito, quasi per caso, a estorcere un segreto al suo amico! Quante cose sembravano chiare dopo quella strana confessione! Gli assurdi eccessi di gelosia del pittore, la sua sfrenata affezione, i suoi panegirici esagerati, le sue curiose reticenze - ora capiva tutto questo e ne provava dispiacere; gli sembrava che in un'amicizia così colorita di romanzo ci fosse qualche cosa di tragico.
Sospirò e suonò il campanello. Bisognava nascondere il ritratto a ogni costo. Non poteva correre un'altra volta il rischio di una scoperta. Sarebbe stata una pazzia lasciare che quell'oggetto restasse anche un'ora soltanto in una stanza nella quale poteva entrare uno qualunque dei suoi amici.
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Capitolo nono.
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Povera donna, in che stato deve essere!
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Ed era l'unica figlia!
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E' una donna incantevole, e la Patti ha cantato divinamente.
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Non parliamo di cose orribili.
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E ora parlami di te e di quello che stai dipingendo.
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- Che importa quanto tempo sia effettivamente trascorso?
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Tu mi hai insegnato soltanto la vanità.
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- Non so che cosa tu voglia dire, Basil - esclamò lui, girandosi.
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Ieri, quando seppi il suicidio di Sybil Vane... - Suicidio!
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gran Dio!
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gridò Hallward, guardandolo con un'espressione di orrore.
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- Caro Basil, non crederai certo che sia stato un banale incidente?
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Ma Sybil era diversa.
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Ha vissuto la sua più bella tragedia.
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Ma, come ti dicevo, non devi pensare che io non abbia sofferto.
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Soffrivo immensamente; ma poi è passato.
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Strano modo di dimostrarmi la tua simpatia!
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Finalmente ci riuscì e la delusione che provò fu insuperabile.
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Basil, non mi lasciare e non litigare con me.
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Il pittore era stranamente commosso.
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C'era tanto di buono, tanto di nobile in lui.
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Sei stato convocato?
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Egli trasalì ed esclamò: - Non posso più posare per te, Basil.
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E' impossibile!
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- esclamò.
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Ma dov'è?
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A volte mette a posto i fiori, e basta.
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No, sono stato io.
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No di certo, amico mio.
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La collocazione è ammirevole.
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Fammelo vedere.
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- Hallward si diresse verso l'angolo della stanza.
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- Basil -disse, pallidissimo, - non devi vederlo.
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Non voglio.
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Prima di allora non lo aveva mai visto così.
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- Ma che è successo?
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E allora, perché oggi no?
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Lo vuoi esporre?
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Impossibile!
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Si doveva fare subito qualche cosa; ma che cosa?
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- Sì.
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Aveva la sensazione di essere sull'orlo di un pericolo spaventoso.
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Si fermò bruscamente e gli balenò negli occhi uno sprazzo di luce.
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L'ha detto a me, e per me è stata una rivelazione".
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- Sediamoci, Dorian - disse il pittore, che sembrava turbato.
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Sediamoci, e rispondi soltanto a una mia domanda.
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Dorian, non essere in collera con me per quello che ti ho detto.
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Dorian Gray fece un profondo respiro.
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Per il momento era al sicuro.
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- E allora ti dispiace ancora se guardo il ritratto?
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Dorian scosse la testa.
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- Questo non devi chiedermelo, Basil.
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- Sì, forse hai ragione.
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E ora addio, Dorian.
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Quello che ho fatto di buono lo devo a te.
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Ah, tu non sai quanto mi sia costato dirti tutto quello che ti ho detto.
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Semplicemente che ti sembrava di avermi ammirato troppo.
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Non è nemmeno un complimento.
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Forse non si dovrebbe mai tradurre in parole le proprie adorazioni.
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- E' stata una confessione che mi ha molto deluso.
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- Come?
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Non c'era altro da vedere?
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- No, non c'era altro da vedere.
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Perché me lo chiedi?
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Ma non devi parlare di adorazione: è sciocco.
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Tu ed io siamo amici, Basil, e dobbiamo rimanere sempre amici.
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- Tu hai Harry - disse melanconicamente il pittore.
