es-it  Bruselas afronta reticencias a su plan para retirar los combustibles fósiles en 2050. Medium
Bruxelles affronta riluttanza al suo piano per ritirare i combustibili fossili nel 2050.

Il ricollocamento dei lavoratori, la ricerca di investitori e l'opposizione di alcuni paesi minacciano la strategia. Bruxelles, 29 Nov. 2018.

Il vaso di Pandora è aperto. La fine dell'era della combustione annunciata dalla Commissione Europea entro il 2050 ha aperto un dibattito che si preannuncia ancora prolungato. Con gli Stati Uniti fuori dell' Accordo di Parigi, Bruxelles manovra per trasformare L'Unione europea nel primo grande blocco ad abbandonare la dipendenza dal carbone, dal petrolio e dal gas naturale. L'obiettivo è eliminare le emissioni di gas a effetto serra per frenare il riscaldamento globale. Il mutamento di modello avviene nel mezzo di un intenso esercizio di equilibrismo: governi, parlamenti, imprese e lavoratori dipendono dalla nuova strategia. Queste sono le reazioni al piano.

Troppo tardi. Alcune delle voci più critiche provengono dal Parlamento Europeo e certe organizzazioni ecologiste. Il Parlamento ha chiesto un obiettivo intermedio di riduzione delle emissioni del 55% nel 2030, mentre la Commissione Europea parla del 45% per questa data. Gli eurodeputati Verdi sono stati particolarmente bellicosi sull'importanza di non posporre gli sforzi al periodo 2030-2050. "Raggiungere questo percentuale è l'unico scenario realistico per rispettare l'Accordo di Parigi", ha fatto notare il parlamentare spagnolo Florent Marcellesi.

L'organizzazione Transport & Environment ha calcolato che per trasformare in realtà l'obiettivo europeo, le ultime immatricolazioni di autovetture devono essere fatte prima del 2035. Per adesso, anche se il documento della Commissione europea prevede che "il parco dei veicoli deve rapidamente venire rimpiazzato da altri a zero emissioni nei decenni precedenti il 2050", solo un branco di stati ha assunto impegni pubblici che si avviccinano a questa data. La Danimarca, l'Irlanda e l'Olanda hanno fissato come limite il 2030. Mentre che la Francia e il Regno Unito prevedeno di por fine alla loro vendita nel 2040. Con una vita utile dei veicoli di circa 15 anni, i conti non tornano.

L'enigma dell'occupazione. L'eurodeputato democristiano belga Ivo Belet ha avvertito che la transizione sarà "molto più complicata se la gente vede il suo lavoro in pericolo". E la sua compatriota, la socialdemocratica Kathleen van Brempt conviene che la riforma "non deve lasciare indietro nessuno".

Il commissario per l'Azione per il clima e l'energia, Miguel Arias Cañete, ha cercato di calmare i possibili interessati: "Voglio tranquillizzare i lavoratori del settore della mina. Li abbiamo uditi. Gli daremo una nuova formazione perché si adattino a questa economia del clima".

La minaccia di proteste. Con la virulenta rivolta dei "gilets jaunes" attiva in Francia e Belgio, imporre una tassazione più alta sui carburanti per scoraggiarne l'utilizzo è diventato una mossa politica ad alto rischio. "Le tasse non sono l'unica via d'uscità" ha risposto Cañete, che sottolinea la necessità di aiutare i progetti verdi.

Mancanza di ambizione a Est. Fonti vicine alla negoziazione per la nuova strategie percepiscono certe diffidenze in paesi del blocco di Visegrád come la Polonia, ancora fortemente dipendente dal carbone. Il fatto che la Rumania sia responsibile della presidenza a rotazione della UE nel primo semestre del 2019 non aiuta neanche a dargli uno slancio, sebbene nella seconda metà dell'anno venga il turno della Finlandia, molto più incline a un'agenda notevolmente ambientalista. L'utilizzo di fondi comunitari per accelerare la transizione ecologica può essere lo strumento più convincente per far cambiare idea ai paesi più riluttanti.

Per controbilanciare, un gruppo di ministri dell'ambiente da una decina di paesi - tra cui Spagna, Francia e Italia - firmò questo mese una lettera per chiedere alla Commissione di essere ambiziosa per raggiungere la fine delle emissioni entro il 2050. Germania, la grande potenza industriale europea, ruppe nel pomeriggio di mercoledì il suo silenzio per dare il suo sostegno alla Commissione: "la strategia europea corrisponde al nostro piano di protezione climatica", confermò la ministra dell'ambiente, Svenja Schulze. Il primo ministro danese, Lars Lokke Rasmussen, si è unito ai suoi sostenitori. In un discorso al Parlamento Europeo ha mostrato la sua felicità per lo slancio climatico che cerca la Commissione.