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- gridò il ragazzo, con una mezza risata.
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- Tornerai a posare per me?
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Verrò da te a prendere il tè e sarà altrettanto piacevole.
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- E ora addio.
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Capisco perfettamente i tuoi sentimenti.
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Povero Basil, come era lontano dal conoscere la vera ragione!
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Quante cose sembravano chiare dopo quella strana confessione!
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Sospirò e suonò il campanello.
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Capitolo nono.

La mattina dopo, mentre stava facendo colazione, venne
introdotto nella camera Basil Hallward.
- Sono felice di averti trovato, Dorian - disse questi con tono
grave. - Ero venuto ieri sera, ma mi dissero che eri all'Opera.
Naturalmente sapevo che era impossibile, ma vorrei che tu
avessi lasciato detto dov'eri andato veramente. Passai una
serata tremenda; avevo quasi paura che a una tragedia potesse
seguirne un'altra. Penso che appena ricevesti la notizia avresti
potuto mandarmi a chiamare per telegrafo. Io la lessi per puro
caso in un'edizione serale del "Globe" che mi capitò in mano al
circolo; mi precipitai qui e mi dispiacque moltissimo di non
trovarti. Non posso dirti fino a qual punto questa storia mi
abbia costernato.
So quanto devi soffrire. Ma dove sei andato? Sei forse andato a
trovare sua madre? Per un momento mi venne l'idea di venire a
cercarti là; il giornale dava l'indirizzo, dalle parti di Euston
Road, non è vero? Poi ebbi paura di essere un intruso, in
presenza di uno strazio che non era in mio potere di alleviare.
Povera donna, in che stato deve essere! Ed era l'unica figlia!
Che cosa ha detto di questa tragedia?
- Caro Basil, e che ne so io? - mormorò Dorian Gray, con
un'aria terribilmente annoiata, sorseggiando un vino di un
pallido giallo da un delicato bicchiere veneziano che sembrava
una bolla di schiuma imperlata d'oro. - Io ero all'Opera; dovevi
venire lì. Ho conosciuto Lady Gwendolen, la sorella di Harry;
eravamo nel suo palco. E' una donna incantevole, e la Patti ha
cantato divinamente. Non parliamo di cose orribili. Se di una
cosa non si parla, non è mai esistita; è soltanto l'espressione,
come dice Harry, che conferisce realtà alle cose.
Incidentalmente ti dirò che non era l'unica figlia di quella
donna; c'è anche un figlio.
Credo che sia un simpatico ragazzo, ma non fa l'attore; fa il
marinaio, o qualcosa del genere. E ora parlami di te e di quello
che stai dipingendo.
- Sei andato all'Opera? - disse Hallward, parlando molto
adagio, con una voce in cui vibrava intensamente una nota di
sofferenza.- Sei andato all'Opera, mentre Sybil Vane giaceva,
morta, nel suo miserabile alloggio? Come puoi parlarmi di altre
donne incantevoli e della Patti che canta divinamente, prima
ancora che la donna che amavi abbia trovato pace nella tomba?
Non sai quali orrori si preparano per quel suo fragile corpo
bianco!
- Taci, Basil! Non lo voglio sentire - gridò Dorian, scattando in
piedi. - Non dirmi queste cose. Quello che è stato è stato; il
passato è passato.
- Ieri, lo chiami passato?
- Che importa quanto tempo sia effettivamente trascorso? Solo
gli esseri superficiali hanno bisogno di anni per liberarsi di
un'emozione. Un uomo che sia padrone di se stesso può
mettere fine a un dolore con la stessa facilità con cui può
inventare un piacere. Io non intendo essere alla mercé delle mie
emozioni; voglio servirmene, goderle e dominarle.
- Dorian, che cose orribili! C'è qualche cosa che ti ha
interamente cambiato. Esteriormente sei sempre lo stesso
ragazzo meraviglioso che veniva ogni giorno nel mio studio a
posare per il suo ritratto. Allora però eri semplice, naturale,
affettuoso; eri la creatura più intatta che esistesse al mondo.
Adesso non so che cosa ti abbia preso; parli come se in te non
esistesse il cuore, non esistesse la compassione. E' tutta
l'influenza di Harry, me ne accorgo.
Il giovine arrossì. Andò alla finestra e guardò per qualche
minuto il giardino verde, scintillante sotto la sferza del sole.
Disse finalmente:
- Basil, io devo molto ad Harry, più di quanto debba a te. Tu mi
hai insegnato soltanto la vanità.
- Ebbene, ora ne sono punito, Dorian, o sarò punito un giorno o
l'altro.
- Non so che cosa tu voglia dire, Basil - esclamò lui, girandosi.
- Non so che cosa tu voglia da me. Che vuoi?
- Voglio il Dorian Gray che ho dipinto - disse mestamente
l'artista.
- Basil, - disse il giovine, avvicinandosi a lui e mettendogli una
mano sulla spalla, - arrivi troppo tardi. Ieri, quando seppi il
suicidio di Sybil Vane...
- Suicidio! gran Dio! non c'è nessun dubbio in proposito? gridò
Hallward, guardandolo con un'espressione di orrore.
- Caro Basil, non crederai certo che sia stato un banale
incidente? Naturalmente si è uccisa.
Il più anziano dei due uomini si prese il viso tra le mani,
mormorando: - che orrore! - mentre un brivido lo scoteva tutto.
- No - disse Dorian Gray, - non c'è niente di tremendo in
questo:
è una delle grandi tragedie romantiche del nostro tempo. Di
regola la vita degli attori è una vita infima; sono buoni mariti, o
mogli fedeli, o qualche altra cosa noiosa. Capisci quello che
voglio dire: virtù piccolo borghese e roba di questo genere. Ma
Sybil era diversa. Ha vissuto la sua più bella tragedia. Era
sempre stata un'eroina. L'ultima sera che recitò, la sera che tu la
vedesti, recitò male perché aveva conosciuto la realtà
dell'amore; quando ne conobbe l'irrealtà morì come avrebbe
potuto morire Giulietta e rientrò così nella sfera dell'arte. C'è in
lei qualcosa della martire; la sua morte ha tutta la patetica
inutilità, tutta la bellezza sprecata del martirio. Ma, come ti
dicevo, non devi pensare che io non abbia sofferto. Se tu fossi
venuto ieri, in un certo momento, verso le cinque e mezzo,
diciamo, o le sei e un quarto, mi avresti trovato in lacrime;
neppure Harry, che venne (anzi fu lui a darmi la notizia), aveva
un'idea di quello che stavo attraversando. Soffrivo
immensamente; ma poi è passato. Io non posso ripetere
un'emozione; nessuno può farlo, tranne i sentimentali. Basil,
sei terribilmente ingiusto. Sei venuto qui per consolarmi, cosa
che è molto gentile; mi trovi consolato, e questo ti rende
furibondo. Strano modo di dimostrarmi la tua simpatia! Mi fai
ripensare a una storia che mi raccontò Harry, di un certo
filantropo che passò vent'anni della sua vita a lottare affinché
venisse riparato un abuso o fosse modificata una certa legge
ingiusta, non so più esattamente quale delle due cose.
Finalmente ci riuscì e la delusione che provò fu insuperabile.
Non aveva più niente da fare, moriva quasi dalla noia e diventò
un misantropo indurito. E poi, mio caro Basil, se vuoi
veramente consolarmi, insegnami piuttosto a dimenticare
l'accaduto oppure a vederlo dal giusto punto di vista artistico.