Il problema principale, il trasporto. Mentre le emissioni provenienti da agricultura, industria, edifici o rifiuti sono scese, nel caso del trasporto, che costituice il 27% del totale delle emissioni, vanno in direzione opposta, particolarmente nel caso dell'aviazione e del trasporto marittimo.

Imprenditori del settore come la CLEPA che riunisce i fabbricanti di ricambi per automobili, si dicono tuttavia disposti ad associarsi al cambiamento di modello. "Se requerirán grandes esfuerzos de toda la sociedad, incluido el sector del transporte. I fornitori europei sono pienamente d'accordo con gli impegni assunti nel Accordo di Parigi", hanno dichiarato questo mercoledì in un comunicato.

La búsqueda de inversores. Bruxelles incorraggerà la trasformazione verso un'economia a emissioni zero, ma il suo successo dipenderà in larga parte dal settore privato. La Commissione europea stima che sono necessari tra 175.000 e 200.000 milioni di euro di investimenti all'anno per finanziare le nuove infrastrutture energetiche. In cambio, aspetta un enorme risparmio di tra due e tre miliardi di euro sull'importazione di petrolio, e di 200.000 milioni di euro in costi sanitari.

Nonostante le difficoltà nell'orizzonte, il segnale politico lanciato dall'UE la colloca all'avanguardia globale dal punto di vista dell'ambizione. Dato che il suo peso nel mix globale di emissioni è relativamente piccolo —rappresenta attualmente il 10% del totale—, l'intenzione è che altri seguano l'esempio europeo. "Tenemos muchos retos por delante, pero les diré algo: el statu quo ya no es una opción. Le implicazioni di non avere il controllo sul cambiamento climatico le avevamo già viste", ammonisce Cañete.
https://elpais.com/sociedad/2018/11/28/actualidad/1543422403_524601.html
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Bruselas 29 NOV 2018 .
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La caja de Pandora está abierta.
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Estas son las reacciones al plan.
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Demasiado tarde.
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Dinamarca, Irlanda y Holanda han fijado como límite 2030.
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Mientras que Francia y Reino Unido contemplan acabar con su venta en 2040.
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Con una vida útil de los vehículos de unos 15 años, las cuentas no salen.
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El enigma del empleo.
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Les hemos oído.
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Les volveremos a formar para que se adapten a esta economía del clima".
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La amenaza de las protestas.
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Falta de ambición en el Este.
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El primer ministro danés, Lars Lokke Rasmussen, se unió a sus partidarios.
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El mayor problema, el transporte.
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Las implicaciones de no controlar el cambio climático ya las hemos visto", advierte Cañete.
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Bruselas afronta reticencias a su plan para retirar los combustibles fósiles en 2050.

La recolocación de los trabajadores, la búsqueda de inversores y la oposición de algunos Estados amenazan la estrategia. Bruselas 29 NOV 2018 .

La caja de Pandora está abierta. El fin de la era de la combustión anunciado por la Comisión Europea para 2050 ha abierto un debate que todavía se augura largo. Con Estados Unidos fuera del Acuerdo de París, Bruselas maniobra para convertir a la Unión Europea en el primer gran bloque en abandonar la dependencia del carbón, el petróleo y el gas natural. El objetivo es eliminar las emisiones de gases de efecto invernadero para frenar el calentamiento global. El cambio de modelo se libra en medio de un intenso juego de equilibrios: Gobiernos, Parlamentos, empresas y trabajadores dependen de la nueva estrategia. Estas son las reacciones al plan.

Demasiado tarde. Algunas de las voces más críticas llegan del Parlamento Europeo y ciertas entidades ecologistas. La Eurocámara pidió un objetivo intermedio de reducción de emisiones del 55% en 2030, mientras que la Comisión Europea habla del 45% para esa fecha. Los eurodiputados Verdes han sido especialmente beligerantes en la importancia de no aplazar los esfuerzos al periodo 2030-2050. "Llegar a ese porcentaje es el único escenario realista para cumplir con el Acuerdo de París", ha señalado el parlamentario español Florent Marcellesi.