Non è stato il Gautier che ha scritto della "consolation des
arts"? Mi ricordo che un giorno nel tuo studio mi capitò in
mano un volumetto rilegato in pergamena e gli occhi mi
caddero su questa frase deliziosa. Orbene, io non sono come
quel giovane di cui mi raccontasti quella volta che andammo
insieme a Marlow, che era solito dire che il satin giallo può
servire di consolazione a tutte le miserie dell'esistenza. Mi
piacciono le belle cose che si possono toccare e maneggiare;
dai broccati antichi, dai bronzi verdi, dalle lacche, dagli avori
intagliati, da un ambiente raffinato, dal lusso, dalla pompa si
può ricavare molto; ma per me vale molto di più il
temperamento artistico che tutte quelle cose creano o, quanto
meno, rivelano. Diventare spettatore della propria esistenza,
come dice Harry, significa sfuggire alle sofferenze
dell'esistenza. So che sentirmi parlare così ti sorprende; tu non
ti rendi conto del mio sviluppo. Quando mi hai conosciuto ero
uno scolaretto; ora sono un uomo, con passioni, pensieri, idee
interamente nuovi. Sono diverso, ma per questo non devi
volermi meno bene; sono cambiato, ma tu devi restare mio
amico. Naturalmente voglio molto bene a Harry; ma so che tu
sei migliore di lui: non più forte, perché hai troppa paura della
vita, ma migliore; e noi due siamo stati tanto felici insieme!
Basil, non mi lasciare e non litigare con me. Io sono quello che
sono, e non c'è altro da dire.
Il pittore era stranamente commosso. Quel ragazzo gli era
infinitamente caro e la sua personalità aveva rappresentato una
svolta decisiva della sua arte. L'idea di fargli altri rimproveri
gli sembrò insopportabile; dopo tutto, la sua indifferenza non
era probabilmente che uno stato d'animo del tutto transitorio.
C'era tanto di buono, tanto di nobile in lui.
- Va bene, Dorian - disse alla fine, con un sorriso melanconico,-
da oggi in poi non ti parlerò più di questo orribile fatto. Spero
solo che il tuo nome non venga fatto in relazione ad esso.
L'inchiesta ci sarà questo pomeriggio. Sei stato convocato?
Dorian scrollò la testa e la menzione della parola "inchiesta"
fece passare sul suo viso un'espressione di fastidio. Cose di
questo genere erano troppo grossolane, troppo volgari.
- Non sanno il mio nome - rispose.
- Lei sì, però.
- Soltanto il nome di battesimo, e quello sono sicuro che non
l'ha detto a nessuno. Una volta mi disse che tutti erano molto
curiosi di sapere chi ero e che lei diceva invariabilmente che mi
chiamavo Principe Azzurro: una cosa molto carina. Basil, devi
farmi un disegno di Sybil; mi piacerebbe avere di lei qualcosa
di più del ricordo di qualche bacio e di qualche parolina
patetica.
- Cercherò di fare qualcosa per farti piacere, Dorian; ma tu devi
tornare a posare per me. Senza di te non posso andare avanti.
Egli trasalì ed esclamò:
- Non posso più posare per te, Basil. E' impossibile!
Il pittore lo fissò. - Che sciocchezze, mio caro! - esclamò. Vuoi
dire forse che il ritratto che ti ho fatto non ti piace? Ma dov'è?
Perché ci hai messo un paravento davanti? Lasciamelo
guardare; è la cosa migliore che io abbia mai fatto. Leva via
quel paravento, Dorian; è una vergogna che il tuo servitore
nasconda la mia opera in quel modo. Appena sono entrato ho
avuto subito la sensazione che la stanza avesse cambiato
aspetto.
- Il mio servitore non ne ha colpa, Basil. Credi forse che gli
permetta di sistemare per me la mia stanza? A volte mette a
posto i fiori, e basta. No, sono stato io. La luce sul ritratto era
troppo forte.
- Troppo forte! No di certo, amico mio. La collocazione è
ammirevole. Fammelo vedere. - Hallward si diresse verso
l'angolo della stanza.
Un grido di terrore proruppe dalle labbra di Dorian, che si
lanciò a mettersi in mezzo tra il pittore e il paravento.
- Basil -disse, pallidissimo, - non devi vederlo. Non voglio.
- Non devo vedere la mia opera! non dici sul serio. E perché
non dovrei vederla? - esclamò ridendo Hallward.
- Basil, sul mio onore, se cerchi di vederla non ti rivolgerò più
la parola. Dico sul serio, nel modo più assoluto. Non ti dò
spiegazioni e tu non devi chiederne; ma ricordati che se tocchi
questo paravento fra te e me tutto è finito.
Hallward sembrava fulminato e guardava Dorian con il più
profondo stupore. Prima di allora non lo aveva mai visto così.