La organización Transport & Environment ha calculado que para hacer realidad el propósito europeo, las últimas matriculaciones de turismos de combustión deben adelantarse a 2035. Por ahora, pese a que el documento de la Comisión Europea contempla que "la flota de vehículos debe ser rápidamente sustituida por otros de emisión cero en las décadas previas a 2050", solo un puñado de Estados ha hecho compromisos públicos que se aproximan a esa fecha. Dinamarca, Irlanda y Holanda han fijado como límite 2030. Mientras que Francia y Reino Unido contemplan acabar con su venta en 2040. Con una vida útil de los vehículos de unos 15 años, las cuentas no salen.

El enigma del empleo. El eurodiputado democristiano belga Ivo Belet ha advertido de que la transición será "mucho más complicada si la gente ve su empleo en peligro". Y su compatriota, la socialdemócrata Kathleen van Brempt coincide en que la reforma "no debe dejar atrás a nadie".

El comisario de Acción por el Clima y Energía, Miguel Arias Cañete, ha tratado de calmar a los potenciales afectados: "Quiero tranquilizar a los trabajadores del sector de la minería. Les hemos oído. Les volveremos a formar para que se adapten a esta economía del clima".

La amenaza de las protestas. Con la virulenta revuelta de los chalecos amarillos activa en Francia y Bélgica, imponer una fiscalidad más elevada a los carburantes para desincentivar su uso se ha vuelto una jugada política de alto riesgo. "Los impuestos no son la única salida", ha respondido Cañete, que apuesta por dar ayudas a los proyectos verdes.

Falta de ambición en el Este. Fuentes cercanas a la negociación de la nueva estrategia perciben ciertas suspicacias en países del bloque de Visegrado como Polonia, todavía fuertemente dependiente del carbón. El hecho de que la presidencia rotatoria de la UE en el primer semestre de 2019 esté a cargo de Rumanía tampoco ayuda a darle impulso, si bien en la segunda mitad del año llegará el turno de Finlandia, mucho más proclive a una agenda marcadamente ecologista. El uso de fondos comunitarios para acelerar la transición ecológica puede ser el instrumento más convincente para hacer cambiar de idea a los países más reticentes.

Como contrapeso, un grupo de ministros de Medio Ambiente de una decena de países —entre ellos España, Francia e Italia— firmó este mes una carta llamando a la Comisión a ser ambiciosa para lograr el fin de las emisiones en 2050. Alemania, la gran potencia industrial europea, rompió en la tarde de este miércoles su silencio para dar su apoyo a la Comisión: "la estrategia europea encaja bien con nuestro plan de protección climática", avaló la ministra de Medio Ambiente, Svenja Schulze. El primer ministro danés, Lars Lokke Rasmussen, se unió a sus partidarios. En una intervención en el Parlamento Europeo mostró su felicidad por el impulso climático que busca la Comisión.

El mayor problema, el transporte. Mientras que las emisiones procedentes de la agricultura, la industria, los edificios o los desechos han ido a la baja, en el caso del transporte, que supone un 27% del total de las emisiones, viajan en sentido contrario, especialmente en el caso de la aviación y el transporte marítimo.

Patronales del sector como la CLEPA, que agrupa a los fabricantes de componentes de automóvil, se dicen sin embargo dispuestas a sumarse al cambio de modelo. "Se requerirán grandes esfuerzos de toda la sociedad, incluido el sector del transporte. Los proveedores europeos están totalmente de acuerdo con los compromisos asumidos en el Acuerdo de París", han afirmado este miércoles en un comunicado.

La búsqueda de inversores. Bruselas incentivará la transformación hacia una economía libre de emisiones, pero su éxito dependerá en gran medida del sector privado. La Comisión Europea calcula que se necesitan entre 175.000 y 290.000 millones de euros anuales de inversión para sufragar las nuevas infraestructuras energéticas. A cambio, espera un ingente ahorro de entre dos y tres billones de euros en importación de petróleo, y de 200.000 millones de euros en costes sanitarios.

Pese a las dificultades en el horizonte, la señal política lanzada por la UE la sitúa a la vanguardia global en ambición. Dado que su peso en el mix mundial de emisiones es relativamente pequeño —supone actualmente el 10% del total—, la intención es que otros sigan el ejemplo europeo. "Tenemos muchos retos por delante, pero les diré algo: el statu quo ya no es una opción. Las implicaciones de no controlar el cambio climático ya las hemos visto", advierte Cañete.
https://elpais.com/sociedad/2018/11/28/actualidad/1543422403_524601.html