Era addirittura livido di rabbia, aveva le mani contratte, le sue
pupille erano come dischi di fuoco azzurro e tremava dalla
testa ai piedi.
- Dorian!
- Non mi parlare!
- Ma che è successo? Naturalmente, se non vuoi non lo
guarderò disse piuttosto freddamente e si avviò verso la
finestra. - Però mi sembra davvero abbastanza assurdo che io
non debba vedere il mio quadro, tanto più che in autunno lo
esporrò a Parigi.
Probabilmente bisognerà che prima ci dia un'altra mano di
vernice, e dunque un giorno dovrò pur vederlo. E allora, perché
oggi no?
- Esporlo? Lo vuoi esporre? - esclamò Dorian Gray che si
sentiva invadere da uno strano senso di terrore. Il suo segreto
stava dunque per essere mostrato al mondo? La gente avrebbe
contemplato sbigottita il mistero della sua vita? Impossibile! Si
doveva fare subito qualche cosa; ma che cosa?
- Sì. Non credo che avrai nessuna difficoltà. George Petit vuol
raccogliere tutti i miei quadri migliori per un'esposizione
individuale nella Rue de Sèze, che si apre la prima settimana di
ottobre. Il ritratto non starà via più di un mese e penso che per
quel tempo potrai farne a meno; tanto, sarai di sicuro fuori
città, e, del resto, se lo tieni sempre dietro un paravento vuol
dire che non ci tieni eccessivamente.
Dorian Gray si passò la mano sulla fronte imperlata di stille di
sudore. Aveva la sensazione di essere sull'orlo di un pericolo
spaventoso. Gridò:
- Un mese fa mi dicesti che non l'avresti mai esposto: Perché
hai cambiato idea? Voialtri che vi piccate tanto di essere
coerenti avete gli stessi capricci che hanno tutti, con la sola
differenza che i vostri capricci sono piuttosto insensati. Non
puoi aver dimenticato che mi assicurasti nel modo più solenne
che niente al mondo ti avrebbe indotto a mandarlo a
un'esposizione; e a Harry dicesti esattamente la stessa cosa.
Si fermò bruscamente e gli balenò negli occhi uno sprazzo di
luce.
Gli tornò in mente che una volta Lord Henry gli aveva detto,
tra il serio e il faceto: "Quando vorrai passare un quarto d'ora
curioso, fatti dire da Basil perché non vuole esporre il tuo
ritratto. L'ha detto a me, e per me è stata una rivelazione". Sì,
forse anche Basil aveva il suo segreto; valeva la pena di
provare a scoprirlo.
- Basil - gli disse, avvicinandosi a lui e fissandolo in viso,
ognuno di noi due ha un segreto. Se mi dici il tuo, io ti dirò il
mio. Qual era il motivo che ti spingeva a rifiutarti di esporre il
mio ritratto?
Il pittore, suo malgrado, ebbe un brivido.
- Se te lo dicessi, Dorian, potrebbe darsi che tu mi volessi meno
bene, e di certo rideresti di me: due cose, l'una e l'altra, che non
posso sopportare. Se desideri che non guardi il tuo ritratto mi
rassegnerò. Potrò sempre guardare te. Se vuoi che il mio
miglior lavoro rimanga nascosto al mondo non importa; la tua
amicizia mi preme di più della fama o della reputazione.
- No, Basil, devi dirmelo - insisté Dorian Gray. - Credo di avere
il diritto di saperlo.
Il senso di terrore era svanito e vi era subentrata la curiosità;
era deciso a scoprire il mistero di Basil Hallward.
- Sediamoci, Dorian - disse il pittore, che sembrava turbato.
Sediamoci, e rispondi soltanto a una mia domanda. Hai
osservato nel ritratto qualche cosa di curioso, qualche cosa che
sulle prime probabilmente non ti aveva colpito e che ti si è
rivelata improvvisamente?
- Basil! - gridò il giovine, stringendo nelle mani tremanti i
braccioli della poltrona e fissandolo con occhi sbarrati e furiosi.
- Vedo che è così. Non dire niente: ascolta prima quello che ho
da dire io. Dorian, fin dal momento in cui ti conobbi la tua
personalità ebbe su me la più straordinaria delle influenze. Fui
dominato da te nell'anima, nell'intelletto, nelle facoltà;
diventasti per me l'incarnazione visibile di quell'ideale mai
visto, il cui ricordo ci perseguita, a noi artisti, come un sogno
delizioso. Ti ho adorato; sono stato geloso di tutti quelli con i
quali parlavi; ti volevo tutto per me solo; ero felice soltanto
quando ero con te e quando eri lontano eri pur sempre presente
nella mia arte... Di tutto questo, naturalmente, non ti ho mai
fatto sapere niente; e sarebbe stato impossibile perché non
l'avresti capito. Io stesso non arrivavo a capirlo: sapevo
soltanto che mi ero trovato faccia a faccia con la perfezione e
che ai miei occhi il mondo era diventato meraviglioso, troppo
meraviglioso forse, perché in certe pazze adorazioni c'è un
pericolo, il pericolo di perderle non meno che quello di
conservarle. Passarono settimane e settimane, durante le quali
andai lasciandomi assorbire sempre più da te; poi ci fu uno
stadio ulteriore. Ti avevo disegnato come un Paride, in una
delicata armatura, come Adone, in vesti da cacciatore e con la
spada lucente in pugno. Ti avevo posto sulla prua della barca di
Adriano, nell'atto di guardare il verde e torbido Nilo, e sul
margine di uno stagno in un bosco della Grecia, nell'atto di
vedere la meraviglia del tuo volto nel tacito argento delle
acque.
Tutto questo era stato come l'arte deve essere: inconscio,
ideale, lontano. Ma un giorno, un giorno fatale, mi decisi a
dipingere un tuo mirabile ritratto, di te come sei veramente;
non nel costume di un'epoca morta, ma nelle vesti e nel tempo
che sono tuoi. Non so se sia stato il realismo del metodo
oppure solo il miracolo della tua personalità che in questo
modo mi si presentava senza nebbie e senza veli; certo è che
mentre lavoravo a quel ritratto ogni pennellata, ogni striscia di
colore sembrava rivelare a me stesso il mio segreto. Ebbi paura
che gli altri venissero a conoscere la mia idolatria; ebbi la
sensazione di aver detto troppo, di aver messo in quel ritratto
troppo di me stesso. Fu allora che presi la decisione di non
permettere mai che venisse esposto. Tu ne fosti un po' seccato,
ma allora non potevi renderti conto di ciò che esso significava
per me; Harry, al quale ne parlai, si mise a ridere, ma di questo
poco m'importava. Quando il ritratto fu finito e mi ritrovai solo
con esso sentii che avevo ragione... Orbene, qualche giorno
dopo il quadro uscì dal mio studio; e non appena fui liberato
dal fascino intollerabile della sua presenza mi sembrò di essere
stato uno sciocco a immaginare di averci visto qualche cosa
oltre queste due: che tu sei straordinariamente bello e che io so
dipingere. Anche adesso non posso trattenermi dal pensare che
sia un errore credere che la passione che si prova nell'atto di
creare si manifesti mai veramente nell'opera creata da noi.
L'arte è sempre più astratta di quello che noi immaginiamo;
forme e colori ci parlano di forme e colori e nient'altro. Spesso
mi sembra che l'arte nasconda l'artista ben più completamente
di quanto non lo riveli. Perciò, ricevendo quest'invito da Parigi,
decisi di fare del tuo ritratto il pezzo principale della mia
esposizione. Non mi venne mai in mente che tu avresti
rifiutato. Ora mi accorgo che avevi ragione: quel ritratto non si
può mostrare. Dorian, non essere in collera con me per quello
che ti ho detto. Come dissi una volta a Harry, tu sei fatto per
essere adorato.
Dorian Gray fece un profondo respiro. Le guance ripresero il
colorito e un sorriso vagò sulle sue labbra: il pericolo era
passato. Per il momento era al sicuro. Tuttavia non poteva
difendersi dal provare una compassione infinita per il pittore
che gli aveva fatto quella strana confessione e dal chiedersi se
un giorno sarebbe toccato anche a lui subire una simile
dominazione da parte della personalità di un amico. Lord
Henry aveva il fascino di essere molto pericoloso, ma niente di
più; era troppo intelligente e troppo cinico perché si potesse
volergli veramente bene. Sarebbe mai esistito qualcuno capace
di ispirargli una strana idolatria? Era questa una delle cose che
la vita gli riservava?
- Mi sembra straordinario, Dorian, che tu abbia visto tutto
questo in quel ritratto. L'hai visto veramente?
- Vi ho visto qualcosa - rispose lui, - qualcosa che mi è
sembrata molto strana.
- E allora ti dispiace ancora se guardo il ritratto?
Dorian scosse la testa. - Questo non devi chiedermelo, Basil.
Non posso assolutamente permettere che tu ti ponga davanti a
quel ritratto.
- Ma un giorno lo permetterai?
- Mai.
- Sì, forse hai ragione. E ora addio, Dorian. Sei stato la sola
persona nella mia vita che abbia realmente avuto un'influenza
sulla mia arte. Quello che ho fatto di buono lo devo a te. Ah, tu
non sai quanto mi sia costato dirti tutto quello che ti ho detto.
- Caro Basil - disse Dorian, - che cosa mi hai detto?
Semplicemente che ti sembrava di avermi ammirato troppo.
Non è nemmeno un complimento.
- Non voleva essere un complimento: era una confessione e ora
che l'ho fatta è come se qualche cosa fosse uscita da me. Forse
non si dovrebbe mai tradurre in parole le proprie adorazioni.
- E' stata una confessione che mi ha molto deluso.
- Come? e che cosa ti aspettavi, Dorian? Tu non hai mica visto
qualche altra cosa in quel ritratto? Non c'era altro da vedere?
- No, non c'era altro da vedere. Perché me lo chiedi? Ma non
devi parlare di adorazione: è sciocco. Tu ed io siamo amici,
Basil, e dobbiamo rimanere sempre amici.
- Tu hai Harry - disse melanconicamente il pittore.
- Oh, Harry ! - gridò il ragazzo, con una mezza risata. - Harry
passa le giornate a dire delle cose incredibili e le serate a fare
delle cose imprevedibili. E' precisamente la vita che mi
piacerebbe fare. Però se mi trovassi in un guaio non credo che
andrei da Harry. Verrei piuttosto da te, Basil.
- Tornerai a posare per me?
- E' impossibile.
- Il tuo rifiuto è la rovina della mia vita di artista. Nessuno
incontra mai due cose ideali; ben pochi sono quelli che ne
incontrano una.
- Non posso spiegarti il perché, Basil, ma per te non devo
posare mai più. In un ritratto c'è qualche cosa di fatale; il
ritratto ha una vita sua propria. Verrò da te a prendere il tè e
sarà altrettanto piacevole.
- Per te ho paura che sia anche più piacevole - mormorò
Hallward con rimpianto. - E ora addio. Mi dispiace che tu non
voglia lasciarmi guardare il ritratto un'altra volta, ma non c'è
niente da fare. Capisco perfettamente i tuoi sentimenti.
Appena fu uscito, Dorian sorrise a se stesso. Povero Basil,
come era lontano dal conoscere la vera ragione! E com'era
strano che, invece di essere stato costretto a rivelare il proprio
segreto fosse riuscito, quasi per caso, a estorcere un segreto al
suo amico! Quante cose sembravano chiare dopo quella strana
confessione! Gli assurdi eccessi di gelosia del pittore, la sua
sfrenata affezione, i suoi panegirici esagerati, le sue curiose
reticenze - ora capiva tutto questo e ne provava dispiacere; gli
sembrava che in un'amicizia così colorita di romanzo ci fosse
qualche cosa di tragico.
Sospirò e suonò il campanello. Bisognava nascondere il ritratto
a ogni costo. Non poteva correre un'altra volta il rischio di una
scoperta. Sarebbe stata una pazzia lasciare che quell'oggetto
restasse anche un'ora soltanto in una stanza nella quale poteva
entrare uno qualunque dei suoi amici.